Carnevale e social: una maschera tira l’altra

Tempo di Carnevale, tempo di maschere. Che travestono o nascondono, ripugnano o trasfigurano, mimetizzano o enfatizzano. E che condividono – in un turbinio colorato di espressioni e figure intramontabili – antichi e nuovi saperi di fiabe e miti, giochi di ruolo e trasgressioni.
Il Carnevale è del resto una festa dalle origini antichissime che rivela un’esigenza collettiva e irrinunciabile nei confronti delle istanze e dei topos che celebra da sempre, fin dalle prime rappresentazioni.

Le sue manifestazioni più antiche infatti risalgono a ben 4000 anni fa: furono gli Egizi delle dinastie faraoniche i primi ad aprire i recinti della trasgressione, consentendo – durante le feste in cui si venerava la dea Iside – la sospensione, almeno per un giorno, di ogni ruolo sociale e gerarchia in favore di una libertà quasi assoluta, come echeggia e riassume in modo esaustivo il celebre proverbio latino “Semel in anno licet insanire” (‘una volta all’anno è lecito impazzire’).

Il Carnevale, che ha in sé radici sia religiose (nei paesi cattolici precede la Quaresima in preparazione alla Pasqua) che “pagane” (non a caso i Padri della Chiesa lanciarono strali feroci sulla simbologia attribuibile alle maschere), da millenni ci racconta come il tema dell’identità e della personalità, assieme a quello dell’individuo e del suo sistema sociale di appartenenza, abbiano un posto speciale nella storia dell’Umanità. Alla “maschera” e al travestimento competono da sempre ruoli e compiti ben precisi, non ultima l’attribuzione della possibilità sovrannaturale di superare barriere diversamente invalicabili, quella tra uomo e animale, tra vita e morte.

I suoi “cantori” nei secoli sono così celebri che risulta quasi inutile ricordarli, dagli studi di Binet, passando dall’Uno, nessuno e centomila di Pirandello e dai fondamenti della psicoanalisi moderna con Freud. Senza dimenticare il ruolo della maschera in ambito antropologico, sin dalle comunità tribali che, non solo in epoche primordiali, vi trasmutano manifestazioni spirituali e animistiche.

Ma quello che vogliamo affrontare ora insieme – alla vigilia del prossimo Carnevale – è invece il valore di “tramite”, quasi di “medium”, che le maschere e il tema del travestimento nascondono a loro volta in sé.
La maschera o l’identificazione in un ruolo consentono infatti di accedere a molteplici istanze, in una scala i cui gradini partono dal massimo della chiusura, laddove la maschera nasconde, al massimo dell’apertura, dove la maschera invece dispiega nuove potenzialità della personalità:

  • mimetismo, tramite la copertura e il travestimento;
  • omologazione, attraverso il riconoscimento di valore a marker altrui;
  • mediazione tra sé e l’altro;
  • integrazione, attraverso l’attrazione dell’altro a sé;
  • empatia, assumendo su di sé le connotazioni altrui;
  • creatività, elevando il marker a simbolo e trasfigurandolo.

Questa varietà di istanze, le molteplici possibilità di interpretazione del concetto di maschera e soprattutto due delle sue caratteristiche, quella di MEDIAZIONE e quella di sovrapposizione tra l’area PRIVATA e quella PUBBLICA, oggi riconducono a quello che è forse il punto cardine di tutte le nuove forme di comunicazione che per semplificazione chiameremo Social.

La realtà comunicativa diffusa dal web e dai Social Media infatti sembra moltiplicare come in un caleidoscopio digitale gli specchi in cui riflettere e costruire la nostra identità e interfacciarla con quella degli altri, singoli o gruppi che siano.

Questo sin dal primo atto che si compie con l’apertura di un “profilo”, con la scelta di un avatar, di un’immagine, di una fotografia, di un testo o di uno slogan rappresentativi: un’identità da indossare e con cui presentarsi all’ecosistema digitale.
E come nella scala che va dal mimetismo alla creatività, l’identità sui Social si trasfigura: da chi crediamo di essere e vogliamo mostrare o celare, a chi vorremmo essere, passando per chi vogliamo che gli altri ci credano.

In essi dunque, in questi profili così diversamente connotati, anche in base alle regole della piattaforma, ciascuno si esprime e mette in rilievo – oppure cela – caratteristiche, tipologie, ambizioni, competenze, come suggerito in questo interessante spunto.

Un Carnevale per tutti i giorni, insomma. Che nasconde i più primitivi dei bisogni: farsi accettare dall’altro, essere altro da sé e insieme esprimere il vero (presunto) sé.

 

 

 

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