Alla ricerca dello schermo empatico. Intervista al professor Vittorio Gallese

Ci sono momenti, nella storia delle scoperte scientifiche portate a compimento, in cui vengono trovate le risposte non soltanto alle ipotesi formulate dagli scienziati all’inizio della ricerca, ma anche ad altri interrogativi che non erano oggetto di indagine diretta.
Tali quesiti – seppure imprevisti – si saldano così alle domande iniziali e le evidenze riscontrate nel loro insieme chiudono non solo il cerchio delle ricerche intraprese, ma aprono e dispiegano altri orizzonti di ricerca.
È il caso dei Neuroni Specchio, la scoperta dell’ormai celebre team del professor Giacomo Rizzolatti, di cui faceva parte anche il professor Vittorio Gallese, che ha dimostrato l’esistenza di particolari cellule motorie del cervello che non solo si attivano durante l’esecuzione di movimenti e azioni, ma sono in grado di svolgere una funzione percettiva, attivandosi anche durante l’osservazione di altri individui che eseguono movimenti e azioni simili.

Le scoperte successive hanno inoltre dimostrato come l’ambito motorio non fosse esclusivo, ma che tale meccanismo riguardasse anche il campo emotivo e sensoriale, con una serie di conseguenze a caduta in moltissimi ambiti scientifici e non solo.
Il professor Gallese – Ordinario di Fisiologia presso il Dipartimento di Neuroscienze della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Parma, Coordinatore del Dottorato in Neuroscienze e direttore della Scuola Dottorale di Medicina e Chirurgia e Medicina Veterinaria del medesimo Ateneo e dal 2010 anche Adjunct Senior Research Scholar, presso il Dept. of Art History and Archeology della Columbia University di New York – è particolarmente attivo in ricerche multidisciplinari che indagano le possibili applicazioni dei neuroni specchio e nell’opera di divulgazione di tale fondante scoperta. Questo anche grazie alle sue competenze umanistiche e alla sua naturale vocazione alla condivisione della conoscenza.

Quella dei Neuroni Specchio è d’altronde una scoperta non solo celebrata con sempre maggior interesse in ambito neuroscientifico sia in Italia che in Europa e oltreoceano, ma che coinvolge ormai in maniera diretta o tangenziale una serie importante di altre discipline, sia scientifiche che umanistiche.
Rispondendo con grande cortesia e disponibilità al nostro invito, il professor Gallese, di cui è recentissima l’uscita di un nuovo libro, “Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze”, scritto con Michele Guerra, ha fornito una serie di risposte appassionate e appassionanti alle domande che gli abbiamo posto, che spaziano dai Neuroni Specchio alla comunicazione, dalle pratiche Social all’importanza della creatività, dalla letteratura all’estetica. Con quella capacità di sguardo e di visione di chi ha fatto della conoscenza l’incarnazione non solo del proprio sapere, ma della propria passione per la ricerca e per l’umanità.
Ma vediamo come il professore ha risposto alle nostre tante domande poste  da Natalia Robusti  a nom e di 6MEMES.

Partiamo dalla scoperta dei neuroni specchio. Cosa si prova a veder realizzata una propria “predizione” in ambito scientifico, e di così vasta portata?

 

La scoperta dei neuroni specchio che è avvenuta per caso, è stata il frutto maturo di una ricerca condotta in modo molto diverso dall’allora prevalente metodologia d’indagine neurofisiologica. Invece di studiare il contributo ipotetico di una certa parte del cervello ad una data funzione percettiva, motoria o cognitiva, il nostro approccio era molto più ‘aperto’: eravamo interessati a comprendere quali fossero le proprietà funzionali dei neuroni che popolano le regioni motorie della corteccia cerebrale. In altre parole, non facevamo una sola ‘domanda’ ai neuroni, ma molte. Volevamo capire, ad esempio, se, quanto e come i neuroni motori, quelli cioè che controllano l’esecuzione delle azioni, rispondessero anche a stimoli sensoriali, come quelli tattili, visivi o uditivi.

Andavamo decisamente contro corrente nell’ipotizzare e cercare un ruolo percettivo del sistema motorio. Fino ai primi anni ottanta del secolo scorso prevaleva l’idea di una stretta divisione del lavoro nelle diverse aree cerebrali, caratterizzata da una rigida separazione tra percezione, cognizione e movimento.
Giacomo Rizzolatti e il gruppo di ricercatori da lui guidato, di cui, ancora studente, facevo già parte, in quegli anni mettevano in crisi quella visione, dimostrando come azione e percezione sono integrate da molti neuroni motori che rispondono anche a stimoli tattili, visivi e uditivi. Questa integrazione avviene in neuroni che controllano l’esecuzione di azioni, come afferrare oggetti con la mano. Avevamo scoperto che alcuni di questi neuroni, denominati poi ‘neuroni canonici’, si attivano anche in assenza di movimento, durante l’osservazione degli stessi oggetti di cui controllano l’afferramento. Grazie a questo meccanismo di simulazione motoria, l’oggetto visto è ‘tradotto’ in uno schema motorio, lo schema normalmente impiegato per afferrarlo.
Vedere un oggetto significa anche simularne l’afferramento. L’oggetto in questo modo è precettivamente ‘fatto proprio’ da chi lo guarda, perché viene mappato grazie ad una simulazione motoria, come target potenziale di un’azione ad esso diretta da parte dell’osservatore. Mentre studiavamo le proprietà di questi neuroni, ci siamo accorti che alcuni di essi non si attivavano durante la visione di oggetti, ma durante la visione delle nostre azioni su quegli stessi oggetti. In seguito decidemmo di utilizzare la metafora dello specchio per descriverli: la risposta visiva del neurone rispecchia quella motoria. Lo stesso neurone che controlla l’esecuzione di una propria azione risponde anche all’osservazione della stessa azione eseguita da altri. Il meccanismo di rispecchiamento è certamente alla base dei comportamenti mimetici e di apprendimento imitativo.

A questa prima scoperta ne sono seguite poi molte altre. La nostra ricerca, insieme a quella di molti altri colleghi in tutto il mondo, ha dimostrato che analoghi meccanismi di rispecchiamento sono presenti nel nostro cervello anche per le emozioni e le sensazioni. Le stesse aree cerebrali che si attivano quando ad esempio proviamo disgusto o dolore, oppure esperiamo una sensazione tattile, si attivano anche quando vediamo gli altri esperire le stesse emozioni e sensazioni.
Ho introdotto il modello della Simulazione Incarnata per descrivere un meccanismo funzionale di base del nostro cervello che ci mette in relazione con gli altri.
In pratica, riutilizziamo le stesse rappresentazioni neurali non linguistiche che presiedono alle nostre azioni, emozioni e sensazioni per riconoscerle negli altri. La simulazione incarnata è però solo uno dei meccanismi alla base della nostra intersoggettività, che è fondata anche su modalità più cognitive e inferenziali di comprensione dell’altro. Probabilmente la simulazione incarnata è il meccanismo più antico da un punto di vista evolutivo ed il più precoce a manifestarsi dal punto di vista dello sviluppo dei singoli individui.
Secondo la mia ipotesi, grazie alla simulazione incarnata abbiamo la possibilità di accedere in parte al mondo dell’altro dall’interno.
Grazie al riuso di circuiti neuronali che normalmente presiedono alle nostre azioni, emozioni e sensazioni, siamo in grado di comprendere in termini esperienziali le azioni, emozioni e sensazioni degli altri. La simulazione incarnata costituisce insomma un meccanismo di base e cruciale dell’intersoggettività.

La scoperta dei neuroni specchio è avvenuta per caso, ma non è stato un caso che a farla siamo stati noi. Eravamo pronti a ‘vedere’ quel tipo di proprietà perché sapevamo che il sistema motorio non ci fa solo muovere, ma ci aiuta anche a vedere il mondo intorno a noi. La novità più radicale della scoperta dei neuroni specchio e dei meccanismi di rispecchiamento poi scoperti nel cervello umano però è un’altra. E’ la dimostrazione di quanto fondamentale e costitutiva sia la relazione che ci lega agli altri. Anche a livello neurofisiologico c’è una dimensione condivisa: non solo le mie azioni, emozioni e sensazioni sono simili a quelle dell’altro, ma anche la sottostante base neurobiologica è in parte comune. L’altro è per noi anche qualcosa di più e di diverso da un oggetto da comprendere e interpretare. L’altro è un altro tu.”

La seconda domanda è la conseguenza della prima: a partire dal crescente interesse per queste tematiche, che in effetti cambiano molte cose, quali scenari modificherà, e in quali ambiti, questo differente punto di vista che – finalmente – cambia prospettiva rispetto al legame tra mente e corpo? Legame che, da parte ad esempio dei cosiddetti “artisti”, non è mai stato messo in dubbio?


Ha ragione. Cosa esprime il concetto di embodiment? Significa che parti corporee, azioni o rappresentazioni corporee svolgono un ruolo determinante nei processi cognitivi. Stati o processi mentali sono embodied nella misura in cui sono rappresentati in un formato corporeo. Uno stesso contenuto, a esempio un’azione o un’intenzione, possono essere rappresentati in un formato corporeo o proposizionale. L’idea è che il formato corporeo precede sia filogeneticamente che ontogeneticamente quello proposizionale. Non sappiamo con precisione se il formato proposizionale sia totalmente separato/separabile da quello corporeo. Personalmente sospetto che non lo sia. Ma rimane un dato di fatto che questi differenti formati rappresentazionali consentono di costruire contenuti molto diversificati. Mente e corpo sono due parole che descrivono aspetti diversi ma strettamente intrecciati della nostra natura biologica. Per secoli abbiamo tenuto separati il corpo dalla mente, la percezione dall’azione e l’Io dal Tu.
Fortunatamente oggi mi sembra che ci si stia muovendo in un’altra direzione, volta appunto a mettere in luce la cruciale importanza della corporeità per la coscienza, il pensiero e il linguaggio.

Prima di parlare però di estetica vorrei aggiungere qualcosa sul linguaggio. La simulazione incarnata ci parla di modalità non linguistiche di relazione intersoggettiva, ma ovviamente, se vogliamo comprendere appieno la natura umana, il linguaggio è imprescindibile. La scoperta dei neuroni specchio ha aperto anche nuove prospettive agli studi sul linguaggio. I neuroni specchio si attivano non soltanto quando si vede compiere un’azione, ma anche quando se ne sente parlare, o quando se ne legge.
Insieme al linguista cognitivo statunitense George Lakoff ho proposto lo stretto legame tra espressioni linguistiche, corpo e simulazione incarnata. Infatti, anche quando leggiamo metafore a sfondo corporeo – ad esempio a contenuto tattile, come ‘un carattere ruvido’ – attiviamo le aree sensori-motorie che mappano quelle stesse sensazioni, quando le esperiamo in senso letterale. La mia ipotesi del ‘riuso neuronale’ sostiene che utilizziamo meccanismi cerebrali originariamente evoluti per guidare le nostre interazioni col mondo, mettendoli poi anche al servizio di competenze molto più recenti dal punto di vista evolutivo, come quella linguistica.
Gli aspetti astratti del linguaggio rappresentano oggi la sfida principale per il nostro approccio, ed è a questi aspetti che stiamo dirigendo parte delle nostre ricerche.

In un articolo pubblicato nel 2011 con una studiosa di Letteratura Inglese all’Università del Texas di Austin, Hannah Chapelle Wojciehowski, ho proposto che il ‘senso del corpo’ (Feeling of body, FoB) sia un elemento importante del nostro coinvolgimento con la finzione narrativa. Il senso del corpo è l’esito di un meccanismo funzionale basilare reso possibile dal nostro sistema mente-corpo, la Simulazione Incarnata, che permette un accesso al mondo degli altri più diretto e meno mediato cognitivamente. La simulazione incarnata, come abbiamo visto, media la capacità di condividere il significato delle azioni, le intenzioni motorie di base, i sentimenti, e le emozioni degli altri, fondando così la nostra identificazione e connessione con gli altri. In accordo con questa ipotesi, l’intersoggettività dovrebbe essere intesa per lo più e principalmente come intercorporeità. La narrativa è una forma peculiare di intersoggettività mediata, dove il testo – il medium – permette ai lettori di ingaggiare relazioni di diverso tipo con i personaggi fittizi e con l’autore, attraverso di essi. I teorici della letteratura in anni recenti si sono interessati sempre di più alle scienze cognitive, ricorrendo soprattutto alla teoria della mente, suggerendo che molti livelli della creazione testuale possono essere spiegati da particolari caratteristiche meta-rappresentazionali del nostro cervello.
Credo che, al massimo, una teoria letteraria di questo tipo costituisca solo una delle varie modalità di approccio al testo letterario. Inoltre, questo approccio ignora o minimizza ciò che mi sembra un elemento fondamentale della relazione con il testo, sia da parte dell’autore che del lettore: il senso del corpo generato dalla simulazione incarnata. La mia proposta per una narratologia embodied, incarnata, è fondata sulla convinzione che un approccio di questo tipo possa gettare nuova luce sugli studi letterari, fornendo nuovi elementi sulla relazione dell’autore e dei lettori con il testo. La simulazione incarnata potrebbe essere rilevante per come facciamo esperienza della narrativa, per almeno due ragioni: Per prima cosa, a causa del senso del corpo attivato dai personaggi narrati e dalle situazioni con cui ci identifichiamo, grazie ai meccanismi di rispecchiamento e simulazione che generano nel lettore. In questo modo, la simulazione incarnata genera quel peculiare vedere-attraverso-gli-occhi-di che gioca un ruolo particolare nella nostra esperienza estetica. Secondo, per le memorie corporee e le associazioni immaginative che il materiale narrato evoca nelle nostre menti di lettori, senza il bisogno di rifletterci sopra esplicitamente.

Veniamo ora all’esperienza estetica. La fruizione di tutte le forme di finzione che oggi definiamo ‘artistiche’ implica aspetti comuni che possono oggi essere utilmente indagati anche dalle neuroscienze. Il sentimento di coinvolgimento corporeo suscitato da dipinti, sculture, forme architettoniche, cinema e letteratura, incrementa le nostre risposte emozionali a quegli stessi oggetti. Per ciò costituisce un ingrediente fondamentale della nostra esperienza estetica.
La mia teoria della Simulazione Incarnata mira appunto a cogliere questi aspetti. Al di sotto degli aspetti più francamente cognitivo-linguistici che guidano la nostra esperienza dell’arte, vi è una dimensione corporea – già intuita in passato da molti filosofi e storici dell’arte – che oggi siamo in grado di studiare empiricamente. La simulazione incarnata è rilevante per definire l’esperienza estetica in almeno tre modi: Primo, grazie ai sentimenti corporei suscitati dai contenuti delle opere d’arte con cui ci relazioniamo, per mezzo dei meccanismi di rispecchiamento che esse evocano. In questo modo la simulazione incarnata genera quel particolare coinvolgimento empatico che svolge un ruolo fondamentale nell’esperienza estetica. Secondo, in virtù delle memorie incarnate e delle associazioni immaginative che le opere d’arte risvegliano in chi le contempla: ognuno di noi proietta qualcosa di sé in ciò che guarda. Terzo, grazie alla possibilità che certe immagini hanno di risvegliare in chi le guarda la simulazione del gesto che le ha prodotte. Con una recente ricerca di Maria Alessandra Umiltà abbiamo dimostrato che quando guardiamo un taglio nella tela di Lucio Fontana attiviamo le aree motorie che presiedono ai gesti della nostra mano. E’ come se, grazie alla simulazione, l’opera ci dicesse qualcosa anche di come l’artista l’ha realizzata.

C’è poi un altro aspetto che distingue la simulazione incarnata guidata dall’immersione nei mondi di finzione legati all’arte, rispetto a quando questo meccanismo funzionale è attivato dalle situazioni della vita quotidiana. Effettivamente, la finzione artistica è spesso più forte della vita reale nell’evocare il nostro coinvolgimento attenzionale, emotivo e empatico. Perché? Forse perché durante un’esperienza estetica possiamo permetterci di perdere momentaneamente il contatto con la nostra realtà quotidiana. Liberiamo nuove energie e le mettiamo al servizio di una nuova dimensione che paradossalmente, può dimostrarsi più vivida della realtà prosaica della vita quotidiana. L’esperienza estetica delle opere d’arte, più che una sospensione di incredulità, può essere interpretata come una sorta di “simulazione liberata”. Quando leggiamo un romanzo, guardiamo un’opera d’arte, assistiamo ad un’opera teatrale o andiamo al cinema, la nostra simulazione incarnata si libera dal peso di dover modellare la nostra presenza sulle richieste della realtà quotidiana. Ci approcciamo all’arte da una distanza di sicurezza da cui la nostra apertura al mondo si magnifica. In un certo senso, apprezzare l’arte significa lasciarsi alle spalle il mondo per afferrarlo più pienamente. Attraverso uno stato in cui la nostra attenzione si concentra sul mondo narrato virtuale, possiamo impiegare a pieno le nostre risorse simulative, abbandonando momentaneamente le nostre barriere difensive nei confronti del mondo reale.

Movimento, tatto, e propriocezione sono co-implicati ogni volta che rivolgiamo il nostro sguardo sul mondo. Da ciò deriva secondo me la necessità di ripensare profondamente il rapporto tra espressione simbolica e comprensione estetica. Dobbiamo guardare all’estetica da una prospettiva che metta al centro la dimensione antropologica ed i suoi sostrati neurobiologici, focalizzandoci sul rapporto tra corpo-cervello e mondo. Conoscere di più e meglio i meccanismi che sottendono la produzione e la ricezione delle varie espressioni simboliche umane, mettendone in luce gli aspetti performativi e sensori-motori, può aiutarci a comunicare meglio e a strutturare meglio gli spazi della fruizione di immagini. Si aprono così nuove prospettive di ricerca per l’ottimizzazione della diffusione di immagini, così come per la loro fruizione. Ciò va dalle tecniche di comunicazione e web design alla progettazione di spazi museali e espositivi.

La comunicazione online – e dunque in differita – come si integra in questo modello di simulazione-incarnazione-risonanza, in cui il corpo è (o almeno sembra) assente, ad esclusione della vista e dell’udito? Il focus delle sue più recenti ricerche sul cinema e lo sguardo può essere oggi riferito anche al fenomeno dei video che oggi le statistiche dimostrano essere veicoli di trasmissione di informazione e comunicazione molto più rapidi degli altri sistemi linguistici (testi e immagini statiche)?

 

Viviamo in un’era caratterizzata da quella che Mark Hansen ha definito ‘technomimesis’. I nuovi mezzi di comunicazione sollecitano forme di condivisione e imitazione estremamente potenti e sempre più legati ad immagini che ritraggono il corpo umano. Più della comunicazione scritta, grazie ai social networks sono soprattutto le immagini e i filmati a diffondersi in modo ‘virale’.
L’introduzione delle nuove tecnologie digitali spodesta il linguaggio dal ruolo fin qui svolto di dominante vettore dell’esperienza della realtà, mettendo una nuova visualità non linguistica ma corporea al centro della nostra esperienza del mondo. La modernizzazione tecnologica dell’età post-moderna, paradossalmente, riporta il corpo al centro del rapporto instaurabile con una realtà sempre più mediata dalla rappresentazione visiva digitale interattiva. La crescente autonomia del mondo materiale digitale colonizza sempre di più il nostro immaginario, esternalizzando al contempo le nostre memorie.

L’immediatezza del reale che ogni giorno contempliamo da schermi che ci seguono ovunque prende il posto del nostro immaginario, sostituendovisi.
Secondo Walter Benjamin il film dà origine ad una nuova regione di coscienza che fa riferimento ad un inedito impiego delle nostre facoltà mimetiche, ed in cui la visione da meramente ottica diviene aptica, multimodale. Negli ultimi cinque anni ho intrapreso una collaborazione con Michele Guerra, studioso di cinema all’Università di Parma, che ci ha portato a studiare le immagini in movimento con un approccio multidisciplinare, combinando teoria del film e dei media e neuroscienze. Queste ricerche e le ipotesi che le hanno ispirate sono alla base del nostro ultimo libro “Lo Schermo Empatico”. L’obiettivo non è quello di sostituire le neuroscienze alle scienze umane, ma solo offrire un nuovo livello di descrizione che può arricchire le nostre conoscenze.

Una delle tesi sostenute nel libro è che il confine tra ciò che chiamiamo “reale” e il mondo immaginario e immaginato è molto meno netto di quanto si potrebbe pensare. Vedere e immaginare di vedere, agire e immaginare di agire, esperire un’emozione e immaginarsela, si fondano sull’attivazione di circuiti cerebrali in parte identici, grazie alla simulazione incarnata. Lo stesso vale per stimoli veicolati da strumenti di comunicazione di massa come schermi video, computers, tablets o telefonini. Questi nuovi media, in più, offrono nuove modalità d’interazione, richiedendo un nostro ruolo attivo e corporeo sulle immagini, grazie alla tecnologia touch. Le Go-pro Cams, poi, consentono nuovi livelli di riprese soggettive ‘quasi perfette’. Tutte queste innovazioni tecnologiche pongono nuovi quesiti teorici e suggeriscono nuove esplorazioni empiriche.

Una curiosità, a questo punto: le reti neurali artificiali (modelli matematici che simulano l’interconnessione tra elementi definiti neuroni artificiali) sono stati nei decenni scorsi oggetto di studio in ambito informatico e tecnologico, per poi subire uno stop ed essere oggi riattualizzati. La scoperta dei Neuroni Specchio può dare un ulteriore impulso a questo fenomeno?

 

I neuroni specchio non offrono una spiegazione a tutto. Le reti neurali, storicamente hanno cercato di replicare la modalità di funzionamento dei neuroni reali, ma sulla base di molte assunzioni molto lontane dalla prospettiva dell’embodied cognition. Tali assunzioni non hanno trovato conferme empiriche.
Ho molti dubbi che queste reti funzionino realmente come il nostro cervello. Questo scetticismo nasce dalla convinzione che non si comprenda appieno il cervello se lo si trasforma in una macchina computazionale e soprattutto se lo si separa dal corpo. I meccanismi di rispecchiamento e la simulazione incarnata, però, possono ispirare il funzionamento di algoritmi che usino la corporeità come un indice. Secondo me contenuti espressi con metafore corporee e con riferimenti ad aspetti pragmatico-performativi hanno maggiori possibilità di essere compresi e memorizzati. Credo che le teorie della comunicazione e la sua prassi non possano non essere influenzate da questo nuovo modello della percezione e delle relazioni intersoggettive.

Cambiando ora tema, un’ultima domanda: le piattaforme social – con la loro sintonizzazione (anche semplicistica) in tema di opinione pubblica velocemente condivisa – possono configurarsi come una sorta di prolungamento dei nostri sistemi percettivi?

 

Il nostro sistema cervello/corpo si è evoluto nel corso di milioni di anni per interagire con un mondo fisico popolato da oggetti inanimati e altri corpi viventi. Il rapporto con la rappresentazione “artificiale” del reale, dagli affreschi paleolitici di Lascaux in poi, ha tradizionalmente costituito una porzione marginale del nostro rapporto con la realtà. Dall’invenzione della scrittura in poi, siamo consapevoli di porzioni sempre più consistenti di ciò che riteniamo reale solo indirettamente, attraverso la mediazione delle rappresentazioni linguistico-narrative. Nell’età contemporanea poi assistiamo di fatto a un ribaltamento delle proporzioni tra ‘reale’ e ‘virtuale’. Per milioni di uomini e donne il rapporto con la realtà avviene sempre di più attraverso la sua rappresentazione mediatica. Ciò vale per i telegiornali o i reality shows, come per i social networks. Per un numero crescente di persone è reale solo ciò che i mezzi di comunicazione di massa rappresentano. Il senso di ciò che è reale e di ciò che non lo è può esserne profondamente condizionato. Ciò può condurre a una profonda modificazione dei sistemi valoriali, fino a condizionare anche i comportamenti dei singoli individui.
Vari studi dimostrano, ad esempio, l’erroneità della nostra percezione delle convinzioni che riteniamo essere largamente condivise dall’opinione pubblica.
Questi errori di valutazione derivano almeno in parte dall’essere immersi in un mondo di informazioni condivise con persone molto simili a noi, quasi tutte scelte direttamente da noi. Le neuroscienze, avendo la possibilità di decostruire e comprendere le modalità con cui il corpo si interfaccia col mondo ‘reale’ e con quello digitalizzato, possono per così dire svelarne il gioco, fornendo strumenti per progettare nuovi contesti e nuove mediazioni e, forse in un futuro futuribile, persino i mattoni con cui realizzarli. Credo che su tutti questi temi in futuro le neuroscienze potranno dirci molto.

*  *  *

Al termine di questa imperdibile conversazione, vogliamo congedarci non solo con un grazie di cuore al professor Gallese per il tempo che ci ha dedicato, ma anche con un invito ai nostri visitatori alla lettura del suo libro,  Lo schermo empatico davvero interessante e originale.

In esso, un “neuroscienziato e un teorico del cinema analizzano alcuni grandi capolavori (Notorious, Persona, Shining, Il silenzio degli innocenti) a partire dal tipo di coinvolgimento che questi film esercitano sul corpo degli spettatori e dalle forme di simulazione prodotte dai movimenti della macchina da presa e dal montaggio. (…) L’obiettivo è comprendere i molteplici meccanismi di risonanza che costituiscono uno dei grandi segreti dell’arte cinematografica e riflettere sul potere delle immagini in movimento, che in forme sempre più nuove e pervasive fanno parte della nostra vita di tutti i giorni.” Buona lettura, dunque. Anzi, buona visione!

Vai alla versione inglese dell’Intervista

Lo schermo empatico

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