L’identità: un fatto personale, sociale o digitale? Di Sonia Bertinat

Sonia Bertinat

Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico ● Esperta di cyberbullismo, dipendenze da sostanza e comportamentali

Cos’è l’identità?

 

Dopo aver affrontato il tema del linguaggio collegato alle tecnologie, affrontiamo un altro aspetto che il digitale a suo modo modifica e ridefinisce: l’identità.

Nell’analisi che ne farò prenderò in considerazione due aspetti: l’identità personale per come è stata descritta nel corso degli anni e l’identità digitale nel senso più lato del termine. Infine proverò a illustrare quali connessioni e contaminazioni emergono dall’interazione dell’identità personale con il digitale.

Partiamo quindi dal concetto di Identità personale

Il concetto di identità è stato analizzato in psicologia tendenzialmente secondo due punti di vista generali:

  • quello esclusivamente individuale, secondo il quale l’identità è un processo cognitivo tramite il quale viene costruita la percezione di sé come individuo separato dagli altri;
  • quello psicosociale, secondo il quale le interazioni sociali hanno un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità come senso continuo di sé interagendo con lo sviluppo cognitivo ed affettivo.

Credo che oggigiorno non si possa prescindere dal prendere in esame il secondo focus per l’analisi dello sviluppo dell’identità. Uno dei principali autori di questa corrente è stato Erik Erikson nei suoi lavori sull’identità nel ciclo di vita degli anni ‘50. L’identità dell’Io, per Erikson, è quella dimensione psicologica che consente di realizzarsi, di diventare e rimanere se stessi in relazione alle altre persone e nell’ambiente sociale e culturale dove si vive.

Oltre alla dimensione interattiva con l’ambiente relazionale, sociale e culturale, in questa definizione viene sottolineato l’aspetto teleologico, ovvero quella spinta a realizzare sé stessi che porta a fare ognuno di noi ad una “forma” di sé il più possibile stabile e partecipe della realtà in cui vive.

Per Mead, negli anni ‘30, l’identità comincia a strutturarsi attraverso il confronto con gli altri in una sorta di rispecchiamento attraverso il quale apprendiamo e diamo forma e nome a ciò che ci succede interiormente. Solo dopo questa prima fase il bambino acquisita la capacità di usare il linguaggio simbolico, passando dalla pura imitazione degli altri alla capacità di mettere in atto dei ruoli diversi e a prestare attenzione ai pensieri oltre ai comportamenti dei caregiver.

Un altro concetto a parer mio importante per i temi che stiamo trattando in questo ciclo di articoli, inoltre, è quello sviluppato da C.H. Cooley agli inizi del XX secolo: il looking glass. Ponendo l’accento sulla dimensione relazionale nello sviluppo dell’identità, anche Cooley evidenzia come un ruolo fondamentale lo assuma la nostra percezione di come siamo percepiti dagli altri.

“Questa self image si costruisce in diverse fasi: innanzitutto, immaginiamo come appaiamo agli altri. In questo senso non ci riferiamo solo agli altri significativi (familiari, amici, insegnanti, etc.) ma anche alle persone con cui entriamo in contatto e relazione durante la vita quotidiana. Successivamente, immaginiamo come gli altri ci possano valutare. Infine costruiamo e rivediamo l’immagine di noi in base al significato che attribuiamo alle osservazioni e valutazioni che gli altri possono avere di noi.”

 

L’influenza deriverebbe quindi dall’immagine che pensiamo gli altri abbiano di noi

Susan Harter fa un passo in più e collega lo sviluppo dell’identità all’autostima:

“Un chiaro esempio di ciò riguarda il passaggio da un sistema di relazioni squisitamente familiare ad uno più sociale, in cui il confronto con i pari risulta sempre più importante per autodefinirci e valutarci assumendo col tempo un ruolo prioritario. Ciò implica che in alcuni casi l’individuo può avere un concetto di Sé più positivo in talune aree rispetto ad altre, ad esempio nel ruolo amicale piuttosto che di figlio o di studente, o viceversa, il che può portare ad una percezione discontinua di Sé. Lo sviluppo sociale e cognitivo dell’adolescenza porta l’individuo ad integrare questi ruoli e i diversi concetti di Sé relativi ad ognuno di essi in una struttura unica e coerente.”

Dopo questa disamina – che costituisce anche una premessa ai concetto che analizzeremo da qui in poi – vediamo ora come si delinea il concetto di Identità digitale. Il più delle volte si collega il concetto di identità digitale alla profilazione ottenuta con i dati che tutti noi immettiamo sul web attraverso i login ai siti, alle informazioni sui motori di ricerca, ecc. In questo senso sarebbe più appropriato usare il termine di profilo digitale.

Pur essendo questo un punto di vista perlopiù “informatico”, possiamo già vedere come contenga in sé un collegamento con l’identità personale. Tutto ciò che riguarda la profilazione viene, infatti, oggi molto attenzionato a livello di privacy, segno che si considera il nostro profilo digitale da tutelare al pari della nostra individualità personale e sociale.

Possiamo oggi parlare di una identità diffusa, protrusioni identitarie che escono dal corpo fisico ma che fanno sempre parte di noi. Non sempre però possiamo averne il controllo costante, perché il dato importante è che quella identità continua ad esistere e interagire con gli altri anche se non la monitoriamo in quel momento. Spesso, infatti, ci sfugge di mano ciò che succede al “noi” sul web.

Arnold Roosendaal ha analizzato la connessione tra profilo e identità digitale ed ha evidenziato tre tipi di identità digitale:

  • progettata (profili social, blog ecc);
  • imposta (creata da enti esterni per fini istituzionali o commerciali);
  • ibrida (tipica del web 2.0).

Nel concetto di identità digitale ibrida possiamo trovare il terreno per ciò che sto delineando: l’influenza bidirezionale tra ciò che di me immetto sul web e ciò che il web rimanda di me e che inevitabilmente influenza il mio modo di concepire la mia identità. Questo non vi fa venire in mente il concetto di looking glass descritto sopra? Esatto, proprio quello.

Le domande che ne nascono sono molteplici… Lo schermo digitale può diventare un looking glass attraverso cui ci possiamo osservare dall’esterno? O uno specchio attraverso cui valutare come appariamo (e come vogliamo apparire) agli occhi degli altri? E soprattutto, può essere lasciato a uno specchio la possibilità di ridefinire ciò che siamo?

Qui, per continuare il nostro discorso, è necessario inserire anche il concetto di maschera. Sappiamo ad esempio che nel teatro greco la Maschera che gli attori indossavano era chiamata Persona. Il concetto di maschera e mascheramento, oggi, impera nei social network anche senza dover pensare alle identità fittizie create per nuocere. Tutti noi, del resto, cerchiamo di presentare noi stessi al meglio anche nella nostra ordinaria quotidianità.

Ma i social ci permettono un passo ulteriore: possiamo presentarci per come vogliamo essere visti anche a chi non incontreremo mai. Questo processo di mascheramento può essere dettato da molti motivi: uscire da una realtà che non amiamo, nascondere parti di noi che non ci piacciono, avere dei ritorni positivi che riteniamo non essere in grado di ricevere restando semplicemente “noi stessi”….

In alcuni casi, come ad esempio nell’adolescenza (dove il processo identitario è in fieri), l’uso di una maschera può avere anche aspetti positivi legati alla sperimentazione di parti di sé in un contesto che viene vissuto come meno pericoloso rispetto a quello degli amici stretti. Possono essere parti legate a desideri, ruoli e caratteristiche che non osiamo portare alla luce nella vita di tutti i giorni, ma che nel web possiamo osare esporre e che, a seconda dei feedback ricevuti, possiamo poi archiviare o integrare per farle nostre in tutti i contesti.

Tutte queste sperimentazioni, però, devono avere un fine e cioè portare a una integrazione delle diverse proiezioni identitarie. Il rischio, altrimenti, è quello di vivere sezioni di sé separate che, se estremizzate, possono creare delle fratture identitarie.

“Una caratteristica dei social network è quella di creare un ambiente in cui il mondo reale si fonde con il mondo virtuale, in cui le persone possono gestire la propria identità sociale e la loro rete di contatti, che porta la persona a creare una “identità fluida”, flessibile, precaria, imprevedibile e incerta.”

Come è possibile, dunque, integrare quindi questi aspetti? Appare immediatamente pregnante, come abbiamo visto, riuscire a collegare in un’immagine identitaria univoca tutte le protrusioni che assume. Come nella nostra vita riusciamo a impersonare ruoli diversi (io lavorativo, io amicale, io sentimentale) pur mantenendo una profonda continuità nel nostro senso di sé, lo stesso deve dunque costantemente essere applicato alle nostre parti identitarie digitali.

Ma il grosso gap di fronte al quale spesso le persone si trovano è il considerare gli spazi web non reali, relegandoli allo status di una finzione in cui è possibile giocare diverse parti (come ad esempio accade nel teatro) e di cui svestire i panni una volta concluso lo spettacolo. Così tuttavia, come abbiamo visto, non è. Il grosso lavoro comunicativo ed educativo da fare è dunque legato esattamente al passaggio verso una maggior consapevolezza del fatto che sul web giochiamo una parte e un ruolo della nostra identità piuttosto che un “qualcosa” di separato che non soggiace alle regole della “realtà”.

Si tratta, invece, di componenti identitarie che la compenetrano a pieno titolo e ci sottopongono anch’esse allo sguardo altrui che, come visto sopra, è un elemento costante nella ridefinizione/strutturazione della nostra identità. Il tutto, in una continua ri-manipolazione di sé, in un flusso di rimodellamento che include o esclude delle parti di noi sino ad ottenere una idea di sé soddisfacente, congrua e funzionale.

Per concludere, vorrei condividere alcuni esempi positivi in cui gli aspetti psicologici e identitari vengono, come si dice, “messi in gioco” in maniera proattiva e costruttiva.

Geek Therapy

La Geek therapy prevede l’uso di videogame o contenuti geek (anime, manga, giochi di ruolo) con adolescenti geek per esplorare la visione di sé. Il poter esplorare sé stessi attraverso un contenuto familiare, in cui poter riflettere parti di sé, provare nuovi ruoli e caratteristiche permette di entrare in contatto con l’interiorità dei ragazzi ed esplorare la struttura della loro identità.

“L’aspetto interessante da un punto di vista psicologico è che la dimensione fittizia presente in un gioco, manga o film (es. Marvel) consente di esprimere più liberamente emozioni, pensieri e comportamenti. In queste esperienze, il giudizio sociale del mondo reale è sospeso e il contesto risulta quindi sufficientemente protetto perché le persone si aprano, mentre al contempo si divertono.”

 

Coding

Inserire i Progetti di coding nei percorsi di apprendimento scolastici ed extrascolastici permette ai bambini e ragazzi di scoprire nuove abilità, di stimolare competenze cognitive diverse dai programmi curricolari e renderli più consapevoli della tecnologia e più attivi nell’abitarla.

Il progetto europeo “Programma il futuro” promosso dal CINI – Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica in collaborazione con il Miur ricevendo il premio European Digital Skills Awards 2016.

“L’obiettivo non è quello di far diventare tutti dei programmatori informatici, ma di diffondere conoscenze scientifiche di base per la comprensione della società moderna. Capire i princìpi alla base del funzionamento dei sistemi e della tecnologia informatica è altrettanto importante del capire come funzionano l’elettricità o la cellula.”

 

Strategia Nazionale per le Competenze Digitali

Un altro esempio fa riferimento alle competenze digitali lo ha dato il Ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione ha firmato a fine luglio il decreto di adozione della Strategia Nazionale per le Competenze Digitali.

Il piano evidenzia tre principi di base legati a:

Educazione al Digitale – Cittadinanza Digitale – Digitale etico, umano e non discriminatorio

Gli obiettivi sono:

  • combattere il divario digitale,
  • sostenere lo sviluppo delle competenze digitali,
  • promuovere lo sviluppo delle competenze chiave per il futuro,
  • garantire a tutta la popolazione attiva le competenze digitali chiave per le nuove esigenze e modalità del lavoro.

Realtà Aumentata

La realtà aumentata viene sempre di più impiegata per superare i limiti del corpo fisico, ad esempio aiutando i malati di demenze o Alzheimer nella riabilitazione di alcune abilità di base in sicurezza , nella riduzione dei sintomi correlati come l’ansia o nel rapporto coi ricordi .

La possibilità di manipolare la realtà in sicurezza ha sicuramente un feedback positivo sul nostro senso di essere, sulla nostra identità riducendo il senso di impotenza e inattività.

In conclusione…

Fino a pochi anni fa il lavoro sull’identità era legato agli aspetti fisici, emotivi e mentali della persona in carne e ossa. Oggi invece, in un mondo in cui la nostra identità trascende sempre più i limiti del corpo fisico e mentale, non possiamo non occuparci delle estroflessioni che questa innesta nelle componenti digitali che va piano piano ad abitare.

Integrare il tutto in una immagine di sé congrua e il più possibile performante per le sfide cui la società tecnologica ci pone quotidianamente diventa imprescindibile. Questo, tuttavia, non basta: come possiamo vedere dagli esempi riportati, la protrusione identitaria può essere ricercata, stimolata proprio per superare i limiti fisici e far sì che le persone possano acquisire nuove abilità, possano sentirsi parte di un qualcosa di più grande e poter sviluppare nuove strategie di coping.

L’obiettivo da perseguire, dunque, è quello di permettere sempre più alle persone di essere attori delle varie estensioni identitarie e non solo fruitori passivi di uno strumento.

Al prossimo articolo.

Sonia Bertinat


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