Parliamo di modelli, mappe e innovazione. Percepire equivale a comprendere? Intervista al prof. Giulio Destri, Business Advisor nel settore ICT pubblico e privato.

Iniziamo questa interessante chiacchierata col professor Destri partendo come si dice, dall’inizio…

Perché percepire e comprendere non sono la stessa cosa? Non si tratta di una distinzione troppo sofisticata?

È il mondo stesso, ad essere complesso, e di conseguenza è normale approcciarlo da diversi punti di vista. Non farlo, sarebbe arrendersi in partenza.
Nel mondo infatti, che per semplificazione chiamiamo reale, sono presenti tantissime componenti, spesso in relazione tra loro grazie a legami difficili da analizzare e comprendere, talvolta addirittura ancora ignoti.

Le stesse singole parti che compongono il mondo in quanto tale – come ad esempio una città, un’automobile, un organismo vivente o un bosco – sono altamente complesse, e la loro analisi è un’operazione difficile e lunga, anche se il più delle volte non ce ne rendiamo conto.
Anche addentrasi in queste stesse riflessioni non è semplice: per questo chi si occupa di formazione e innovazione ha un ruolo in più da assolvere: fare da traduttore, da mediatore tra la visione più articolata della realtà e la sua percezione a livello diffuso.

In alcune occasioni, infatti, anche solo il fatto di avvicinarsi a questioni complesse può generare nelle persone un timore anticipatorio, con la conseguenza di allontanarsene a priori. In altri casi, invece, da pochissimi fatti si ritiene di avere capito completamente una situazione molto articolata, e quindi si pensa di essere in grado di esprimere giudizi o prendere decisioni sulla base di informazioni attendibili anche se in realtà non è così.

 

Capisco. E credo che ognuno di noi, nel suo quotidiano, può facilmente rintracciare esempi di quello che stai descrivendo. Come ci si può orientare in questo continuum senza incorrere nei due opposti errori?

Intanto occorre esplicitare un concetto che sembra banale, ma non lo è: non si può definire a priori quale sia il modo giusto di procedere.
Per farlo, in generale, occorre aumentare la nostra auto-consapevolezza sui processi percettivi, comportamentali e decisionali della nostra specie. Dobbiamo cioè essere consapevoli di come percepiamo la realtà e di come alcuni meccanismi possono aiutarci a comprenderla in maniera più verosimile.

D’accordo! Allora cambio domanda, Giulio, e ti chiedo: la realtà è “oggettiva”?

Partirei da prima ancora, ovvero dalla stessa realtà fisica che percepiamo intorno a noi, e mi chiederei in primo luogo: cosa è davvero la realtà? Per rispondere in maniera adeguata dobbiamo fare affidamento su quanto ci dicono le varie teorie scientifiche, più o meno recenti, quasi sempre confermate da esperimenti ed osservazione.

Intanto dobbiamo ricordare che l’universo – e più in specifico il mondo che ci circonda – è formato non solo da materia, ma anche da energia.
Anzi, l’energia è, parafrasando Einstein, un’altra faccia della materia. Non solo: esiste in varie forme, e dalla sua interazione con la materia e i suoi componenti elementari nasce il mondo così come noi lo conosciamo.
La materia infatti è formata da (tanto) vuoto e da particelle elementari (elettroni, protoni e neutroni), raggruppate in insiemi ordinati chiamati atomi.

Un atomo può essere così immaginato come un piccolo sistema solare in cui al centro sta il nucleo, una sorta di “sole”, formato da protoni e neutroni e intorno al quale ruotano, come se fossero pianeti, gli elettroni, molto più piccoli. (Secondo i modelli più recenti descrivere come orbite le traiettorie degli elettroni è una semplificazione eccessiva e si preferisce parlare di orbitali, ovvero zone dello spazio intorno al nucleo ove esiste una certa probabilità di trovare l’elettrone).
Neutroni e protoni sono tenuti insieme nel nucleo da una forza (l’azione di una energia che si manifesta nelle interazioni fra elementi della materia) chiamata forza nucleare forte. Scambi di energia possono avvenire fra atomi attraverso i fotoni, ossia i componenti elementari della radiazione elettromagnetica.

Tutto ciò accade davanti ai nostri occhi, eppure ci risulta impercettibile.
Già a livello macroscopico, dunque, noi avvertiamo solo alcune parti della cosiddetta realtà: la luce visibile, ad esempio, che è il nostro primo mezzo per la conoscenza del mondo; ma anche le onde radio che usiamo quotidianamente anche nei nostri apparecchi elettronici, o i raggi ultravioletti con cui ci abbronziamo (o scottiamo), i raggi X con cui ci vengono fatte le radiografie ecc… Di tutta la restante parte di energia non ne abbiamo alcuna percezione e tanto meno sensazione.

Cosa ci dice tutto questo? Cosa ci fa vedere e toccare con mano?
In primo luogo che solo una parte (minima) della realtà è direttamente accessibile al nostro sistema percettivo. In secondo luogo che, grazie ad esempio alla descrizione del sistema dell’atomo sopra indicata, noi possiamo, dentro la nostra mente, vedere, toccare e sentire tutti i componenti della materia, anche se in maniera indiretta, mediata dalla nostra ragione e immaginazione.

Possiamo cioè costruire un modello – o meglio, più modelli – di questa realtà, creandone una versione semplificata e quindi rappresentabile nella nostra mente.
Subito dopo, grazie a questi modelli, possiamo spiegare in modo soddisfacente quello che è il comportamento della realtà intorno a noi, ossia il nostro mondo.
E questo è vero a partire dai componenti elementari della materia e dell’energia sino ai sistemi macroscopici più grandi, come nel caso del nostro pianeta, della nostra galassia e dell’intero universo.

Stai parlando di concetti astratti, quindi, come sono quelli di modello e di metafora?

Senza dubbio. E occorre farlo non per complicare le cose, ma per i motivi che abbiamo chiarito fin qui.
Per comprendere davvero un componente del mondo reale non abbiamo infatti – ad oggi – altro modo se non procedere attraverso i modelli, ovvero versioni semplificate del sistema reale cui si riferiscono e di cui conservano alcune caratteristiche, quelle sufficienti per lo scopo di analisi e/o comprensione che abbiamo in mente (per approfondire, si veda la nota [6]).

Chiariamo subito una cosa: un modello non è una copia. È piuttosto una rappresentazione, un’immagine, una descrizione, una formula matematica o un oggetto che sottolinea i tratti essenziali dell’originale del mondo reale: ciò che lo fa funzionare e/od operare nel mondo fisico.
Questi aspetti comprendono elementi chiave e relazioni che esistono fra di essi, oltre che le loro proprietà e le loro dinamiche. Che si tratti di un modello in scala di un’automobile, di un file CAD di un edificio, di un diagramma di un fenomeno biologico o di una descrizione di un processo economico, si tratta sempre di un modello.

Inoltre, per poter essere utile nella comprensione del sistema reale cui si riferisce, il modello deve quasi sempre essere in brado di ridurre le caratteristiche del sistema cui si riferisce.
Pensiamo per esempio ad una mappa del territorio come quelle che ci da il servizio Google Maps. Tale mappa riporta tutte le caratteristiche del territorio? Senz’altro no. Per poterle riportare veramente tutte dovrebbe essere una mappa in scala 1:1.

Ma allora sarebbe utile come mappa? No, nemmeno in questo caso. Come ci dice Faulkner, infatti: “Creare modelli significa creare mondi. Una mappa o un modello evidenzia certi aspetti rispetto all’originale e ne oscura altri. Questo aumenta l’importanza di ciò che viene evidenziato” (per approfondire, si veda la nota [4]).

Possiamo concludere quindi che il modello è utile quando ha caratteristiche sufficienti per comprendere il comportamento/funzionamento dell’originale. La scelta delle caratteristiche dell’originale da mantenere ed evidenziare nel modello ne definisce anche l’utilità. Va infine ricordato che nemmeno tale scelta è assoluta, ma varia in funzione del contesto.

Cosa ci puoi dire invece di un altro sistema di rappresentazione, quello della metafora? Che è tra l’altro utilizzabile in tante forme espressive, comprese quelle letterarie e poetiche?

Il concetto di modello può essere utilizzato anche in un’altra forma, come abbiamo ad esempio fatto per la descrizione degli atomi.

Per spiegare l’atomo abbiamo infatti utilizzato un’analogia con qualcosa che si suppone noto a priori, il sistema solare. Bene: questa è una vera e propria metafora che, in letteratura, definisce la sostituzione di un termine con un altro connesso al primo attraverso un rapporto di parziale sovrapposizione semantica, ossia di significato. Parlare di “leone” intendendo “persona coraggiosa” è ad esempio un’altra metafora…

Nel nostro contesto specifico  intendiamo il termine metafora come l’uso “di un modello simile in qualche modo al concetto per fare meglio comprendere il concetto stesso”.
Costruire modelli è qualcosa che facciamo molto spesso nella nostra vita, a livello inconscio, anche in relazione alla realtà quotidiana. Realtà che percepiamo attraverso i nostri sensi.

Entriamo quindi più nel vivo della questione allora. Parliamo di realtà e di percezione umana della realtà?

Volentieri. Per farlo dobbiamo tornare in primo luogo al nostro sistema percettivo. In quanto esseri umani, infatti, percepiamo il mondo attraverso i sensi, ovvero:

  • la vista – che percepisce un insieme ben specifico di radiazioni elettromagnetiche chiamato “luce visibile”;
  • l’udito – che percepisce un insieme ben specifico di vibrazioni meccaniche chiamato “suono udibile”;
  • l’olfatto – che percepisce un insieme di sostanze chimiche nell’aria generando gli stimoli chiamati odori;
  • il gusto – che percepisce un insieme di sostanze chimiche nella bocca generando gli stimoli chiamati sapori;
  • il tatto – che è in realtà composto da vari sotto-sensi:
    . tatto superficiale, che trasforma in stimolo sensoriale il contatto con la nostra pelle di superfici di solidi, liquidi o aria in movimento, dando origine ad esempio agli stimoli di pressione e termperatura, fastidio e dolore;
    . proprio-cezione, che ci permette di stabilire la posizione del nostro corpo nello spazio attraverso sensori posti nei muscoli, nelle articolazioni e nelle ossa, oltre che attraverso il senso dell’equilibrio posto nell’orecchio interno;
    . sensazioni di organi interni, che ci fa “sentire”, attraverso i gangli nervosi che li controllano, organi come il cuore o l’intestino e in alcuni casi “sentire” le emozioni entro tali organi (per approfondire, si veda la nota [5]).

Ne consegue che tutto ciò che possiamo percepire direttamente con i nostri sensi equivale non alla realtà in sé, ma alla nostra – soggettiva, arbitraria e contingente – percezione della realtà.
Con molti limiti: non possiamo vedere direttamente cose molto piccole come i batteri, non possiamo udire suoni al di fuori di un certo intervallo di frequenze (mentre altri animali possono), non possiamo vedere direttamente l’ultravioletto (mentre altri animali possono).

E nemmeno possiamo vedere i componenti elementari della materia, come gli atomi e le molecole, o le grandi strutture dell’universo come le galassie, se non attraverso strumenti tecnologici (come per esempio il telescopio) che ci hanno consentito di estendere l’azione dei nostri sensi.
E se gli esseri umani possono immaginare queste strutture, lo fanno, come descritto in precedenza, creando dei loro modelli nella propria mente o eventualmente rappresentandole attraverso metafore tratte dalla propria esperienza diretta.

Uno dei modelli più usati per le molecole è ad esempio quello a sfere e bastoncini, sufficiente per descrivere adeguatamente molte delle caratteristiche delle molecole:

 

modelli molecole

A questo punto, possiamo sostenere a ragion veduta che nella nostra mente possiamo rappresentare la realtà in modo diverso da quanto essa è oggettivamente, non solo traducendola e rappresentandola, ma alcune volte addirittura interpretandola.

E questo vale anche per operazioni come la lettura – che avviene a livello cerebrale, e non oculare – come è stato rilevato in numerosi test che provano che siamo in grado di riconoscere (entro certi limiti) anche parole la cui scrittura è stata deformata ad arte tramite la sostituzione di alcune lettere con altrettanti numeri la cui forma assomiglia alle lettere stesse.

Gli studi hanno infatti dimostrato che esistono due diversi sistemi di elaborazione al nostro interno (ovvero meccanismi cognitivi): il fast thinking, o pensiero veloce, e lo slow thinking, o pensiero lento (per approfondire, si veda la nota [8]).

Il primo è una forma di pensiero intuitiva e immediata che non richiede troppo sforzo, ossia in pratica consumo di glucosio da parte del cervello. È il tipo di pensiero che adottiamo quando pensiamo a un argomento di cui siamo esperti o con cui abbiamo a che fare tutti i giorni.

Un imbianchino, ad esempio, non ha bisogno di riflettere troppo a lungo su come fare la verniciatura di una parete: è un atto immediato perché per lui quotidiano. Per una persona che non ha mai fatto quest’attività, invece, già il pensare a come farla richiederebbe un maggiore impiego di energie e di ragionamento.
Il pensiero lento, al contrario, è una forma di ragionamento riflessiva e “faticosa” che richiede un certo impiego di energie (e quindi di glucosio) per potersi operare.

In modo analogo funziona la percezione: quando entriamo in un ambiente nuovo, come prima cosa diamo una “occhiata generale” all’ambiente stesso, così da farcene una idea di massima. Solo in un momento successivo concentriamo la nostra attenzione su alcuni aspetti particolari. Anche questo dimostra che non percepiamo in modo “oggettivo” la realtà: l’ambiente che analizziamo è sempre lo stesso, a cambiare è invece il nostro sguardo.

Gli esperti hanno dunque dimostrato (si vedano, ad esempio, le note  [7], [1] e [2]) che la nostra percezione è fortemente soggettiva. È come se i nostri canali sensoriali non fossero collegati direttamente alla mente “cosciente”, ma ci fossero dei filtri intermedi, in primis le emozioni.

Si può dire quindi ormai con certezza che l’interpretazione di quanto ricevuto dai sensi di ognuno è basata su codici interpretativi individuali, ossia sulla mappa del mondo pre-costituita dal vissuto, dall’esperienza e dalle competenze di chi riceve gli input sensoriali.

Mi piace l’associazione che fai tra l’idea di metafora a quella di mappa. Puoi entrare più nel dettaglio?

Volentieri. Lo faccio con una citazione di Alfred Korzybski: “La mappa non è il territorio”! (per approfondire, si veda la nota [3]).  Basti pensare alla descrizione di una città che abbiamo visitato e che conserviamo nella nostra memoria magari per condividerla con qualcuno nel racconto a tavola del nostro viaggio…

Tale “ricostruzione” è essa stessa – letteralmente – la nostra “idea” di quella città, la nostra rappresentazione personale e mentale dell’esperienza che in essa abbiamo fatto. Esperienza (tramutata in ricordo) che può non solo essere molto distante dalla realtà oggettiva, ma può anche cambiare nel tempo ai nostri stessi occhi, magari in base a qualche altra esperienza vissuta nel frattempo.

L’effetto della “mappa del mondo” è infatti essenzialmente suddivisibile in:

  • cancellazioni
  • generalizzazioni
  • distorsioni

Tutto ciò può trasformare completamente la nostra rappresentazione mentale interna della percezione rispetto alla percezione stessa. E può quindi modificare anche la nostra reazione a ciò che “pensiamo di percepire”.

Questo vale sempre, in ogni contesto e rispetto a ogni informazione con cui veniamo in contatto.
Immaginiamoci ad esempio nel momento in cui troviamo una busta verde chiaro nella nostra cassetta delle lettere: qual è il nostro primo pensiero sul suo contenuto?E di conseguenza: qual è la nostra reazione in proposito, reazione che si genera ancora prima di aprirla?

Questa è una tipica generalizzazione: in base a qualcosa che abbiamo vissuto precedentemente generalizziamo la nostra reazione. Ed è chiaro che, se non abbiamo mai ricevuto una multa per posta prima, il nostro pensiero nell’aprirla sarà molto più positivo rispetto a chi guida troppo velocemente :-).

Facciamo un altro esempio. Immaginiamo di avere da poco litigato con una persona. Nel momento in cui vediamo questa persona parlare con qualcun altro e guardare più volte nella nostra direzione, cosa pensiamo? Qual è la nostra reazione? Facilmente saremo preda di una distorsione, immaginando il peggio anche se così non è.
Infine: se durante una lunga riunione chi sta parlando è particolarmente noioso, usa termini insoliti o fortemente specialistici e non suscita alcun interesse in ciò che sta dicendo, noi memorizziamo quanto sta dicendo oppure vaghiamo con il pensiero altrove, magari senza accorgercene? Questo è il caso della cancellazione.

Ecco: la mappa del mondo si costruisce nel corso del tempo nella nostra mente, a partire dalle esperienze, principalmente nell’infanzia. La sua evoluzione dura tutta la vita. Lo studio, l’apprendimento, le esperienze di vita possono contribuire ad arricchirla.

Quindi possiamo dire che la mappa del mondo contiene anche regole di filtraggio della realtà costruite a partire dalle esperienze passate.

Le regole contenute nella nostra mappa mentale del mondo filtrano così la realtà percepita con i sensi e ci permettono di costruire modelli mentali o rappresentazioni mentali della realtà stessa.

Questa – così composta – diventa la nostra rappresentazione della realtà, l’unica che la nostra mente percepisce. Ne consegue che non è la realtà, ma un suo modello, più o meno fedele, che esiste esclusivamente dentro la nostra mente, ma a cui noi diamo molto rilievo, concedendogli addirittura lo statuto di realtà.

A questo punto sorge una domanda naturale: se è così, quale è la reale funzione della mappa del mondo? A cosa si deve la sua stessa esistenza e il rilievo che occupa nella vita di ciascuno?

In sostanza assolve a un compito primario, ovvero alla necessità di elaborare le informazioni ricevute dai sensi producendo una reazione in tempo utile. Tempestività che, nel caso dei nostri antenati, era indispensabile per sopravvivere nella savana.

Ma facciamo un esempio più vicino a noi. Mentre sto lavorando al PC seduto sulla sedia concentrato su quanto sto scrivendo, mi serve forse percepire la sedia stessa sotto di me, i vestiti sul corpo, il pavimento sotto i piedi e così via? Assolutamente no, si tratta di informazioni in quel momento irrilevanti e inutili, e dunque quegli stessi stimoli (che vengono comunque percepiti dai recettori sensoriali nel corpo) sono immediatamente cancellati.

Invece, generalizzare il concetto di porta mi consente di usare comunque una porta di tipo mai visto, con una maniglia “strana”, per entrare nella stanza al di la di essa.
Allo stesso modo, generalizzare il concetto di interfaccia utente mi consente di usare l’interfaccia utente di un nuovo smartphone senza leggere il libretto di istruzioni andando per analogia con quella di modelli di smartphone precedenti.

Quindi uno degli effetti tipici della mappa del mondo è proprio creare semplificazioni che portano a costruire modelli semplificati del mondo entro la nostra mente.

Di questi modelli si serve, ad esempio, il fast thinking, con l’obiettivo di operare in tempi rapidi. Ma anche lo slow thinking può costruire modelli: ad esempio, le capacità che si sono sviluppate nei nostri antenati per concepire come produrre una lama tagliente a partire da rocce si sono poi evolute in ciò che consente oggi ad un architetto di immaginare un grande edificio, con tutte le sue caratteristiche.

Costruire modelli è dunque qualcosa che facciamo abitualmente con la nostra mente per interpretare la realtà presente che percepiamo attraverso i sensi, concepire concetti astratti e nuove idee, ideare prodotti (edifici, vestiti, romanzi, film, canzoni…) E immaginare la realtà futura.

Non solo: i modelli ci permettono anche di andare oltre le nostre capacità percettive sensoriali. Sia nel presente, rappresentando cose non percepibili direttamente con i sensi, che nel futuro, immaginando cose non ancora avvenute.

Puoi farci esempi più concreti e operativi, così da comprendere meglio?

Con piacere! Tra gli usi operativi più importanti dei modelli troviamo ad esempio:

  • la comprensione della realtà esistente: attraverso una versione semplificata della realtà esistente io posso fare la comparazione con modelli esistenti nella mia mente a partire da esperienze passate e fare delle analogie, arrivando a costruire una rappresentazione utile per la comprensione;
  • la previsione di comportamenti futuri di un sistema reale: attraverso modelli (in scala, matematici…), si possono fare delle prove o delle simulazioni della evoluzione nel tempo del modello e riportare, con approssimazione sufficiente, quanto ottenuto sul sistema reale, prevedendo in anticipo il comportamento di quest’ultimo… come vedremo di seguito è così che vengono realizzate, ad esempio, le previsioni meteorologiche attraverso simulazioni al computer;
  • la comunicazione di concetti fra persone: attraverso esempi ed analogie con situazioni o contesti noti a chi riceve la comunicazione, è molto più facile spiegare e far capire concetti totalmente nuovi e/o molto complessi.

Venendo a un ambito più contemporaneo, cosa ha comportato in tali sistemi di costruzione di significato l’introduzione delle nuove tecnologie? Penso al concetto di simulazione, ad esempio, ma non solo…

L’avvento dei computer ha portato un modo completamente nuovo di usare i modelli. A partire da caratteristiche semplificate della realtà, usando opportuni algoritmi, è infatti possibile costruire modelli dinamici dei sistemi reali e studiarne l’evoluzione nel tempo, ottenendo indicazioni quasi sempre trasferibili in modo “abbastanza” preciso sul sistema reale simulato, prevedendo l’evoluzione effettiva di quest’ultimo.

Per esempio, le previsioni meteorologiche, che stanno diventando sempre più precise nel breve termine, avvengono proprio grazie a simulazioni computerizzate della evoluzione del sistema atmosfera e nubi. Sul lungo e medio termine le previsioni ancora non sono sufficientemente precise, soprattutto per imperfezioni nei modelli usati per creare le simulazioni.

Possiamo affermare che anche l’elaborazione nei sistemi di Big Data produca modelli. Per esempio, i sistemi di deep learning utilizzati per il riconoscimento facciale, durante la fase di “addestramento”, costruiscono al proprio interno una sorta di modello del viso umano che poi usano per confrontare e riconoscere le persone.

I sistemi grafometrici in uso, ad esempio, per il controllo della firma nelle banche, durante il deposito del campione delle firma traducono l’insieme delle firme fatte in un modello, composto, sia dall’immagine digitalizzata della firma, sia da molti altri parametri come la pressione esercitata con il pennino, il modo di staccare il pennino dal tablet ecc… Le firme apposte in tempi successivi saranno quindi comparati con tale modello e, qualora la distanza dal modello stesso sia superiore ad una data soglia, non saranno riconosciute come valide.

Si parla molto di modelli nella Business Analysis, oggi. Puoi dirci qualcosa su questo tema?

Senz’altro. Anche la Business Analysis, infatti, trattata tra l’altro in un precedente articolo, si fonda sulla costruzione di modelli semplificati della realtà dell’azienda od organizzazione in cui si sta operando e delle sue necessità.

Senza i modelli, il numero di particolari da considerare, e quindi di variabili da prendere in esame, sarebbe semplicemente troppo alto e non consentirebbe di trovare soluzioni in tempo utile.
Nella Business Analysis è importante saper costruire il modello giusto, ovvero fare le semplificazioni opportune della realtà, mantenendo nel modello le proprietà più importanti, quelle che consentono di fare le scelte adatte a costruire la soluzione migliore possibile per risolvere problemi e/o cogliere opportunità.

Ma come fare tali scelte? Applicando regole legate al business e, soprattutto, facendo affidamento sulla propria esperienza nel settore.
Si tratta in sostanza di adoperare in modo consapevole delle abilità che usiamo ogni giorno in modo inconsapevole nel mondo reale. Ovvero di formalizzare le esperienze di realtà aziendali simili per costruire modelli e le connesse soluzioni che siano riproducibili in contesti simili.

Ed ecco la generalizzazione che ha consentito, entro certi limiti e con opportuni adattamenti, l’uso degli stessi programmi ERP in aziende anche molto diverse fra loro… Tutto si tiene, insomma. In un complesso, ma affascinante, sistema che lega insieme istinto, ragione e innovazione.

***

Grazie mille, Giulio! Sei stato molto generoso nel condividere questo “filo narrativo” che ha gettato le basi per tanti altre riflessioni. E sono sicura che lo stesso farai nei prossimi articoli della tua rubrica sul nostro blog, in cui ci guiderai nell’uso di vari tipi di modelli, molto diversi fra loro, sia per l’analisi della realtà quotidiana che per quella di contesti aziendali. Stay tuned!

 

Per approfondimenti:

[1] Bandler, R. (2011). Il potere dell’inconscio e della PNL. Alessio Roberti Editore.

[2] Bandler, R., & MacDonald, W. (1991). Guida per l’esperto alle submodalità. Astrolabio.

[3] Bateson, G. (1979). Mente e Natura: un’unità necessaria. Adelphi.

[4] Bavister, S., & Vickers, A. (2012). PNL Essenziale. Alessio Roberti Editore.

[5] Bottaccioli, F. (2015). Psiconeuroendocrinoimmunologia. I fondamenti scientifici delle relazioni mente-corpo. Le basi razionali della medicina integrata. Red.

[6] Destri, G. (2013). Sistemi Informativi il pilastro digitale di servizi ed organizzazioni. FrancoAngeli.

[7] Goleman, D. (1999). Intelligenza Emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici. Edizioni BUR.

[8] Kanheman, D. (2011), Pensieri Lenti e Veloci. Mondadori.

 

Giulio Destri
ICT Organization Advisor • Business Coach & Trainer • Business Analyst & ICT Project Manager. Collegati su Linkedin Connettiti su Twitter fb

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