Dalla ricerca all’innovazione: i Big Data e le “magnifiche sorti e progressive”.

Nell’ambito della nostra rubrica sugli impatti concreti dell’innovazione sulla società, abbiamo preso in considerazione vari settori, come le infrastrutture, la scuola, la salute.
C’è un ambito però che si annoda all’innovazione, nel senso che la precede e la segue: la ricerca – ovvero l’indagare e lo studiare con criteri scientifici per scoprire e approfondire fatti, fenomeni e processi – produce innovazione e insieme ne è condizionata.
L’innovazione tecnologica, ad esempio, permette di compiere ricerche in campi anche lontani tra loro, che producono a loro volta innovazione, contribuendo a nutrire quelle che un celebre italiano (Giacomo Leopardi, con intento ben diverso, ci sia scusata la forzatura!) chiamava le “magnifiche sorti e progressive”.

È il caso dei Big Data: ogni giorno ne vengono prodotti flussi che hanno superato l’ordine degli Zettabyte: per trattarli e analizzarli è necessario un approccio scientifico integrato, che ha bisogno di adeguati strumenti tecnologici, infrastrutture e figure di specialisti come il data scientist capaci di riversarne il potenziale nel reale.

Abbiamo parlato in un articolo precedente del modello Emilia-Romagna, che si candida a polo europeo dei Big Data grazie a un tessuto fitto di enti, università e imprese che hanno investito risorse e ricerca.
La ricerca e la sua applicazione reale dialogano proficuamente anche in un progetto recentemente annunciato che vede protagonista la Fondazione trentina Bruno Kessler: grazie a un accordo di collaborazione con il Mit (Massachussets Institute of Technology), si punta a “sviluppare innovazioni applicabili alle aziende e al settore pubblico”.

La ricerca produce innovazione e insieme ne è condizionata… Condividi il Tweet

E pare che nel nostro paese sia stata colta almeno l’opportunità di questa sinergia tra ricerca e innovazione: secondo l’indagine effettuata dell’ente di certificazione Dnv Gl – Business Assurance e dall’istituto di ricerca Gfk Eurisko un’azienda su due in Italia ha investito sui Big Data.

Il capitale della ricerca tecnologica (come il cloud e l’Internet of Things) e quello umano di chi la studia, possono dunque incidere profondamente su numerosi settori del reale, che a loro volta diventano altrettante palestre di ricerca.
Ecco alcuni esempi di come la ricerca inneschi innovazione a effetto domino.
È il caso della cosiddetta Industry 4.0 con la digitalizzazione della produzione manifatturiera. Grazie all’Internet of Things ad esempio, è possibile mettere in contatto la fabbrica produttrice con il suo prodotto finito. Da questo incontro nascono masse enormi di informazioni che l’azienda può utilizzare per creare nuovi modelli di business, intervenire sui problemi tecnici e migliorare le prestazioni (pensiamo ad esempio al settore automobilistico).
La smart agricolture è la coltivazione abbinata a sistemi informatici e tecnologici.
Grazie all’analisi dei Big Data è possibile monitorare i parametri ambientali, avere informazioni sulle colture e sulle condizioni climatiche, migliorare la qualità del raccolto, raggiungere nuovi livelli di produttività e redditività, ma anche procedere in direzione di uno sviluppo più sostenibile.
C’è un tema infine sul quale la ricerca sui Big Data sta muovendo i primi passi, l’ambito assicurativo. Utilizzando le grandi moli di dati online le assicurazioni potrebbero godere di informazioni sui comportamenti degli assicurati e creare servizi ad personam.

Questo esempio lascia trapelare non solo le opportunità, ma le criticità che possono comportare gli effetti dell’innovazione sulla società, con riferimento a temi come la privacy e la sicurezza, che saranno oggetto di un prossimo articolo di 6memes.
E torniamo così al nostro Giacomo Leopardi, cui rubiamo ancora le parole, per chiudere dicendo che solo una ricerca scientifica seria – intesa in senso lato – porta con sé la consapevolezza della responsabilità necessaria per un’applicazione efficace e insieme valoriale dell’innovazione, perché le sorti siano – almeno un po’ più – magnifiche e progressive.

 

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