Le forme di un corpo in forma, ovvero il corpo percepito, immaginato e vissuto. Parte prima. Di Natalia Robusti.

La coscienza acuta di avere un corpo:
ecco cos’è l’assenza di salute.

Emil Cioran

Le forme del corpo

Iniziamo questo itinerario a tappe sulla rappresentazione culturale della salute e della malattia parlando di quello che ci contiene e – insieme – ci circonda: il nostro corpo.

Il mito della sua cura, infatti, al pari di quello della bellezza e della giovinezza, è un vero e proprio archetipo. Tanto che a ogni latitudine e in ogni tempo il corpo è raffigurato in variabilissime forme espressive che ne rappresentano – ma anche mimetizzano, contrastano, esaltano o censurano – la fragile e sofisticata natura.

Le forme del corpo umano, più o meno “belle”, più o meno in salute, sono non a caso celebrate da sempre dall’arte, nei secoli dei secoli, con alcune eccezioni storico-geografico-culturali che, ancora oggi, lo imbrigliano in una serie di censure e tabù spesso brutali. Dimostrando – loro malgrado – il ruolo cruciale che esso, il corpo, riveste nella cultura di ciascuno.

Il corpo: dalla celebrazione nell'#arte al mito della sua #cura. Condividi il Tweet

E siccome là, dove si celebra una forma, non possono né debbono mancare adeguate unità di misura, proseguo le mie riflessioni parlando di “canoni”.

Le cifre del corpo

Per canone, in questo ambito, si intendono gli schemi ripetibili e le formule matematiche (o, più in generale, le regole) che le varie parti del corpo debbono rispettare affinché questo risulti “bello” e armonioso.

Già nel 3000 a.C., in Egitto, è individuato ad esempio uno schema canonico particolarmente rigoroso rispetto alle sculture: le statue sono realizzate dividendo l’immagine (di solito rappresentante il Faraone) in ventuno parti.

In tale proporzione il giro-vita corrisponde all’undicesima parte e, così andando, il canone detta i vari numeri da seguire per ogni parte del corpo.

La stessa riflessione sul tema del bello, d’altro canto – che estende le sue ramificazioni verso opposti confini concettuali (tra cui da un lato quello dei sensi, e, dall’altro, quello della verità) – ha origini antiche: l’”Estetica” (cioè la disciplina che studia la bellezza in senso ampio) è argomento principe della filosofia greca, tanto che Aristotele le ha dedicato una delle sue opere più celebri.

Per questo, ancora oggi, si parla di canoni “classici” della bellezza, cui contrapporre – quasi fossero in antitesi – tutti gli altri.

Ma se il tema del bello è collegato al mondo dell’arte in una sorta di simbiosi simbolica (la stessa produzione artistica è spesso motivata dal desiderio di rappresentare la bellezza), il suo valore artistico non coincide con quello, chiamiamolo così, naturale. Non è infatti detto che il ritratto di un bel paesaggio sia necessariamente un bel quadro.

Accade così che il sistema sociale deputato per antonomasia alla valutazione della bellezza, ovvero quello dell’arte e la cultura, ha a sua volta altri canoni di riferimento, in una sorta di rappresentazione in forma di scatole cinesi in cui è impossibile trovare “la più bella del reame”.

Non bastasse questo, il senso del bello – quello che solitamente chiamiamo Gusto – si modifica nel tempo: esiste quindi un bello legato all’attualità, dunque all’estetica di un certo periodo, che in un’altra epoca si può ribaltare completamente.

E non parliamo di ere geologiche: pensiamo al sistema della moda, ad esempio, e a come appaiono ridicoli accessori e mise che solo pochi anni prima erano considerati top di gamma.

Non è bello ciò che è bello, insomma, ma è bello ciò che piace. E così facciamo contenti tutti.

Ma cosa c’entra tutto questo questo con il benessere? C’entra, e parecchio.

Non a caso sono moltissimi i detti popolari che ne declamano l’intreccio, legando l’estetica del corpo al suo stato di salute, tanto da dire che “non ha un bell’aspetto” di chi manifesta uno stato visibile di deperimento fisico.

I detti popolari lo ricordano: l'#estetica del #corpo è legata al suo stato di #salute. Condividi il Tweet

E qui facciamo un giro di boa attorno a un altro concetto legato alla corporeità e alla sua immagine: quello del “corpo percepito”, avvicinandoci in un battibaleno al legame indissolubile che vincola la sua forma alla sua salute.

Il corpo percepito

Abbiamo presentato l’articolo, non a caso, con una citazione di Cioran, che mette in piena luce un concetto all’apparenza banale eppure denso di significati molto spesso contrapposti, come accade per tutti i concetti complessi ben mimetizzati… Il nostro corpo, nel pieno delle sue funzioni, è per lo più silente, e dà segni di sé solo in occasioni – diciamo così – fuori scala.

Ciò che diamo quasi sempre per scontato, ovvero la nostra stessa percezione del corpo, non lo è affatto.

Potremmo anzi esordire con una sorta di gioco di parole: per sapere di avere un corpo, occorre prima di tutto avere un cervello. Perché – un po’ come per l’uovo e la gallina – anche in questo caso siamo in presenza di un’incerta filogenesi della questione.

Dicevamo del “cervello”, intendendo metaforicamente con questo termine tutte quelle attività di ricezione, elaborazione e condivisione delle informazioni di ogni natura (anche o forse soprattutto fisico-chimiche) che, in quanto esseri viventi, processiamo in ogni istante senza esserne consapevoli attraverso il nostro corpo.

Nel pieno delle sue frenetiche funzioni, infatti, il corpo scompare alla nostra percezione, per poi ricomparire – spesso in maniera dirompente – quando qualcosa non funziona dentro di noi (il corpo che ci contiene, con i suoi organi, i suoi apparati, i suoi meccanismi vitali) o fuori di noi (il corpo che ci circonda, e che attraverso gli organi di senso ci dà conto dell’ambiente in cui siamo immersi).

In questi casi la nostra percezione del corpo si fa più “viva”, attraverso meccanismi che potremmo sintetizzare in due parole: piacere o dolore. Bene o male, insomma. Concetti che, anche in questo caso, non sono necessariamente trasparenti come può sembrare.

Quando non funziona qualcosa dentro o fuori di noi il #corpo riappare nella nostra #percezione. Condividi il Tweet

Un esempio per tutti? Le sostanze stupefacenti, che ci fanno sentire bene anche se ci procurano danni, o le dipendenze in genere, che ci fanno sentire liberi nello stesso istante in cui ci legano a catene invisibili.

Ma c’è un’altra evenienza in cui il corpo si mostra, ed è anch’essa estetica (torniamo alle prime considerazioni), almeno nella sua manifestazione più evidente. La definizione esatta della questione passa attraverso un altro tag, quello dell’immagine corporea.

L’immagine corporea

L’immagine corporea è l’immagine e l’apparenza del corpo umano che ci formiamo nella mente,
e cioè il modo in cui il nostro corpo ci appare.

Paul Schilder – 1935

E qui gli anche gli specchi giocano brutti scherzi, dimostrandoci in primo luogo che la stessa rappresentazione del nostro corpo muta nel tempo, in una metamorfosi percettiva che spesso non porta con sé alcun cambiamento di forma, ma piuttosto una modifica del nostro sguardo.

È custodita nel vissuto di ciascuno, credo, la sensazione di starci più o meno bene, nel proprio corpo, in base a fattori spesso irrazionali, come il fatto di essere di volta in volta troppo alti o troppo bassi, troppo grassi piuttosto che magri…

Assai comune – soprattutto nel passaggio adolescenziale – questo sentiment valeva un tempo di più per le donne (cultura impera), ma, ultimamente, la questione è cambiata anche per gli uomini.

In uno sviluppo evolutivo che segmenta la rappresentazione del corpo in un continuum che parte dall’età infantile, attraversa l’adolescenza e raggiunge l’età adulta, la sensazione di “stare bene con sé stessi” è quindi minata fin dalle sue basi e più o meno consapevolmente dal nostro cervello, o, in questo caso, dalla sua estensione più inattingibile, ovvero la nostra “mente”.

Questa, sulla nostra immagine corporea, ci mette il suo carico da novanta aprendo le porte dall’interno a quella sorta di auto-profezia che si avvera che è la somatizzazione: da malessere interiore il problema si incarna come una stimmate, fino a raggiungere lo stadio di malattia vera e propria.

A complicare la questione c’è il concetto di schema corporeo, la cui primissima rappresentazione si “può far risalire alla seconda metà del XIX secolo nella ricerca fisiologica e neurologica dell’epoca.”

Tale schema, sinteticamente, affianca la nostra immagine corporea alla sua messa in azione, attraverso processi di consapevolezza attivati ad esempio da:

la percezione della posizione del corpo (in special modo degli arti) nello spazio;

la localizzazione dei vari stimoli cutanei avvertiti come piacevoli o meno;

la programmazione di movimenti di stasi, azione o difesa in base all’esterno.

Tale schema, attraverso l’ennesimo “set” di canoni culturali che ci portiamo appresso – ci guida nell’occupare, attraverso il nostro corpo, i luoghi fisici e culturali in cui ci muoviamo.

Ed è interessante notare come, anche in questo caso, lo stesso uso del corpo sia normato in maniera completamente diversa a seconda delle epoche e delle culture in cui è chiamato ad agire.

Pensiamo al fatto di gesticolare, ad esempio, più o meno consentito in base alle circostanze e ai luoghi sociali in cui abitiamo, ma anche alla postura, alla prossemica, a tutte le norme insomma della cosiddetta educazione.

Si tratta in questo caso dunque non di semplici “canoni”, ma di veri e propri script comportamentali che si debbono attivare o meno in base ai “frame” culturali di riferimento e che vincolano la nostra libertà di movimento tanto quanto le vere e proprie Leggi, arrivando a condizionare in maniera soprendentemente stringente il ben-essere o il mal-essere (reale o percepito) del nostro stesso Corpo.

E così, passo dopo passo, ci avviciniamo al tema del prossimo articolo, ovvero: “Il corpo in salute. Uno per tutti, tutti per uno”.

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