Anche in Italia è sorto il S.O.L.E.! Grazie a Riccardo Lodi e alla partecipazione di tanti!

Iniziamo questo articolo-intervista con alcune domande. Prima di tutto: come ha inizio un processo di apprendimento? E poi: quali sono le informazioni fondanti per la crescita e lo sviluppo di un bambino che dovrà misurarsi con un mondo i cui sviluppi sono ad oggi del tutto sconosciuti?
Non sono domande da poco, eppure sono soltanto alcuni dei quesiti cui ha cercato di dare una risposta concreta la nuova avventura di Riccardo Lodi che – con il contributo di alcuni sponsor, Maps Group di Parma, Comeser di Fidenza ed Esselunga – ha dato il via all’edizione made in Italy di un progetto che nel mondo non ha confini.

Per raccontare tutta la vicenda – prima di chiedere direttamente lumi al promotore di questa bella iniziativa – dobbiamo andare indietro nella storia del prof. Sugata Mitra (oggi docente di tecnologie didattiche presso l’Università di Newcastle), che, già nel 1999, decise assieme ad alcuni colleghi di portare un raggio di luce in una baraccopoli urbana a New Delhi, facendo letteralmente breccia in un muro, installandovi un PC collegato a Internet e lasciando tutto lì, con una telecamera nascosta a osservare quello che sarebbe accaduto.
Il risultato andò oltre ogni aspettativa: i bimbi iniziarono a utilizzare il computer per giocare, fare domande, interfacciarsi con il mondo e, in questo processo libero e autogestito, impararono non solo ad utilizzare lo strumento, ma si insegnarono l’un l’altro come fare. Il tutto in assenza di una qualsiasi vigilanza, docenza e tanto meno metodo di studio, in una “corsa” alla conoscenza spinta da un solo carburante: la curiosità.
Tale approccio, in seguito, è stato definito non a caso dal prof. Mitra come “educazione minimamente invasiva”.

La sua iniziativa, sperimentata per 14 anni e chiamata appunto S.O.L.E. (Self Organized Learning Environments), gli è valsa il Premio TED Prize nel 2013 con annessa l’assegnazione di 1 milione di dollari. Tale finanziamento è stato destinato a sostenere un progetto globale in grado di dar vita a una tipologia di scuola capace, grazie al cloud, di abbattere le barriere economico-logistiche-culturali in ogni dove, e di far crescere nei bambini la voglia di conoscenza alimentando nel frattempo il loro senso critico. Competenza, oggi, indispensabile.

Il progetto, da allora, di strada ne ha fatta tanta, sino a comprendere  una ventina di “presidi” negli USA, in Inghilterra, in Australia, in Messico, in Spagna, in Grecia, in Corea del Sud, in India in Africa, in Colombia e in Nuova Zelanda. La scuola inoltre, grazie alla sua piattaforma online, permette a chiunque lo desideri di impostare progetti simili in qualsiasi territorio.

S.O.L.E.: un giorno, grazie a Riccardo Lodi, la “scuola nel cloud” è arrivata anche da noi. Condividi il Tweet
In questo giro del mondo, un giorno, grazie a Riccardo, la “scuola nel cloud” è arrivata anche da noi. Approfittiamo quindi della sua disponibilità per sapere come, quando e perché, e soprattutto quali saranno le prossime mosse.

Ciao Riccardo. Grazie intanto per l’intervista e soprattutto complimenti per il tuo progetto. Siamo curiosi: come sei venuto a conoscenza di questa iniziativa?

Tutto nasce, come spesso accade, da un fatto personale. Avendo due figli in età scolare cercavo spunti per stimolarli ed essergli d’aiuto nella loro crescita.
Curiosando sulla piattaforma TED – che consiglio a tutti di esplorare – mi sono imbattuto nella conferenza di presentazione del progetto S.O.L.E.
Subito mi ha colpito la “semplice” genialità di un progetto che prevede l’uso di strumenti per noi ormai quotidiani eppure spesso connotati negativamente (a volte addirittura demonizzati), oppure, al contrario, considerati in se stessi risolutivi per criticità le più disparate, quando in realtà si tratta di strumenti che vanno sì utilizzati appieno per le immense possibilità che conferiscono a chi li utilizza, ma anche gestiti e governati con spirito critico e buon senso, a causa dei rischi di vario tipo che il loro utilizzo improprio può comportare.

Cosa ti ha mosso nella tua decisione di “importare” il progetto in Italia?

Come dicevo all’inizio, il progetto mi ha appassionato fin da subito. Nel tentativo di approfondirne la conoscenza e ricercando contatti in Italia che potessero darmi più informazioni, mi sono accorto che, nel nostro paese, non c’era nulla di simile nel nostro paese. A questo punto la mia esperienza professionale è entrata in campo, accendendo – come si dice – una lampadina. Occupandomi infatti da tanti anni di dipendenze di vario tipo, sono consapevole del fatto che il miglior modo per aiutare i giovani a utilizzare il computer, il web e tutto l’ecosistema digitale senza diventarne vittime (come purtroppo invece accade) è innanzitutto quello di conoscerlo e comprenderlo, così da padroneggiarlo anziché subirlo.

Una volta messe insieme queste due informazioni – l’esistenza del progetto SOLE e la mia consapevolezza sui rischi-opportunità per i giovani riguardo alle tecnologie online – mi sono messo in contatto con il dipartimento dell’Università di Newcastle che si occupa direttamente del progetto, così da avere maggiori informazioni e qualche suggerimento.
Nell’approfondire quindi ulteriormente queste tematiche mi sono reso conto di come possano essere del tutto complementari agli attuali percorsi scolastici in atto nel nostro paese.

A tal proposito, vorrei citare Rosetta Zan (Dipartimento di Matematica, Università di Pisa) che, in un suo testo riguardante l’insegnamento della matematica, ma applicabile a mio parere a tutte le scienze, afferma: “In un esercizio dato, l’errore è semplicemente l’indicatore di un fallimento, la prova di aver fatto qualcosa che non andava. (…) Affrontando un problema più complesso, invece, si prova una situazione nuova, senza una procedura da seguire. Così l’errore è messo nel conto, e se da un lato è percepito come inevitabile, dall’altro si pensa già a come superarlo. Questo assegna responsabilità ai ragazzi e li prepara alle sfide della vita”.

In questo preciso punto si inserisce il cuore del progetto SOLE, in cui esemplari non sono solo l’apprendimento lineare e in qualche modo istituzionalizzato della realtà, ma anche l’esperienza diretta e perfino l’errore.
Vorrei inoltre ricordare il progetto “Benchmarks for Scientific Literacy” della A.A.A.S. (American Association for the Advancement of Science), che, già nel 2013, metteva a fuoco come il processo di apprendimento nei bambini, specie in ambito scientifico, si sviluppi fin dai primi anni di scuola, mettendo le basi per le competenze e abilità necessarie, nel tempo, a gestire spiegazioni più complesse, suggerendo che l’educazione scientifica, inizialmente, dovrebbe concentrarsi nell’acquisire esperienza diretta dei fenomeni naturali e sociali, cimentandovisi in prima persona.

Come hai messo in pratica questi spunti e linee guida? Quali sono i risultati raggiunti di mano in mano?

L’esperienza iniziale, anche in questo caso, l’ho fatta in prima persona, grazie alla spinta di alcuni amici che, visto il mio entusiasmo, mi hanno stimolato a mettermi in gioco. Il primo laboratorio quindi l’ho realizzato con i miei due figli, che allora avevano 7 e 10 anni, e altri due bambini, immolati alla causa dai rispettivi genitori :-).
Nell’autunno del 2014 ho proseguito nell’avventura sistemando i bimbi in casa mia per un’ora alla settimana.
All’inizio chi ha avuto maggiori difficoltà sono stato proprio io: non capivo come pormi nei vari momenti dedicati alla ricerca, non riuscivo cioè a comprendere come fare per affiancarli, ma, nello stesso tempo, lasciare a loro l’autonomia e responsabilità della ricerca.

Ho chiesto così aiuto ai gestori della piattaforma S.O.L.E., ho migliorato il mio approccio, e, nel frattempo, ho ricevuto l’offerta di aiuto di una nonna americana che, all’interno del progetto Granny cloud, era disposta a collegarsi con noi ad ogni sessione per essere da stimolo ai bambini. L’arrivo di Kitty (questo è il suo nome) ha dato un notevole valore aggiunto alle mie sperimentazioni: utilizzando il cosiddetto metodo “wow” riusciva a coinvolgere tantissimo i bambini.

Le cose da lì in poi sono andate talmente bene che la sperimentazione è durata sino alla fine dell’anno scolastico, motivando i bambini a fare ricerche su argomenti che difficilmente vengono toccati nei percorsi scolastici tradizionali in quanto considerati troppo elevati per la loro età. Grazie poi all’interazione con Kitty, nello “zaino” della scuola nel cloud si è infilata anche la lingua inglese :-)

Così anche l’anno seguente (2015/2016), e sempre a casa mia, ho proseguito l’avventura con 8 bambini che hanno partecipato alle sessioni (ottobre/maggio) tutti i venerdì dalle 18.30 alle 19.30… E sottolineo il giorno e l’ora perché credo siano paradigmatici dell’entusiasmo dei bambini, trattandosi di un’ora tarda a fine settimana, dopo ben cinque giorni di scuola.

Quest’anno infine, grazie a don Francesco, parroco di Fognano (Parma) ho avuto la possibilità di utilizzare una stanza della parrocchia. Al suo aiuto si è aggiunto quello di alcuni sponsor grazie ho potuto allestire un ambiente adatto a portare avanti le sessioni con più di 10 bambini. A ottobre sono diventati poi 13, ed ora siamo in 20… L’aula è diventata un po’ stretta e tuttavia – contro ogni mia previsione, lo ammetto – nessuno “molla”! Anzi: qualcuno si lamenta pure, quando, per motivi di lavoro improcrastinabili, devo annullare una sessione.

  Beh, questi sono risultati davvero positivi! Vista la riuscita del progetto, quindi, in quale modo pensi di proseguire questa avventura?

In questi due anni e mezzo di sperimentazione ho consolidato alcune convinzioni e metodologie, mentre ne ho modificate altre.
Prima di tutto mi sono reso conto che questo progetto può integrarsi perfettamente nel percorso scolastico durante tutta la scuola dell’obbligo e anche oltre, cosa che dà la possibilità al progetto di essere messo in pratica senza creare né sovrapposizione educativa né affaticamento nei bambini interessati a seguirlo. Negli ultimi due anni, infatti, ho portato avanti alcune sessioni in due diverse scuole della provincia di Parma, e devo dire che ogni volta la risposta dei bambini è stata sorprendente.

È però importantissima la fascia d’età, individuabile tra gli otto e i tredici anni: in questa fase, infatti, i bambini sfruttano ancora la loro innata curiosità e possono innamorarsi del “Sapere”.
Una modifica importante che ho apportato al progetto è stata poi quella di coinvolgere esperti in varie materie che potessero porre ai bambini le domande giuste, così da essere loro di maggior stimolo rispetto al sottoscritto, che è sì dotato di molto entusiasmo, ma non certo non ha tutte le competenze necessarie al progetto.

Ad oggi la sperimentazione con gli esperti coinvolti (che ho riunito in un gruppo di cosiddetti “amici di SOLE Italia”), ha dato ottimi frutti: abbiamo portato avanti sessioni con un’esperta di matematica, una Psichiatra, una ricercatrice in medicina, e, se tutto andrà come spero, quest’anno dovrei riuscire a coinvolgere un paio di grandi nomi del mondo della Medicina e dell’Economia, oltre ad avere la disponibilità di una Chimica e di un Geologo.

Giunto a questo punto la meta ideale che vorrei prefiggermi è quella di un modulo progettuale dedicato al dopo-scuola, che permetta ai bambini di fare non solo i compiti assegnati, ma, in accordo con gli insegnanti, faccia anche scoprire loro il lato più spontaneo e entusiasmante legato all’apprendimento in sé, stimolandoli nella loro naturale, fecondissima curiosità.
Questo modulo potrebbe comprendere anche l’organizzazione di sessioni ad hoc su richiesta delle scuole, per integrare alcune materie scolastiche e ampliare le conoscenze dei bambini/ragazzi.

Uno dei fari che tengo sempre presente nel proseguire nel mio cammino progettuale è una lettera che Albert Einstein (tanto vale puntare in alto!) inviò a una bambina poco prima di morire.
Eravamo nel 1955, quando scrisse: “La cosa importante è non fermarsi mai di porre domande. La curiosità ha in sé la propria ragione di esistere. Non si può che non essere travolti dalla meraviglia contemplando i misteri del tempo, della vita, della meravigliosa struttura della realtà. E’ sufficiente se uno cerca semplicemente di comprendere un poco di questo mistero ogni giorno. Non smettere mai di meravigliarti”.

Questo punto di vista è il mio intento, la mia speranza e il mio obiettivo insieme!

Che altro aggiungere da parte nostra? Anche 6Memes è nato innanzitutto per porsi delle domande, ancora prima di avere le risposte. Perché ogni nuova scoperta parte da qui. Il nostro più grande augurio, quindi, di continuare a trovare e ispirare tanti, tantissimi interrogativi!

Per informazioni sull’iniziativa:
Riccardo Lodi, Parma. Email: lodiric@libero.it.

 

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