Ad armi impari: come trasformare un limite in una performance.

Parlando di performance, buone pratiche ed eccellenze, così come abbiamo fatto in questi mesi nella nostra rubrica “Performance da 10 e lode”, abbiamo talvolta toccato con mano come l’ostacolo, lungi dall’essere un cieco impedimento a qualcosa, può diventare invece lo stimolo principale per il superamento di un limite invalicabile. Questo è reso possibile da uno sforzo quasi immane che tuttavia, proprio come in una gara di atletica, oltrepassa in un balzo un ostacolo all’apparenza insormontabile. Accade insomma che quando alla performance è sotteso un limite da abbattere, le azioni diventano vere e proprie “gesta”.

Il mito e la storia stessa dell’Uomo, del resto, fondano la loro forza narrativa – e quindi il loro eterno rinnovarsi nel racconto attraverso le epoche – sull’eccezionalità degli uomini che compirono un’impresa. Uomini che seppero superare i limiti, imposti dalla natura all’essere umano stesso, per portare a termine atti che qualifichiamo come eroici o epici.
E se proprio l’epos ha fissato due paradigmi di performance, quali la forza fisica, il coraggio, la determinazione tutta corporea di un Achille da un lato, e l’astuzia, il sottile ragionare di un Ulisse dall’altro, a noi pare che questi poli siano destinati a durare anche oggi. In entrambi i casi si tratta infatti di qualità che sono appannaggio di ognuno, ma che in alcuni vengono portate all’estremo. E non è un caso che ciò accada spesso in condizioni o situazioni altrettanto estreme, come la guerra ad esempio, capace – purtroppo – di fare di alcuni uomini degli eroi.

In altri casi il limite sta tutto nelle regole del gioco e nel confronto con la performance altrui, come nello sport. Tanto che per definire lo scontro sportivo si usa la parola “agone” che richiama alla lotta, al combattimento: come la politica – si potrebbe dire – anche lo sport è una continuazione della guerra con mezzi (decisamente) più civili… A leggere le cronache sportive se ne trova traccia squisitamente linguistica, quando i componenti di una squadra sono definiti “guerrieri”, quando di un ciclista si dice “un uomo solo al comando”, quando una partita è detta “storica”, “leggendaria” o appunto “epica”.
Anche di recente diversi sportivi italiani sono saliti agli onori delle cronache per imprese al limite dell’impossibile come nel caso dell’alpinista Simone Moro che è stato il primo a raggiungere d’inverno una delle cime più temibili del mondo, il Nanga Parbat. O con prestazioni che paiono intramontabili come il portiere della nazionale Gigi Buffon che inanella un record dietro l’altro in quanto a presenze sportive e imbattibilità.

E se lo sport incarna in modo esemplare l’eccezionalità degli individui alla prova di sé, in altri ambiti i traguardi sono di natura intellettuale e il limite è la finitezza dell’uomo di fronte alle grandi domande del sapere: non sono forse eroici gli sforzi di tanti scienziati che per contribuire all’avanzamento delle conoscenze osano confrontarsi con il mistero dell’universo? Pensiamo ad esempio alla recente storica conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali da parte di un team scientifico italiano e di uno americano. O all’interesse che ha saputo suscitare l’astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna italiana nello spazio, con una prestazione scientifica sì, ma per nulla secondaria anche sul piano fisico, in quanto nulla ha da invidiare alle performance sportive di un atleta per resistenza e adattabilità a un ambiente “estremo”.

Veniamo poi al limite come molla del riscatto: qui la forza dell’umano emerge in maniera ancor più sorprendente, con tale evidenza da essere commovente.
Accade quando gli ostacoli che un individuo si trova di fronte sembrano invalicabili soprattutto perché non si tratta di nemici esterni, di avversari sportivi, o semplicemente di record da battere nel pieno della propria forza fisica. In quei casi l’avversario è dentro di sé, è una malattia, una disabilità, uno svantaggio intellettuale o fisico.
È qui che il concetto di performance si eleva a potenza: un risultato medio in questi casi sarebbe già un successo, il solo superare lo svantaggio sarebbe una vittoria. E invece vi sono persone capaci di primeggiare, annullando anche ai nostri occhi di spettatori la diversità e la differenza, con quello che immaginiamo essere uno sforzo sovrumano dettato da una grandiosa forza di volontà, mista a un fondo inesauribile di voglia di vivere e di passione.
Ci piace ricordare ad esempio la giovane Nicole Orlando, affetta da sindrome di down e atleta di fama mondiale, che si propone con una positività contagiosa: vittoriosa agli ultimi Mondiali per atleti down svoltisi in Sudafrica, nelle sue prime dichiarazioni già pensava a prepararsi alle Olimpiadi. Come Nicole Orlando, sono tante le persone che non si sono arrese a una disabilità acquisita o congenita, ma ne hanno fatto al contrario lo starter di una sfida sportiva, giocata forse prima di tutto con se stessi, come il pilota Alex Zanardi e Giusi Versace o Annalisa Minetti che sono approdate all’atletica proprio in seguito a una disabilità.

E infine il confronto ad armi impari, inseguendo l’eccellenza: il caso di un uomo che di recente, su un palcoscenico per lo più spensierato come quello di una manifestazione canora, ha scioccato il pubblico con una sobria e tuttavia potente manifestazione di forza intellettuale. Ezio Bosso, musicista di fama, colpito da una malattia invalidante, ha saputo reagire aggrappandosi probabilmente proprio alla vitalità del fare musica, letteralmente imparando di nuovo a parlare e a comporre, e ritornando a esprimere se stesso diffondendo una lezione di tenacia e di vigore intellettuale encomiabili.
Insomma, sia di conforto a noi comuni mortali il constatare di cosa è capace un essere umano, in grado di elevare se stesso oltre le avversità – talvolta indicibili – incontrate sul proprio cammino.

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