Virtualizzazione dell’esperienza dell’utente non solo per quanto riguarda le pratiche d’acquisto: il lavoro a distanza. Di Lilith Dellasanta.

Nei precedenti articoli abbiamo visto come l’adozione dei pagamenti digitali, già in trend crescente in epoca pre-Covid, sia stata accelerata dall’irrompere della pandemia. 

Ma implementare i processi di virtualizzazione del passaggio di denaro in risposta alle esigenze sanitarie (il che, auspicabilmente, aiuta anche contrastare l’evasione fiscale) richiede sia adeguate campagne di informazione che una riduzione dei costi per chi offre prodotti e servizi a fronte di piccoli pagamenti. Il che, forse, può arrivare a modificare anche il rapporto delle persone con la gestione delle proprie finanze. 

D’altro canto, la virtualizzazione delle esperienze delle persone ha coinvolto anche numerosi altri campi: nel periodo in cui tutto il mondo ha affrontato un lockdown più o meno lungo, è stato l’unico modo per “vestire” di normalità le giornate di chi rimaneva in casa. 

Di quali settori stiamo parlando? E soprattutto: tali cambiamenti introdotti in emergenza sono destinati a durare? Vediamolo insieme.

La virtualizzazione delle esperienze delle persone ha coinvolto numerosi campi: nel periodo in cui tutto il mondo ha affrontato il lockdown, è stato l’unico modo per “vestire” di normalità le giornate di chi rimaneva in casa Condividi il Tweet

Arti, saperi e mestieri…

La formazione e l’istruzione scolastica, il lavoro, ma anche l’arte in genere, gli spettacoli e le stesse prestazioni mediche fornite in modalità a distanza: questi sono alcuni dei settori in cui la “virtualizzazione” di tali esperienze ci hanno accompagnato in questi mesi, con caratteristiche di maggiore o minore urgenza, difficoltà o successo. Molte delle polemiche, rimostranze o congratulazioni sui traguardi raggiunti di conseguenza continueranno ad accompagnarci in futuro. 

Nei casi in cui hanno apportato un valore alla qualità della nostra la vita riusciranno probabilmente a radicarsi nell’esperienza, mentre negli altri casi sono probabilmente destinati a esaurirsi assieme alla contingenza emergenziale che li ha messi in moto.  

La formazione e l’istruzione, il lavoro, l’arte in genere e le prestazioni mediche fornite in modalità a distanza: ecco alcuni settori in cui la “virtualizzazione” di tali esperienze ci ha accompagnato in questi mesi Condividi il Tweet

In questo articolo, in specifico, ho così deciso di approfondire il tema del lavoro a distanza nelle sue versioni sia di smart working che nella semplice modalità di telelavoro, perché è senz’altro uno dei topic di maggior impatto nella nostra vita di individui e società.

Li trattiamo ora insieme intendendoli sotto la categoria generica di “modalità di lavoro online”, anche se occorre fare la premessa d’obbligo che questi due concetti sono diversi tra loro: 

  • con il primo si intende un lavoro che si svolge a distanza rispetto alla sede centrale, che comporta obblighi da parte del datore di lavoro di eseguire ispezioni per assicurarsi regolarità nello svolgimento, il rispetto di norme di sicurezza per il dipendente e per le apparecchiature tecnologiche utilizzate, e infine una regolamentazione di orario e riposi;
  • lo smart working, invece, non è legato a un luogo fisico fisso in cui lavorare, l’orario è autodeterminato e diventano centrali gli obiettivi da raggiungere.

Ne parliamo, ora, attraverso i DATI: con OneVoice abbiamo infatti analizzato più di 600 mila contenuti in italiano e inglese da novembre 2019 alla fine di settembre 2020. 

 

Telelavoro: soggetti, luoghi, tecnologia e organizzazione

Di telelavoro si discuteva già ben prima della diffusione dell’epidemia: in tre mesi (novembre-gennaio) abbiamo raccolto più di 8.000 contenuti, e la tag cloud mostra come i temi correlati siano legati a questi temi:

  • tecnologia (security, cloud)
  • soggetti  (small business, pa, aziende, imprese)
  • luoghi (ufficio, home, coworking)
  • organizzazione e tutela del lavoro (welfare, law, produttività)

e infine innovazione e futuro, un futuro che arriva improvvisamente.

Abbiamo raccolto la prima clip che associa il telelavoro al coronavirus il 23 gennaio: in un solo mese, fino al 21 febbraio, i contenuti raddoppiano da 89 a 167 giornalieri e delle 5.000 clip raccolte in questo periodo, ben un quarto menziona già il coronavirus. Si comincia a parlare del lavoro da remoto come una precauzione e una possibile reazione da organizzare per fronteggiare l’emergente epidemia, anche in Italia. 

A fine febbraio – naturalmente –  i contenuti si impennano, per raggiungere il picco a metà marzo, quando diventa chiaro che tutto il mondo, dopo l’incertezza iniziale, doveva organizzarsi quanto e come possibile per continuare le attività produttive, adeguando al mantra del “distanziamento sociale” i lavori che era possibile svolgere da remoto. 

Dalla primavera si stabilizzano a un livello sensibilmente più alto rispetto al periodo pre-pandemia, con una quantità di contenuti che testimonia quanto questa spinta eccezionale si candida per cambiare radicalmente molte delle abitudini lavorative. 

 

Come si arricchisce il panorama delle tematiche?

Con l’esperienza sul campo diventa più facile trovare il rovescio della medaglia, come testimonia l’andamento delle clip negative, che, da irrisorio prima della pandemia, si alza e poi resta stabile mentre il numero di contenuti positivi decresce.

Alla conciliazione delle esigenze familiari e lavorative fa specchio la difficoltà di concentrazione in spazi condivisi con persone impegnate in tutt’altro.

La necessità di fiducia tra lavoratore e azienda si accompagna ad una possibile “pigrizia” ma anche, al contrario, a un possibile eccesso del tempo lavorato che invade lo spazio domestico, non essendoci un distacco fisico. La serenità di poter lavorare senza sobbarcarsi gli spostamenti e i colleghi “molesti” ha come contraltare la solitudine e la perdita del senso del team.

Smartworking: la necessità di fiducia tra lavoratore e azienda si accompagna ad una possibile “pigrizia” ma anche, a un possibile eccesso del tempo lavorato che invade lo spazio domestico Condividi il Tweet

A tutto questo si aggiungono le discussioni riguardanti le dotazioni e la sicurezza, sia per il lavoratore che per l’azienda: chi si assicura dell’ergonomia delle sedute? chi paga la corrente elettrica e la connessione internet? come si gestisce la cyber security? Infatti, come vediamo dall’andamento dei contenuti riguardanti i sindacati, il picco di clip si protrae fino a maggio, restando sostenuto anche in seguito.

Alzando lo sguardo dal rapporto tra lavoratore e azienda, si trovano altri effetti sulla città: prima tra tutti la mobilità, che ha delle ricadute positive, assieme alla ristorazione, che presenta invece le evidenti preoccupazioni degli esercenti già provati dalla chiusura per la pandemia, e a fare i conti, ora, con le mancate pause pranzo.

Possiamo così osservare che sia Smartworking che telelavoro non sono più solo una innovazione che riguarda osservatori e progetti pilota, ma modalità concrete di lavoro e vita quotidiana che in molti hanno sperimentato direttamente. E se in Italia, quando finirà il periodo di emergenza, anche per lo smart working scadranno le misure straordinarie, e sarà dunque necessario un accordo tra il lavoratore e l’azienda o tra il sindacato e l’azienda, è chiaro che a questo punto, pare improbabile che si torni ai regimi pre-covid.

Sia Smartworking che telelavoro non sono più una innovazione che riguarda osservatori e progetti pilota, ma modalità concrete di lavoro e vita quotidiana che in molti hanno sperimentato direttamente Condividi il Tweet

Non a caso, anche in linea precauzionale, molte aziende si sono già organizzate con un’alternanza tra presenza e lavoro da remoto, e principi di rotazione tra i lavoratori.

 

 

Lilith Dellasanta


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)

ID Immagine 1: 64000820, di Galina Peshkova
ID Immagine 2: https://www.pexels.com/it-it/@kamo11235
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