Co-Operiamo: le relazioni tra le persone nell’era della Co-Economy al tempo del Covid. Di Sara Di Paolo.

Co-Economy: un nuovo paradigma

La pandemia da Covid-19, caratterizzata da “distanza sociale”, autosegregazione e chiusure di fabbriche e uffici, sta paradossalmente accelerando il percorso di molte imprese verso l’attenzione alle persone, non più solo potenziali clienti, e verso la condivisione di un destino comune con il proprio territorio ma anche, come sta insegnando la situazione attuale, il resto del mondo.

In altre parole il Coronavirus sta rafforzando il nuovo paradigma economico che già andava affermandosi in tutto il mondo occidentale. Si tratta della Co-Economy (rif. “Co-Economy. Un’analisi delle forme socioeconomiche emergenti” a cura di Davide Lampugnani, introduzione di Mauro Magatti, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2018).

Significa attivare forme di scambio e azioni di tipo economico capaci di coniugare competizione e coesione sociale, in altre parole fare impresa prestando attenzione al territorio e alle persone, oltre che agli aspetti più prettamente economici e del profitto.

Non vuole dire “essere buoni” ma saper tenere insieme in misura crescente la dimensione economica e quella sociale. Le imprese private, grandi e piccole, che hanno questa visione si preoccupano degli aspetti sociali e ambientali non “dopo” il profitto ma “per” e “durante” la creazione del profitto, riuscendo a coniugare competizione e coesione sociale.

È in questo contesto che si affermano esperienze di cooperazione e condivisione tra le persone. Dalla gestione dei beni comuni alle benefit corporation, dai casi sempre più numerosi di co-housing e co-living ai più noti e diffusi esempi di co-working, le persone e di conseguenza le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l’utilità di fare le cose insieme.

Dai casi sempre più numerosi di co-housing, co-living ai più noti esempi di co-working, le persone e le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l'utilità di fare le cose insieme. Condividi il Tweet

Da gennaio ad oggi sono oltre 30mila i contenuti individuati in italiano e inglese, tra social, web e press che trattano questi temi (dati rilevati dal monitoraggio Words-Maps Group con strumenti Roialty).

Il co-working “pesa” per il 76% dei contenuti, rispetto a co-living e co-housing menzionati nel 24% degli articoli selezionati. L’87% dei messaggi sono in lingua inglese.

Anche in tempo di coronavirus, il dibattito sul tema non si ferma e non vede flessioni, in termini di quantità. Piuttosto si rilevano nuove riflessioni e il racconto di nuove esperienze.

C’è chi guarda avanti e approfitta del momento contingente per progettare il futuro: in Umbria il coworking Binario5 e Fondamenti lanciano una call per progetti innovativi che coinvolgano il territorio.

A Milano si lavora al nuovo DesignTech, primo Hub per l’innovazione tecnologica nel settore design. A Crevacuore (in provincia di Biella) studiano soluzioni di co-housing per anziani autosufficienti da realizzare quando questo difficile momento sarà superato.

Il Covid-19 ci costringe in casa ma non ci impedisce di fare ironia. Sui social ad esempio c’è chi si organizza: “Spazio di coworking in soggiorno, think tank in cucina, zona telefonate lunghe e moleste per gli altri coworkers in camera di mamma”. E c’è chi si domanda se dovremmo coniare nuovi slogan come “co(rona)-working” e “co(rona)-living”?

Prima le persone, poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia

Nella carrellata di eventi rinviati a causa del virus e di proposte formative o culturali a distanza, si distingue quella del co-working milanese Spazio Fuori Luogo che ha organizzato una sessione di disegno di nudo via Skype. Numerosi gli artisti che hanno aderito all’happening, alta la qualità delle opere prodotte. Insomma, stiamo chiusi in casa e cerchiamo le forme migliori per stare comunque insieme.

Non sarà forse proprio questo il concetto di “interoperabilità” che quest’anno 6Memes ci stimola ad affrontare? La parola interoperabilità nel monitoraggio compare 11 volte, sempre connessa a tematiche informatiche. Il concetto di interoperabilità tra gli uomini invece emerge molto spesso essendo il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che oggi rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico.

Il concetto di interoperabilità tra gli uomini è il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico. Condividi il Tweet

Tra le esperienze più interessanti, il progetto europeo SCC – sharing, cooperation, collaboration – unisce spazi di co-working, istituzioni d’istruzione superiore e comunità dell’innovazione, con l’obiettivo generale di stimolare lo sviluppo di spazi collaborativi per l’innovazione. In particolare, intende supportare la trasformazione di spazi di co-working in “spazi collaborativi” capaci di sviluppare metodologie di lavoro trans-settoriali e trans-nazionali grazie alla creazione di comunità “umane” e all’utilizzo di avanzati strumenti digitali.

Insomma dai primi elementi di questa indagine, tutto ci sembra dire: prima le persone – insieme fisicamente o in connessione tra comunità virtuali – poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia, a supporto dei primi due.

Sara Di Paolo


CREDITS IMMAGINI

Immagine di copertina (rielaborata)
ID Immagine 1: 98234393. Diritto d'autore: Kateryna Kon
ID Immagine 2: 36874933. Diritto d'autore: robuart
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Sara Di Paolo
Partner at Monitoring Emotion • Marketing Manager di Words • SOGEA Collegati su Linkedin Connettiti su Twitter fb

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