Complessità del cambiamento: l’evoluzione va avanti, ma tramite una serie di stop & go. Di Sonia Bertinat.

Sonia Bertinat

Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico ● Esperta di cyberbullismo, dipendenze da sostanza e comportamentali

L’evoluzione e il cambiamento, sia dei singoli che dei sistemi psichici e sociali, porta con sé una quota imprescindibile di complessità, il che può essere vista come una barriera insormontabile, ma anche come una leva e una grande opportunità di miglioramento, come un iniziale ostacolo o come la molla decisiva per migliorare ed evolvere dal punto di vista della conoscenza e del comportamento. 

Per farlo, occorre rompere lo stereotipo così largamente diffuso della dualità tra virtuale e reale – anche a livello psicologico – il cui rischio concreto è quello di “costruire” da un punto di vista collettivo un virtuale schizofrenico (che non risponde ai bisogni soggettivi né di specie) e di un mondo concreto alieno a noi stessi (che non rispecchia i nostri bisogni).

 

Una società che evolve: cosa si intende per complessità all’interno dei processi di cambiamento

Il tema della complessità è stato affrontato da tempo da diversi campi di studio: psicologico, filosofico, economico, scientifico classico, informatico. Non a caso è stato uno dei temi portanti di una delle scorse edizioni del blog #6memes. 

È, quindi, un’epistemologia che richiede assolutamente mani diverse per essere trattata al meglio. Abbracciare l’epistemologia della complessità vuole dire, anche all’interno della mia professione, andare oltre alle metodiche conosciute nei diversi campi di indagine, quelle di stile riduzionistico ad esempio, per aprirsi non solo ad un nuovo modo di leggere la realtà fisica, umana e sociale, ma anche di poterla riprodurre in modo più fedele.

La complessità stimola due reazioni opposte, affascina o spaventa. La nostra mente, razionalmente, ama infatti la semplificazione, la linea retta che rende chiare le cose. Ma questa è una mera illusione, un artificio che entra in azione per tenere a bada le emozioni potenti che la complessità e il caos suscitano in noi. E la mente inganna se stessa in primis, essendo essa stessa complessa di suo. 

La complessità stimola due reazioni opposte, affascina o spaventa. La nostra mente, razionalmente, ama infatti la semplificazione. Ma questa è una mera illusione per tenere a bada le emozioni potenti che il caos suscita in noi. Condividi il Tweet

“La semplificazione è stata la via regia per realizzare l’ideale dell’onniscienza, costitutivo della tradizione moderna: giungere gradualmente e progressivamente alla conoscenza definitiva e in linea di principio completa, che avrebbe reso il mondo sicuro, dominabile, prevedibile. 

Oggi, invece, sono l’incerto, l’inafferrabile, l’improbabile a guadagnare terreno e ad avvilupparci. (…) Ora, per converso, la complessificazione del mondo esige un’attitudine al pensiero complesso. La globalizzazione esige un’attitudine al pensiero globale.” [1]

Dobbiamo arrenderci alla complessità per poterla accoglierla e abbracciarla per poi com-prenderla. Se non lo facciamo, il rischio sarà quello di incamminarci su vie apparentemente rispondenti alle nostre paure ma per nulla rispecchianti la sua reale complessità.

Slavoj Žižek nel rifiuto esasperato della situazione attuale, nelle conseguenti teorie complottiste vede:

“un’esplosione impaziente, un rifiuto di comprendere, un’esasperazione nei confronti della complessità, e la conseguente convinzione che ci deve essere un responsabile per tutto il disordine, motivo per il quale si va alla ricerca di qualcuno che stia agendo dietro le quinte e che costituisca la spiegazione di tutto”. [2]

Quando penso alla dicotomia ‘complessità vs linearità’ mi viene in mente la teoria dell’evoluzione umana. Siamo ancora fermi, a livello di conoscenza comune e immagine “popolare”, alla raffigurazione evolutiva lineare che parte dalla scimmia per arrivare all’homo sapiens. Gli studi scientifici, invece, da anni ci dimostrano come tale linearità non sia solo una semplificazione ma un vero proprio errore in quanto l’evoluzione è più raffigurabile da un cespuglio che non con una linea retta. [3]

 

 

Questo implica una rivoluzione nel pensiero: l’uomo non è più l’esito finale e migliore del processo evolutivo ma una delle possibilità che sono state presenti nel corso dei millenni con cui lo stesso Homo Sapiens ha condiviso gli habitat. Una visione molto più complessa ottenuta  proprio unendo gli studi di discipline scientifiche diverse: evoluzionistiche, genetiche, ambientali.

L’uomo non è più l’esito finale e migliore del processo evolutivo ma una delle possibilità che sono state presenti nel corso dei millenni con cui lo stesso Homo Sapiens ha condiviso gli habitat. Condividi il Tweet

L’evoluzione, dunque, è un processo in cui siamo sempre immersi, anche se in certe contingenze può affiorare in maniera più o meno evidente. Noi spesso affrontiamo invece la nostra mente, la realtà che ci circonda, le novità e le sfide come se ragionassimo secondo la prima immagine. Un pensiero lineare che gioco forza va ad escludere molteplici aspetti, come abbiamo visto.

 

Ordine e caos all’interno di un flusso evolutivo

Il concetto più affascinante dell’epistemologia della complessità è quello di “margine del caos”.  

“Il margine del caos (…) è un luogo, non geografico ma concettuale, misterioso e affascinante,  (…) un luogo dove la complessità fa magicamente capolino, alimentata dal perenne conflitto che vede le forze dell’ordine e del disordine scontrarsi ed entrare in competizione a tutti i livelli di descrizione della realtà, dalla scala atomica a quella cosmologica.” [4]

Lo studio del comportamento e del pensiero umano, psicologico o sociale, è stato da sempre sottoposto ad un’ottica riduzionista. Un’ottica che per spiegare un fenomeno cercava di ridurlo, appunto, nelle sue singole parti, per poterlo osservare, replicare, standardizzare. È necessario un cambio di paradigma ma 

“adottare questa prospettiva è un passo ardito, perché significa abbandonare l’oggettivismo della scienza classica, cioè la concezione dell’essere come insieme di oggetti manipolabili e misurabili, sottoposti al dominio teoretico e pratico del soggetto umano, e assumere un punto di vista relazionale e dialogico nei confronti dell’essere (Morin, Stengers, Bateson)”. [5]

Un metodo sperimentale che funziona dall’alto al basso (top down) e che ha caratterizzato tutti i primi esperimenti di AI laddove il tentativo era quello di riprodurre un prodotto finito nella sua completezza (pensiero e intelligenza umana). Tuttavia questa modalità corrisponderebbe al voler capire l’evoluzione umana partendo dall’Homo sapiens. Oppure, creare simulazioni, AI, partendo dai processi di un adulto. 

Le scienze della complessità hanno posto l’attenzione sul processo opposto: dal basso verso l’alto (bottom up). Secondo questo metodo si riproduce un sistema pensante secondo la sua evoluzione, fatta di apprendimento, crescita, sviluppo, interazione e integrazione di elementi nuovi. Poche reti neurali che interagendo riproducono loro stesse. Ne deriva una AI subcognitiva.

“Gli studiosi di Intelligenza Artificiale subcognitiva (una branca della teoria della complessità) costruiscono i loro modelli computazionali partendo sempre “dal basso”: le competenze di questi modelli sono più modeste (riconoscere immagini, fare anagrammi, eseguire analogie in dominî limitati, ecc.), ma hanno il merito di manifestarsi in maniera spontanea – analogamente a quanto avviene nel cervello – se vengono simulate correttamente le prestazioni delle cellule nervose (Hofstadter, Mitchell, Smolensky, Rumelhart, McClelland).” [6]

Gli eventi in cui siamo stati coinvolti in questo ultimo anno di pandemia hanno tutti gli aspetti della complessità. Sia per come la pandemia è nata (un vero e proprio effetto farfalla) sia per i canali su cui si è trasmessa (la globalizzazione e l’interconnessione) sia, infine, per i molteplici aspetti della nostra vita che ha coinvolto (individuale, sociale, economico, politico, sanitario).

Se in un primo tempo, quindi, è stato possibile affrontare la pandemia con metodi lineari, emergenziali, che trovassero i nodi più problematici su cui agire tralasciando gli altri, disconnettendoci dalla complessità, appare ora evidente come diventi imprescindibile affrontare il fenomeno nella sua complessità. 

Lavorare in emergenza è diverso dal lavorare sull’emergenza. Nel primo caso usiamo la linearità nel secondo agiamo sulla complessità con complessità. Condividi il Tweet

L’immagine che più mi è venuta in mente in questo anno è quella di una vecchia pubblicità di rubinetteria (se non erro) in cui un idraulico in una stanza cercava di tappare le fuoriuscite d’acqua con le mani. Coperta una, se ne formava un altra. Se quindi all’inizio di una situazione emergenziale possiamo provare a tappare la falla con una mano, sulla lunga distanza ciò non è più possibile in quanto le falle emerse sono sempre maggiori perché inevitabilmente interconnesse a livello sociale.

Ciò è avvenuto anche a livello individuale. Lavorare in emergenza è diverso dal lavorare sull’emergenza. Nel primo caso usiamo la linearità (la metodologia da pronto soccorso in cui prima si stabilizza il paziente nelle sue funzioni vitali e dopo si indaga la complessità del fenomeno), nel secondo agiamo sulla complessità con complessità.

Una cosa apparsa da subito evidente è che di fronte ad una monotonia tematica (si parla solo del virus) si è potuta attuare una convergenza di saperi sullo stesso fenomeno. Tutte le discipline scientifiche o meno hanno cominciato a guardare il fenomeno dal loro punto di vista e interconnettendosi tra loro, a provare a fornire soluzioni o scenari che comprendessero tutti gli aspetti del fenomeno stesso ossia la sua complessità.

Non siamo ancora coordinati in un’ottica di sguardo complesso perché l’incertezza per il futuro fa sì che spesso ogni sguardo tenda a considerarsi quello prioritario in una scala di valori che non ha senso di esistere in un’ottica complessa. Ma che risponde a ciò che fino ad ora si è fatto, nonché ad una tendenza alla polarizzazione che di nuovo mira a semplificare le situazioni.

 

Complessità vista come possibilità per uscire dai dualismi limitanti

Come ho detto all’inizio la nostra mente ama le semplificazioni, non accetta l’ignoto ed esige spiegazioni. Non importa se siano spiegazioni  reali od efficaci, è sufficiente che le si ritenga valide. Mai come in quest’anno si sono amplificate le teorie complottiste, ad esempio, accompagnate dalle fake news. 

A loro modo sono una soluzione semplice (per quanto possa apparire assurda) in quanto fornisce una spiegazione immediata di un qualcosa di complesso. Per la nostra mente è preferibile pensare che, ad esempio, la pandemia sia stata orchestrata e avviata da qualcuno per oscure finalità, piuttosto che confrontarsi con l’ansia e l’angoscia di un qualcosa di incontrollabile. 

Se infatti la nostra mente, in uno stato di equilibrio psichico, è in grado di governare le emozioni e gli istinti più accesi, nel momento in cui non riesce a svolgere appieno la propria funzione il rischio è che tali fenomeni dal basso la soverchino. E a quel punto, allora, è preferibile una pseudospiegazione ad una assenza di spiegazione. 

Ed è quindi evidente a questo punto di come siano state proprio le parti basse della nostra individualità ad essere attivate in questo periodo. Mentre l’Alto veniva travolto dall’inspiegabilità, il Basso reagiva come solo sa fare: in modo automatico, impulsivo, incontrollato, seguendo regole ancestrali con l’attacco e fuga, il freezing (fingersi morto) e con l’emergere prepotente di emozioni intense dall’ansia, alla paura, all’angoscia. Il ritrovarci poi metaforicamente (e non solo) ingabbiati in questa situazione abbia fatto sì che il subitaneo sentimento di protezione venisse sostituito dall’ansia.

Ad una reazione bottom up non può quindi che essere data una risposta bottom up, come gli studi sulla complessità ci suggeriscono.

Anche nei recenti approcci psicoterapeutici l’approccio bottom up sta rivendicando sempre più la sua importanza. Dalla sola terapia con la parola, si passa a considerare il basso, il corpo, le sensazioni fisiche cercando una integrazione complessa di un sistema che fino ad ora era ridotto al mero razionale, anche emotivo.

È un approccio che ripercorre a sua volta il processo evolutivo che è presente in tutti noi. La nostra ontogenesi (la crescita e sviluppo dell’essere umano dalla nascita) ripercorre la filogenesi evolutiva. Mentre le aree corticali, prefrontali, governano funzioni cognitive elevate e complesse (e si sviluppano nel corso dello sviluppo con l’interazione con l’ambiente), le nostre aree cerebrali subcorticali sono strutture primitive che governano le nostre funzioni vitali base, la nostra vita emotiva e la nostra reazione a situazioni di rischio. 

“Oggi, con il coronavirus che invade il mondo, tocchiamo con mano la sorprendente efficienza delle reti: la rete logistica, muovendo milioni di persone su scala globale, ha trasportato nel giro di qualche giorno il virus intorno al mondo, mentre la rete digitale ha trasportato con velocità anche superiore la paura.” [7]

E, a questo punto, sull’onda delle emozioni si mette in dubbio tutto. Proprio quando tutto deve essere messo funzionalmente in dubbio. Abbiamo osservato con sconcerto di come la natura si fosse ripresa spazi, come l’aria si fosse depurata nel momento in cui siamo stati costretti ad essere chiusi in casa. Con la consapevolezza di essere noi stessi dei virus nei confronti dell’ambiente. 

Il modo in cui abbiamo vissuto finora è stato messo in discussione ma non tutto va buttato. L’interconnessione globale causa dell’accelerazione pandemica è diventata fondamentale per la nostra sopravvivenza Condividi il Tweet

Il modo in cui abbiamo vissuto finora è stato messo in discussione ma non tutto va necessariamente buttato. L’interconnessione globale causa dell’accelerazione pandemica è diventata fondamentale per la nostra sopravvivenza. Molte volte ho sentito dire: “Pensa se fosse successo negli anni ‘80”. Ed è vero!

 

Come la tecnologia e il digitale ci hanno aiutato in questi mesi ad affrontare le “distanze” mettendo il caos sotto scacco

La possibilità di rimanere connessi pur se divisi fisicamente ha preservato in qualche modo il nostro essere atomi sociali. Ha fatto sì che potessero essere preservate attività lavorative ma anche relazioni sociali, amicali, familiari. Con molto sacrificio emotivo sicuramente, il digitale ha supportato la possibilità di relazionarci e sostenerci.

Dalla possibilità di fare acquisti online, alla possibilità di avere supporti medici o psicologici il digitale ha mantenuto una sorta di infrastruttura sociale. Abbiamo imparato a maneggiare le piattaforme di videoconferenza declinando le nostre abituali attività in una modalità diversa. Diversa, non necessariamente peggiore. Certo, abbiamo perso degli aspetti ma ne abbiamo accolti altri.

Condivido ora una serie di esempi concreti di come questo è accaduto e accade nel nostro paese rispetto a questi temi.

A) Servizi di sostegno psicologico.

Da subito, come si è visto, la comunità degli psicologi si è attivata per fornire il proprio contributo alla lettura ed alla presa in carico degli esiti emotivi e psicologici della pandemia. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ad aprile dello scorso anno ha stilato un documento [8] in tal senso individuando interventi mirati al benessere dei cittadini che abbracciano i diversi ambiti in cui la psicologia opera: sanitario, sociale, organizzativo. Ripropongo quindi gli esempi di tre iniziative che abbracciano i tre ambiti principali:

1. Sanità: Come primo step gli interventi di sostegno psicologico agli operatori in prima linea attuati sia dalle ASL sia da associazioni private per sostenere il carico emotivo di chi si è da subito confrontato con la malattia e la morte. 

“Le tecniche di intervento utilizzate prevedono trattamenti di stabilizzazione emotiva (tecniche di mindfulness, grounding, respiro consapevole, psicoeducazione), seguite da percorsi psicoterapeutici di rielaborazione delle memorie traumatiche.” (“Progetto psicologia dell’emergenza” Asl TO3 Piemonte)”. Un percorso bottom up che, solo in un secondo tempo, affianca un percorso top down.

In seconda battuta la consapevolezza, emersa dall’indagine effettuata dal CNOP [9], che la pandemia ha evidenziato dati mai registrati di  disagio psicosociale (42% di ansia/stress, 24% disturbi del sonno, 22% irritabilità, 18% umore  depresso, 13% conflitti relazionali, ecc.) ha portato a progetti diretti alla popolazione, sia ampliando i progetti di psicologia dell’emergenza già in atto, sia creandone di nuovi.

2. Sociale: Protocollo di intesa MIUR-CNOP [10] per l’attivazione di sportelli di sostegno psicologico a scuola rivolti a studenti, insegnanti e genitori. La chiusura delle scuole ha avuto un impatto notevole sull’ambito scolastico, primo settore sacrificato con un effetto notevole su studenti e famiglie. Tali sportelli sono stati attivati per lo più in modalità online.

3. Organizzazioni: All’interno di un progetto europeo di ricerca è inserito un progetto a cura di Idego – Psicologia Digitale e Università di Trento (presentato a “European Conference of Digital Psychology”) rivolta al welfare aziendale. I due partner “stanno sviluppando una I.A. denominata Conversational Agent, in grado di interagire e dialogare con la persona, di riconoscerne gli stati di ansia e stress, nonché di supportarla con un insieme di tecniche prese in prestito dalla psicoterapia e dal counseling psicologico.” L’utilizzo dell’APP con la  IA si configura, quindi, come  strumento aggiunto al lavoro dei professionisti che utilizzeranno l’app non in sostituzione del lavoro umano ma in integrazione, per aumentare, ad esempio, l’efficacia di quanto fatto nelle sessioni di lavoro con i clienti.

 

B) Campagna OMS #Playaparttogheter

Laddove nel 2019 l’OMS, ha avanzato la proposta di introdurre il gaming disorder (dipendenza da videogame) nel suo manuale delle malattie (ICD 11), attuando una demonizzazione dei videogames, molti professionisti e ricercatori hanno contestato questa scelta evidenziando, tra l’altro, gli aspetti positivi dell’attività videoludica (apprendimento di skills, relazioni sociali, ecc).

Durante la pandemia lo stesso OMS ha lanciato la sua campagna #playaparttogheter in cui invitava i ragazzi a giocare per mantenere attive le loro relazioni sociali. Per quanto sia apparsa come comunicazione schizofrenica inizialmente, può essere considerata un tentativo di ridurre la polarizzazioni e avviare una visuale complessa del fenomeno.

 

C) Progetto di riabilitazione cognitiva.

HoCare2.0 è un progetto finanziato dal programma Interreg Central Europe che supporta lo sviluppo di soluzioni per l’assistenza a domicilio di pazienti over 65 affetti da demenza lieve.

L’App di Realtà Virtuale, CEREBRUM, ideata da Idego – Psicologia Digitale, per lo sviluppo e il sostegno delle capacità cognitive delle persone over 65 anni, diventa uno strumento di Teleriabilitazione ecologica grazie ad una Piattaforma fruibile da Pc o Tablet, HoCare 2.0 appunt. Una metodologia altamente efficace e sicura soprattutto durante la pandemia. 

L’obiettivo è quello di esplorare nuove frontiere nella cura del paziente con deficit cognitivi, potenziando autonomia e indipendenza e migliorandone la qualità di vita, pur rimanendo nella propria abitazione. I diversi gradi di difficoltà che compongono il software permettono a CEREBRUM di essere spendibile in differenti quadri disfunzionali: difficoltà cognitive presenti nello spettro Psicotico e Disturbi dell’Umore, Pseudodemenze Depressive, disturbi Neuropsicologici appartenenti ai quadri di Demenze, ecc.

Paziente e operatore potranno immergersi a distanza in situazioni esperienziali che simulano la realtà quotidiana, utili per poter lavorare su risorse e difficoltà.

 

In conclusione…

Non è più pensabile retrocedere a un momento precedente la globale interconnessione ma possiamo governarla anziché subirla o osteggiarla. Affrontare la complessità sul margine del caos non dà certezze ma amplia l’osservazione e permette di non tralasciare nessun aspetto.

Sempre Pluchino ci dice che:

“l’essenza e il successo della vita risiedono nella capacità di conciliare due tendenze apparentemente opposte e contraddittorie: quella verso la stabilità e quella verso il mutamento. 

Dosando sapientemente essere e divenire, immobilità e movimento, stabilità strutturale e cambiamento, ordine e disordine, i sistemi viventi riuscivano evidentemente a mantenere invariata la propria identità collettiva emergente a dispetto del mutamento ininterrotto dei propri componenti. 

Questa caratteristica prende il nome di “omeoresi” (dal greco omeo , identico, e reo , fluire, scorrere – in contrasto con il termine “omeostasi”, che indica invece il ripristino di una condizione statica).” [11]

Dobbiamo riuscire a cogliere gli elementi funzionali emergenti dalla realtà complessa per poter uscire dalle dicotomie che ci limitano e accettare che ogni situazione può avere aspetti e sfaccettature diverse Condividi il Tweet

Dobbiamo riuscire a cogliere gli elementi funzionali emergenti dalla realtà complessa per poter uscire dalle dicotomie che ci limitano. Accettare che ogni situazione può avere aspetti e sfaccettature diverse che vanno abbracciati e non polarizzati sul continuum esaltazione-demonizzazione. 

Perché sono le polarizzazioni che ci distanziano e ci impediscono di comunicare e relazionarci con ciò che viene considerato avverso. Trovare spazi intermedi, linee che congiungono nodi anche lontani è la sfida che la complessità esige che affrontiamo.

Alla prossima,

Sonia Bertinat

 


Approfondimenti

  1. Ceruti, M., Bellusci, F. Abitare la complessità, Mimesis, 2020
  2. Ceruti, M., Bellusci, F. Abitare la complessità, Mimesis, 2020
  3. Pievani, T. La teoria dell’evoluzione. Attualità di una rivoluzione scientifica, Il Mulino, 2017
  4. Alessandro Pluchino, La firma della complessità. Una passeggiata sul margine del caos, 2015, Malcor D’
  5. Tullio Tinti, La “sfida della complessità” verso il Terzo Millennio
  6. Tullio Tinti, La “sfida della complessità” verso il Terzo Millennio
  7. LA COMPLESSITA’ DI UN’EPIDEMIA – Un contributo a più voci, Complexity Institute
  8. IL CONTRIBUTO DELLA PROFESSIONE PSICOLOGICA AL SUPERAMENTO DELL’EMERGENZA COVID E ALLA RIPRESA #psicologiperlaripresa 
  9. Istituto Piepoli per CNOP, 8 aprile 2020.
  10. Consiglio Nazionale Ordine Psicologi – Protocollo Scuola
  11. Alessandro Pluchino, La firma della complessità. Una passeggiata sul margine del caos, 2015, Malcor D’


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