Vecchie e nuove emergenze, digitali e non: l’infrazione dell’aspettativa e la risposta dell’Uomo CON la Macchina. Di Anna Pompilio.

Vecchie e nuove emergenze (digitali e no)

Quando ho cominciato a ragionare sull’interoperabilità per questa rubrica mi è tornato in mente un post di Luca Attias – ora a Capo del Dipartimento per la Trasformazione Digitale della PCM – che mi aveva molto colpito: da un lato per la sincerità con cui l’autore faceva autocritica rispetto al suo operato come Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, dall’altra perché sembrava ribadire che la strada intrapresa decenni prima sul tema era ancora tutta in salita.

Così ho pensato di chiedere direttamente alla fonte un confronto sull’argomento e ho mandato una mail all’Ing. Attias, non sperando troppo a dire il vero in una risposta, che invece è puntualmente arrivata dalla Segreteria del Capo dipartimento e che riporto di seguito.

Il tema che poni all’attenzione di Luca (e indirettamente ai suoi collaboratori tecnici) è senz’altro di interesse, a tal punto che Attias, nella quasi totalità dei suoi interventi pubblici di questi ultimi anni, pone la problematica che tu evidenzi come punto centrale delle sue presentazioni (su Internet puoi trovare alcuni di questi interventi o slide). 

Le “12.000 monarchie assolute” che egli individua all’interno della P.A., ognuna delle quali mantiene gelosamente il diritto “divino” ad operare sui propri datacenter e sulle proprie applicazioni, è un’anomalìa tutta italiana che va assolutamente superata. Come? La risposta è duplice.

La prima è relativa ad un approccio culturale, cioè va affrontato con un’incisiva opera formativa sui temi dell’innovazione digitale orientata alle figure apicali delle singole amministrazioni, che ignorano le potenzialità ed i vantaggi in termini economici e tecnici dell’utilizzo dei servizi IAAS (Infrastructure As A Service), cioè in cloud, senza contare i minori rischi di vulnerabilità di questa soluzione, o SAAS (Software As A Service), con l’utilizzo di applicazioni condivise operanti sul medesimo oggetto (es. protocollo informatico, controllo di gestione, ecc.) .

La seconda è operare in perfetta sinergia e coordinamento con la governance politica del Paese che dovrebbe avere questo obiettivo come vision, aldilà delle sterili suddivisioni partitiche, che impediscono un’azione continuativa degli obiettivi prefissati, ma che vengono continuamente messe in discussione solo perché programmate dal precedente governo. Concludendo, Luca è rimasto favorevolmente colpito dalla lettura della tua e-mail, e questo è un atteggiamento positivo, segno che nella società civile ed in quella professionale, le tematiche da lui evidenziate, anche se con notevoli difficoltà, iniziano ad essere percepite non come estranee, ma come una vera e propria “emergenza digitale”.

Interoperabilità delle P.A.: occorre operare in perfetta sinergia e coordinamento con la governance politica del Paese. Condividi il Tweet

Se c’è una cosa che penso si possa dire senza timore di smentita sulle emergenze in genere, mettendo per un attimo da parte qualunque altra considerazione, è che hanno tutte un costo molto alto in termini economici e, in ogni caso, una misura presa in un clima di emergenza, seppure ad impatto positivo come nel caso del lavoro “agile” di cui si parla in questi giorni,  “per essere davvero una svolta non deve restare misura di emergenza, ma diventare un modello da sperimentare e applicare anche in tempi ordinari” (Gianni Dominici, qui).

Se c’è un’altra cosa che abbiamo ormai tutti compreso è che i modelli da sperimentare e applicare, possibilmente in tempi non sospetti, passano non tanto per il nodo tecnologico –  benché anche quello abbia la sua importanza relativa – bensì attraverso la centralità di  altri fattori:

  • Governance: per la definizione delle strategie di innovazione e dei relativi piani di attuazione
  • Approccio culturale: per generare consapevolezza e coinvolgimento
  • Formazione: per colmare il gap di competenze.

Ragionavo su questo. Poi però si è scatenato il putiferio.

L’emergenza digitale ai tempi della pandemia

Se avessi scritto questo pezzo solo quindici giorni fa probabilmente starei riflettendo sul Change Management, il tuning tecnologico, l’AS IS, il TO BE e via di seguito, cercando di individuare e comprendere i motivi per cui il dialogo tra sistemi diversi non sta ancora funzionando, dopo più di un ventennio che se ne parla.

Nel frattempo però è arrivato un virus a minacciare la fine del mondo, ci si è resi conto che è necessario chiudersi in casa per non morire e mi chiedo se può ancora avere senso parlare di interoperabilità in questo preciso momento storico.

La risposta a questa domanda non può che essere affermativa anzi, direi che non solo ha senso, ma paradossalmente adesso ne ancora di più perché gli aspetti tecnologici si innestano su un sistema culturale che sta cambiando velocemente per adattarsi ai nuovi contesti creati dall’emergenza sanitaria. Non solo: il sistema culturale sta cambiando a livello mondiale e la portata di tutto questo è forse impossibile da valutare ora, nel momento in cui ne siamo ancora immersi.

Il primo effetto tuttavia si tocca con mano ed è l’accelerazione: fino a ieri sembrava impossibile smettere di uscire di casa tutti i giorni per incrociarci nel saliscendi di scale polverose di palazzi costruiti negli anni ’60, dove ancora risiedono i detentori di quel potere tossico raccontato da uno degli osservatori più acuti del nostro tempo. Palazzi di vetro nel verde di quartieri residenziali, all’ingresso di grandi arterie, nelle periferie dei poli tecnologici.

Se fossimo bravi paesaggisti, se fossimo Lorrain o Corot, attraverso quegli alberi e quei palazzi potremmo riuscire a restituire una visione del mondo, un modo di sentire la vita, ma siamo, in fondo, solo buoni mestieranti senza particolare talento e adesso, che non usciamo più di casa la mattina e il paesaggio non cambia dalla notte al giorno, dal giorno alla notte, la nostra visione del mondo è racchiusa qui, nei nostri schermi lucidi di disinfettante.

Ma non si possono più ignorare i vantaggi del superamento di alcuni pregiudizi – uno per tutti dicevamo verso il lavoro agile – perché se il sistema economico non sta già collassando è proprio grazie a chi ha creduto che quello interoperabile  fosse uno dei mondi possibili ed è ancora più importante non fermarsi adesso, continuare, ripensare e riprogettare i modelli organizzativi compresi quelli volti a realizzare la necessaria e incisiva opera formativa in una modalità che sia realmente nuova e duratura e non misura di emergenza.

In questo tempo di emergenza se il sistema economico non sta collassando è grazie a chi ha creduto che quello interoperabile fosse uno dei mondi possibili. Condividi il Tweet

L’infrazione dell’aspettativa

Mi chiedo, a questo punto della storia, se saremo finalmente capaci di lavorare insieme, di superare le suddivisioni partitiche e le monarchie assolute, se saremo finalmente capaci non solo di rispettare le regole ma di renderle inutili, mi chiedo se era davvero necessaria un’emergenza per mitigarne un’altra, se l’emergenza sanitaria sta curando quella digitale e se il virus umano alla fine farà bene alle macchine.

Non ho in proposito una risposta, come spesso capita tra queste righe, ma ho la certezza che sia necessario sovvertire il nostro pensiero: se fino a ieri era la nostra esperienza dal vivo ad essere mediata da un processo di conoscenza inconsapevole e sedimentata, in questa nuova quotidianità è esattamente il contrario, sono i nostri processi di conoscenza ad essere mediati dalla nostra esperienza dal vivo.

Ne usciremo solo se saremo ancora capaci di sorprenderci.


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Immagine di copertina:
ID Immagine 1: 22018010. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh       
ID Immagine 2: 88973574. Diritto d'autore: Konstantin Labunskiy
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Anna Pompilio
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