Flâneur: il passeggiatore virtuale, più o meno digitale.

In italiano non suona tanto bene: vagabondo, perdigiorno… Dà l’idea del riprovevole vizio dell’ozio. Ma in francese, è tutta un’altra cosa: flâneur... Che poi è un vagabondo perdigiorno lo stesso, ma il termine indica anche qualcos’altro: il flâneur, secondo la tradizione letteraria dell’Ottocento, è un intellettuale che trascorre il suo tempo vagando senza meta e senza scopo nello spazio cittadino (e la città è Parigi!), contemplando la folla urbana, seguendo il capriccio di un’osservazione disinteressata del mondo, in preda ad una curiosità libera dal profitto, un “botanico da marciapiede”, per usare l’espressione coniata dal poeta Charles Baudelaire, che per primo ha incarnato e codificato la figura del flâneur.

Naturalmente il flâneur ha molto tempo a disposizione, è “uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie della città”, per dirla sempre col poeta. E’ quindi un aristocratico dello spirito, o almeno un borghese esentato dal partecipare alla lotta per la sopravvivenza, un prodotto della rivoluzione industriale, come ben lo intese Walter Benjamin nel suo “Das Passagen-Werk”.

Non a caso l’infaticabile passeggiatore compare in contemporanea con la nascita del turista, ma il suo viaggio si limita all’esplorazione del ristretto nugolo delle solite strade cittadine, percorse quotidianamente senza fretta e senza scopo. Il flâneur, in questa tradizione culturale, è visto come uno studioso della vita moderna, un “ozioso affaccendato”, come lo ha definito qualcuno, estraneo al mondo del lavoro e della produzione capitalistica, che contempla la realtà con un atteggiamento misto di distacco e partecipazione.

Il flâneur è infatti una figura dinamica: può stazionare seduto al tavolino di un bistrò osservando il caleidoscopico mondo che scorre davanti a lui, ma più frequentemente è un passeggiatore instancabile, che copre distanze ragguardevoli, percorrendo itinerari casuali, mai programmati. Il flâneur infatti è un animale urbano, un solitario che però ama la folla; o meglio, ne è attratto ma la fugge allo stesso tempo, come raccconta bene Edgar Allan Poe, il maestro di Baudelaire, ne “L’uomo della folla”, altro testo chiave per comprendere a pieno il senso della flânerie.

E’ un camminatore, quindi, come il protagonista de “La passeggiata”, un altro classico sull’argomento, un bellissimo racconto scritto da Robert Walser nel 1917. E di indole nomade ed errabonda è anche il protagonista dei “Quaderni di Malte Laurids Brigge” (1910) di Rainer Maria Rilke, che introduce però un altro aspetto della figura del flâneur, e cioè l’inquietudine, il senso di estraneità dell’individuo in una Parigi infernale, segreta e sotterranea, in cui il protagonista vaga come in preda a un delirio allucinatorio. L’ultimo importante esempio di letteratura della flânerie è individuabile infine nella “Trilogia di New York” di Paul Auster, in cui il passeggiatore solitario protagonista dell’opera è trasformato in un detective alla ricerca del senso della vita nella metropoli straniante e labirintica.

Ma arriviamo ai giorni nostri. E a questioni meno letterarie. Esiste la versione contemporanea, magari al femminile, del flâneur? Secondo Elizabeth Wilson, si tratta, per ragioni storiche e culturali, di una figura essenzialmente maschile, anche se la modernità ha prodotto una versione femminile di flâneuse, incline però più allo shopping che alla contemplazione. E le percentuali di acquisti online fatti da mani femminili lo dimostrano, dollari, euro o yen che siano alla mano, così come il tempo che il genere femminile dedica alle passeggiate online.

L’ultima frontiera della flânerie sembra essere data proprio dal web, tanto che alcuni parlano di cyberflâneur, un solitario navigatore della rete che per curiosità e voyeurismo osserva il multiforme spettacolo del mondo virtuale, mosso più dal desiderio di perdersi che di trovare, di condividere che di appropriarsi, facendo propria quella dimensione più oblativa e antieconomica che sembra essere la cifra più profonda del mito del flâneur. Come dire: cambiano le strade, ma il passo dell’indolente è sempre quello?

Non è proprio così. È vero, la rete ha reso tutti noi un po’ più nomadi e vagabondi, curiosi ricercatori di conoscenze alternative, esploratori di territori non battuti, osservatori disinteressati del teatro del mondo… Ma è il concetto di serendipity (cui dedicheremo un prossimo articolo) ad aver ormai contagiato anche questo girare a caso per il web, traducendo lo storico significato “flaneriano”, dedito all’ozio puro, in qualcosa di più prosaico. Nel senso che, sì, va beh oziare, vagabondare, girovagare… ma portare a casa qualcosina no? Per saperne di più vi aspettiamo al prossimo articolo. E nel frattempo… buona passeggiata.

approfondimenti

Per saperne di più

 

Bibliografia

– Charles Baudelaire: “Lo Spleen di Parigi”, “I quadri di Parigi”, Il pittore della vita moderna”

– Edgar Allan Poe: “L’uomo della folla”

– Rainer Maria Rilke: “I quaderni di Malte Laurids Brigge”

– Guillaume Apollinaire: “Il flâneur di Parigi”

– Dino Campana: “I canti orfici”

– Robert Walser: “La passeggiata”

– Luis Aragon: “Il paesano di Parigi”

– Walter Benjamin: “I passages di Parigi”

– Paul Auster: “Trilogia di New York”

– Elizabeth Wilson: “The invisible flaneuse”

– Chris Jenks: “Watching your step”

– Giampaolo Nuvolati: “Lo sguardo vagabondo”

– Gaspare Armato: “Il senso storico del flaneur”

 

Siti internet consultati

– www.oubliettemagazine.com

– www.doppiozero.com

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