Dalla raccolta dei dati sensibili alla biometria comportamentale: il nostro futuro lo decidiamo noi!

Riprendiamo il filo del discorso sulla mappatura dei dati sanitari lasciato nell’ultimo articolo, dopo aver introdotto nel primo post i topic su stili di vita, salute e monitoraggio, e ripartiamo dal tema della raccolta di informazioni degli utenti (in tema di salute e ambiente) e del loro utilizzo da parte – tra gli altri – di Facebook e Google.

Lo facciamo citando l’epilogo del documento pubblicato in occasione della presentazione della task Force Ambiente e Sanità. Come riportato nella pubblicazione, infatti, l’auspicio della neo-insediata TFAS è:

“che attraverso il contributo qualificato di questo tavolo tecnico si possa finalmente costruire la tanto attesa integrazione tra le strutture organizzative sanitarie e ambientali, valorizzando esperienze e buone pratiche già avviate e consolidate in diverse regioni italiane e stimolare l’attività normativa, ove possibile, per superare ostacoli, criticità e inadempienze.”

Preso dunque atto (evidentemente) dello stato di attuale ritardo con cui le organizzazioni e le istituzioni (soprattutto italiane, ma non solo) si trovano a livello di interoperabilità tra dati riguardanti ambiente, persone, benessere e stili di vita – e generazione conseguente di informazioni rilevanti in tema di salute e prevenzione – torniamo alla velocità (impressionante) con cui ad esempio Facebook sta agendo in questi versanti.

Lo vorrei fare in maniera critica, da un lato, ma anche razionale e ragionevole.

Perché se è vero – ed è verissimo – che esistono moltissime criticità in tali attività (alcune francamente non ancora immaginabili), dall’altro è obiettivamente impossibile – per la complessità delle variabili e delle varianti in campo – procedere in maniera univoca, coerente e graduale in tale immane impresa, così come accade in ogni vera rivoluzione tecnologia e culturale, del resto.

Dobbiamo quindi non solo vigilare sulla reale “capacità” di algoritmi e intelligenze artificiali in divenire di raccogliere ed elaborare i nostri dati in maniera veritiera e pertinente, ma dobbiamo fare – sia come singoli che in quanto comunità umana – un passo ulteriore in termini di consapevolezza e partecipazione.

Voluta dunque la bicicletta, pedaliamo ora!
(Che fa pure bene alla salute).

Torniamo innanzitutto all’articolo del Professor Paolo Benanti, Mappe di Facebook per la salute pubblica: alcune considerazioni. L’accademico, nel post (da leggere assolutamente) ci spiega come Facebook abbia (già):

creato delle mappe della popolazione altamente dettagliate per aiutare le organizzazioni sanitarie, i ricercatori e le università a combattere le epidemie e pianificare campagne di salute pubblica. Le mappe si concentrano sulla densità di popolazione con stime demografiche, su come le persone si muovono e sulla copertura di rete.”

Facebook, prosegue il Professore, il 20 maggio scorso ha infatti lanciato tre tipi diverse di mappe finalizzate ad aiutare le ONG e le Università che operano nella sanità pubblica a “superare le epidemie e raggiungere le comunità vulnerabili in modo più efficace”.
Quelle così introdotte, illustra Benanti, sono “mappe della densità di popolazione complete di stime demografiche, mappe di movimento e mappe di copertura della rete (…).”

Ognuna di queste differenti tipologie di mappe, dunque, raccoglie e soprattutto aggrega i dati in modi diversi, e in effetti adempie a bisogni altrimenti impossibili da gestire. Esse sono, nello specifico:

Mappe di densità della popolazione, comprese le stime demografiche – [che] stimano non solo il numero di persone che vivono all’interno di tessere della griglia di 30 metri, ma forniscono anche approfondimenti sui dati demografici. (…)

Mappe di movimento – [create tramite] l’associazione delle informazioni del sistema sanitario con i dati sulla mobilità umana (…). Questi dati sono utili alle organizzazioni sanitarie che guardano alla diffusione di malattie infettive, come l’influenza.

Mappe di copertura di rete – [che sfruttano il fatto che] la maggior parte delle persone utilizza Facebook su telefoni cellulari che si basano su reti cellulari, [così che] è possibile creare mappe [delle persone] in tempo reale.

Una delle cose che mi colpisce di più è che queste mappe non sono create soltanto con le informazioni raccolte da Facebook, ma sono integrate con altre fonti di dati di tipo sanitario, e non solo.
E questo – come lo scandalo di Cambridge Analytica insegna e come le pubblicazioni del professore approfondiscono – è in parte inquietante, anche tenendo presente la possibilità di queste informazioni di interagire con AI di tipo predittivo.

Ora, come se non bastasse questo tipo di scenario, nella mia ricerca su questi temi mi sono imbattuta in un articolo riferito alla “biometria comportamentale”, con una strategia di profilazione che va oltre alla mappatura, ai dati sanitari e agli stili di vita perché di fatto li raggruppa tutti, assieme ad altre informazioni personali raccolte e gestite attraverso i nostri device.

La finalità di tali sistemi di profilazione (come illustrato nell’articolo linkato) riguarda un tema di tutto rispetto, ovvero la sicurezza di accesso al proprio dispositivo:

“Un’azienda specializzata nelle soluzioni per l’autenticazione biometrica ha sfruttato i sensori presenti negli smartphone per sviluppare un sistema di sicurezza basato sul comportamento tipico degli utenti.”

Dobbiamo tuttavia registrare che questa metodologia mette insieme in maniera sistematica metriche che legano noi, il nostro corpo, l’ambiente in cui viviamo e il nostro stesso modo di esistere e muoverci.

Che cosa s’intende, infatti , per biometria comportamentale? Si tratta:

“di una tecnica profilazione di una persona basata sulle sue abitudini d’uso dello smartphone, raccolti ad esempio dai dati registrati dagli accelerometri, dai sensori a scansione e da altri strumenti già presenti negli smartphone.”
Questi dati, ad esempio,“possono rivelare se in un dato momento l’utente cammina in maniera inusuale o digita sulla tastiera virtuale in modo diverso dal solito. (…) Riguardo all’andatura, ad esempio, ci sono peculiarità indicative come quanti passi compie mediamente una persona in un minuto e quale piede appoggia abitualmente per primo.”

In un’intervista con l’Economist, il numero uno di UnifyID, John Whaley, ha quindi spiegato che la sua azienda:

“ha analizzato l’andatura di circa 50.000 tipi diversi di dispositivi per mettere a punto la sua tecnologia. Ha incrociato quelli relativi alla pressione delle dita che una persona applica abitualmente quando tocca lo schermo, al modo in cui impugna tipicamente lo smartphone e altri dettagli.”

Come dire: si tratta di una sorta d’impronta digitale comportamentale capace di identificarci in maniera univoca. (GASP!)

L’altra faccia della medaglia, o meglio, delle medaglie…

Giunta (quasi) al termine di questa ricognizione sullo stato dell’arte tra noi umani, la nostra salute, i nostri stili di vita e l’ambiente in cui viviamo – affiancando il tutto ad alcuni dei sistemi di monitoraggio, mappatura e profilatura di tali dati – direi che le preoccupazioni, così come le opportunità, sono tante.

La cosa che in primo luogo emerge, io credo – stabilito una volta per tutte che non solo i nostri dati clinici e medici sono rilevanti in termine di predizione dello stato presente (e futuro) del benessere di una persona, così come di una comunità, perfino a livello continentale e planetario – è che il livello di informazione e di alert di ciascuno sull’uso dei propri dati (sensibili, ma non solo) deve essere davvero alto.

Perché, come illustra in maniera ineccepibile questo articolo, “Il futuro non succede e basta. Lo stiamo costruendo continuamente.”

Ma in queste riflessioni si mette ancor più a fuoco un dato cruciale (già affrontato anche nel libro del Professor Benanti): la rilevanza dei singoli operatori dei dati e delle organizzazioni in cui operano nella gestione e nel governo delle informazioni di cui la nostra società iper-connessa ormai dispone.

Quello che viene proposto (anzi, ri-proposto) ad esempio da Hannah Fry, Professore Associato di Matematica presso l’University College di Londra, è interessante, anche a livello simbolico:

“Abbiamo bisogno di un giuramento di Ippocrate nello stesso modo in cui esiste per la medicina”, ha detto Fry. “In medicina, impari sull’etica sin dal primo giorno. In matematica, nella migliore delle ipotesi è un fulmine. Deve essere presente fin dal primo giorno e in prima linea in ogni passo che fai.”

E, ha aggiunto:

“Matematici, ingegneri informatici e scienziati in settori correlati dovrebbero prestare giuramento a Ippocrate per proteggere il pubblico dalle potenti nuove tecnologie in fase di sviluppo nei laboratori e nelle aziende tecnologiche”.

Non è l’unico, del resto, ad aver sollevato il problema, anzi. Come riporta l’articolo, infatti:

“Il caso di un giuramento di Ippocrate per gli scienziati è stato avanzato in precedenza, anche dal filosofo Karl Popper, che scrisse nel 1969: ‘Una delle poche cose che possiamo fare è cercare di mantenere viva, in tutti gli scienziati, la consapevolezza della loro responsabilità’ (…). Trenta anni dopo, Sir Joseph Rotblat (che abbandonò il progetto di una bomba nucleare da parte degli alleati proprio per motivi morali) approvò un impegno scritto in questo senso dal Gruppo studentesco Pugwash degli Stati Uniti’.

Io non so, francamente, se questa proposta dal Professor Fry sia una strada plausibile e percorribile. E nemmeno se sia, nel caso, dirimente.

Credo però che una delle prime garanzie che ciascuno di noi in quanto singoli cittadini o parti di comunità e società – deve pretendere in questi ambiti sono non soltanto elevati standard di sicurezza, ma anche comprovati comportamenti etici da parte di tutte le organizzazioni che se ne occupano, siano esse pubbliche o private.

Allo stesso modo, è ovvio che anche da parte di noi “singoli” la responsabilità non può essere delegata né dal punto di vista lavorativo né da quello personale e familiare: penso ad esempio alla tutela dei dati dei propri figli e all’educazione che si deve offrire loro anche in tema di riserbo e controllo.

Credo anche che le Istituzioni – e i monitoraggi post-sisma di cui abbiamo parlato all’inizio insegnano – abbiano un ruolo cruciale nel dare linee-guida che perseguano interessi comuni di elevato orizzonte etico. Penso al tema dell’ambiente e dell’inquinamento – che così tanto impatta anche in termini di benessere e salute – ma anche delle pandemie ed epidemie che si potrebbero in qualche modo “governare” in tutto il mondo con adeguati investimenti (vedi le citate mappe di Facebook).

Questo, perché il progresso – o meglio, l’evoluzione – non si ferma, e nemmeno sarebbe utile che lo facesse: l’aumento della longevità e la possibilità, oggi, di curare malattie una volta mortali, ne sono un esempio sostanziale.

La cosa che tuttavia mi auguro è che noi umani – sia come singoli che in quanto società – ci dimostriamo all’altezza della sfida e riusciamo a contribuire in maniera attiva e partecipativa all’elaborazione di questi temi, anche attraverso riflessioni, scambi di idee, letture ed eventi…

Alla prossima!

Natalia


CREDITS IMMAGINI
Immagini di copertina (rielaborata)
ID Immagine: 65397964. Diritto d'autore: mackoflower
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