La “mediazione” come pratica sociale essenziale per lo sviluppo (pacifico) dell’Uomo. Intervista al dott. Vincenzo Antonio Orefice.

Probabilmente nessuno di noi, anche soltanto pochi anni fa, immaginava un’estensione delle potenziali “aree di conflitto” come è purtroppo quella attuale, intendendo con tali aree non tanto (o non solo) quelle geografiche, ma anche e soprattutto quelle sociali e culturali, con la recrudescenza di temi dirompenti in materia ad esempio di diritti e doveri, solidarietà e sovranità, accoglienza e diritto all’autodifesa, solo per citarne alcuni.

L’immanente trasformazione degli scenari e degli equilibri socio-economici, politici e ambientali, infatti, a livello non solo globale, ma anche locale, è accelerata (non per questo semplificata, ma, anzi complicata) dalle attuali enormi possibilità comunicative, in-formative o de-formative che siano.

Nuove contingenze rendono gli attori dei potenziali conflitti g-locali pericolosamente vicini. Condividi il Tweet

Queste contingenze rendono gli attori dei potenziali conflitti pericolosamente “vicini” dal punto di vista della possibilità di incontro-scontro, mantenendoli però su versanti irrimediabilmente opposti (e contrapposti) se non adeguatamente indirizzati e contenuti in contesti dialettici piuttosto che conflittuali.

Risulta quindi evidente quanto sia di primo interesse la capacità dialogante di chi – per professione o per vocazione – si pone come argine mediativo e compositivo in qualsivoglia contesto capace di innescare pericoli, a volte irreversibili, di frattura al dialogo e quindi alla convivenza pacifica.

E questo riguarda tutti i sistemi sociali: dalla scuola alla politica, dalle questioni di genere a quelle lavorative.

Per affrontare in maniera approfondita la questione, noi di 6MEMES abbiamo proposto all’avvocato Maria Bonifacio, già autrice del nostro blog, di intervistare sul tema il dott. Vincenzo Antonio Orefice, Giudice Onorario emerito presso la Corte di Appello di Napoli (sezione Minorenni), figura oltremodo esperta nel campo delle Scienze sociali e laureato in Scienze dell’Educazione, Teologia e Pedagogia.

Il topic scelto è, evidentemente, quello della Mediazione nella sua eccezione più estesa, intesa come luogo terzo e neutrale per accogliere tutte le istanze, anche diametralmente opposte tra loro, e ricondurle in una possibilità dialettica di relazione “pacifica” e soprattutto costruttiva.

Grazie dott. Vincenzo Antonio Orefice per aver accettato il nostro invito. Iniziamo con una domanda introduttiva: come esperto in Mediazione, di cosa si occupa in particolare?

Grazie a voi per avermi dato la possibilità di condividere il mio pensiero e la mia esperienza nell’ambito della mediazione. In quanto mediatore, mi considero innanzitutto un facilitatore del dialogo tra le parti che non consiglia né giudica, ma resta neutrale, equi-vicino ed equi-prossimo.

La pratica della mediazione, a tal proposito, può rappresentare – in sé – un vero e proprio modus operandi nella gestione dei conflitti?

Certamente. La mediazione rappresenta in concreto la modalità attualmente considerata come maggiormente in grado di produrre cambiamenti positivi nelle relazioni e nelle situazioni conflittuali di raggiungere obiettivi sorprendenti.

Nel corso dell’ultimo trentennio sono emersi nuovi ambiti d’intervento e nuove strategie che hanno portato ad elaborare modelli operativi e schemi teorici.

La mediazione del conflitto è una disciplina innovativa che aiuta a dialogare facendo scoprire alle parti la bellezza della collaborazione e la creatività nella ricerca di soluzioni soddisfacenti per entrambe le parti.

La mediazione fa passare dalla convinzione del “vicolo cieco” alla scoperta di “autostrade”. Essa si differenzia dai più tradizionali e noti interventi nei campi della psicoterapia, del counseling, della consulenza, dell’intervento educativo o giuridico.

G.V. Pisapia definisce non a caso la mediazione come una “terra di mezzo” che si caratterizza come luogo di ri-costruzione della connessione, attraverso l’individuazione di uno spazio sociale al cui interno possano svilupparsi gli in-contri “ricostitutivi” tra le parti in conflitto.

Nel contesto sociale in cui viviamo, il conflitto è esasperato e improntato ai massimi sistemi su tutti i fronti: sociali, ideali, economici. A suo parere, quanto incide la componente mass mediale nell’aumentare i toni e, dunque, il conflitto stesso?

I conflitti in famiglia, nella scuola, negli ambiti comunitari, nella strada e sui territori informali sono alla base dell’assalto mediatico.

Tuttavia, sebbene esistano in molte città, centri e servizi per la “mediazione” dei conflitti che stanno producendo risultati di notevole interesse, in particolare sui modelli di convivenza territoriale dei cittadini, l’attenzione dei media rimane tutta rivolta alle tragedie.

L’etica e i valori pedagogici sono sacrificati all’audience. Sarebbe opportuno che i media, invece, divulgassero maggiormente la cultura della mediazione, ad esempio la mediazione sociale, che può rispondere ai conflitti di seconda generazione, quelli cioè di vicinato, di quartiere, familiari, interculturali, di ambiente e sul posto di lavoro.

Tutto ciò, laddove si possono vivere una serie di incomprensioni, offese e violenze, più o meno palesi, che necessitano di una riparazione da parte della vittima possibilmente non vendicativa – anche se legittimata da una legge dello Stato – ma che vada nel senso di una giustizia riparativa e che porti a una evoluzione del reo, ridonando, al contempo, fiducia e soddisfazione alla vittima. Stante il fenomeno emulativo, direi che i media potrebbero fare davvero la differenza.

Quello che la formazione delle parti in causa deve trasmettere è quindi la consapevolezza che, nel rispetto dell’autonomia delle parti, il mediatore è l’ingrediente necessario per modificare orizzonti e prospettive e deve giocare quel ruolo fino in fondo?

Le decisioni che le parti raggiungono sono prese esclusivamente da loro e non influenzate o indirizzate dal mediatore.

Senza una chiara differenziazione nella sua pratica, la mediazione può perdere il suo valore unico e le persone possono non cogliere nessuna diversità fra tale attività e le altre forme di intervento di terze parti.

Inoltre, non c’è nessun’altra occasione di intervento sul conflitto come la Mediazione che consenta alle parti di migliorare la loro interazione affrontando nel contempo il conflitto stesso.

Se la mediazione perde di vista questo obiettivo, niente altro potrà sostituirla nei suoi risultati e l’opportunità per le parti di crescere individualmente e il riconoscimento andrà perduta.

Si può affermare, dunque, che vi sia bisogno di una vera e propria rivoluzione culturale?

Assolutamente sì. Tenuto conto che con il ventesimo secolo si è affermata definitivamente l’idea che l’uomo meriti una uguaglianza e un pari trattamento di fronte a quel dolore che egli decide di non vivere in silenzio, e per il quale egli reclama una condivisione di senso.

È indubitabile che, nel corso del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle, la forma primaria di responsabilizzazione e di riparazione con il risarcimento del danno ha rappresentato l’unica modalità di dialogo e l’unico modo di dare un valore, un prezzo ed una qualità alla sofferenza.

A mio avviso, la modalità risarcitoria, se non si accompagna ad altre forme di riparazione, corre il rischio di finire semplicisticamente col sovrapporsi alla perdita irreparabile sofferta, all’offesa subita: il denaro diverrebbe così il doppio equivoco della sofferenza. Lo sviluppo della cultura e dell’intervento della mediazione, sottolineano l’importanza di adottare una logica allargata dove anche l’intervento sulla cultura della comunità risulta centrale.

Considerato che il conflitto si riverbera nei vari ambiti, sia privati intra-familiari che professionali e aziendali, a suo avviso si potrebbe strutturare un modello di mediazione aziendale? Se sì, in che modo?

Certamente.
Questo, muovendo dall’assunto che fare mediazione significa, prima di tutto, prendersi cura (seppure con modalità inedite sul piano socio istituzionale) di comportamenti cosiddetti antisociali e/o antigiuridici che compulsivamente, im-mediatamente producono in noi stessi e negli altri sentimenti molto potenti di rivolta e risentimento, tradimento e rabbia, desiderio di vendetta e disonore, umiliazione e senso di colpa… tutte emozioni non solo difficilmente contenibili, ma capaci anzi di auto-alimentarsi.

Per fare mediazione, dunque, occorre anzitutto reggere la paura dei potenziali effetti distruttivi di questi sentimenti sociali.

E’ da tale non-luogo che il mediatore cerca di incontrare la fonte di quei conflitti che creano un vuoto, un isolamento dei singoli configgenti nel proprio vissuto, nella propria versione dei fatti, nella propria solitudine e separazione dall’altro.

Le parti possono raggiungere una diversa percezione l’una dell’altra, scoprire un nuovo linguaggio per parlare, provare a (ri)costruire la loro relazione elaborando nuove regole che saranno utili per affrontare concretamente gli effetti del conflitto e del disagio che stanno vivendo.

Mediare, come forma verbale che connota l’attività di mediazione, vuol dire ricollegare quello che è adesso sconnesso perché la relazione e il circuito si sono interrotti, ma il circuito e la relazione erano e potranno essere in funzione.

In altre parole, la mutua responsabilità da far emergere in un contesto aziendale. Bisognerebbe lavorare sulla capacità e possibilità delle risorse/contendenti di trovare da soli una soluzione alla propria controversia aumentando il processo di crescita di ciascuno e il riconoscimento reciproco.

Questo, consentirebbe di trasformare gradualmente la qualità delle interazioni da oppositive e conflittuali a costruttive e collaborative, portando  a cambiamenti fruttuosi sia nelle relazioni che nella qualità del contesto ambientale dell’Azienda.

Quando si parla di necessità di ricerca e di innovazione nelle Aziende, ci si deve riferire principalmente a quella legata alla principale risorsa dell’Impresa e cioè le persone che fanno la differenza e possono dare alla Società il valore aggiunto che tante altre non hanno.

Grazie dott. Orefice. È stato davvero incisivo e innovativo nelle sue considerazioni: ne faremo tesoro.

Maria Bonifacio


In conclusione, per i nostri lettori, potremmo dire che il discorso sulla mediazione apra nuovi orizzonti di senso. Nel panorama sociale attuale, in cui l’identità è in continua ridefinizione, non vi è bisogno di giudizi né di “cure” prescrittive, ma di decifrazioni pazienti.

Pensare alla mediazione non come ad una modalità capace di attivare “speranze di cambiamento e redenzione”, e tanto meno come a una (o, peggio, LA) soluzione, ma piuttosto come a una modalità cognitivamente più aperta e disponibile a passare dal momento distruttivo a quello curativo, per accogliere il disordine che le società odierne esprimono e convogliarlo in un flusso costruttivo.

 

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