Leggerezza e interoperabilità: tentare il “volo” della semplificazione attraverso una nuova relazione tra l’Uomo e la Macchina.

Leggero, facile oppure semplice?

“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza.”

Italo Calvino

Con questo incipit memorabile Italo Calvino introduce la prima delle sue Lezioni americane, e dunque il secondo tag previsto da questa serie di articoli sul tema dell’Interoperabili tra l’Uomo, la Società e la cosiddetta Macchina.

Da parte mia, mi avvicino alla scrittura di questo articolo con una certa difficoltà, potrei dire con una certa gravità: le settimane che abbiamo alle spalle e quelle che abbiamo davanti non facilitano certo un approccio leggero al nostro vivere, né quotidiano né in prospettiva.

E tuttavia, confido che l’argomento portante di questa serie di articoli – ovvero la relazione inter-operativa tra noi umani e la tecnologia digitale mi verrà in aiuto, anche in virtù del fatto che, ultimamente, la nostra interazione con il cosiddetto digitale è indubbiamente aumentata, magari nostro malgrado :-)

Partiamo, per iniziare, dai nostri – chiamiamoli così per semplificazione – valori di riferimento, tra cui quello, appunto, della leggerezza.

Per farlo, mi avvalgo della guida del nostro Virgilio-Calvino e mi affido al significato profondo che ogni parola custodisce nel suo nucleo originario: come sempre accade, ci aspetta più di una sorpresa rispetto al senso che viene comunemente attribuito a questo termine.

La leggerezza, che un altro genio letterario (Milan Kundera) ha definito non a caso “insostenibile”, si raggiunge infatti per Italo Calvino attraverso:

“la precisione e la determinazione” piuttosto che con “la vaghezza e l’abbandono al caso.”

Un altro sommo poeta, Paul Valéry, scrive del resto di preferire la leggerezza di un uccello che decide il suo volo, piuttosto che quella di una piuma, in balìa del vento:

“Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume.”

Non è certo casuale questa coincidenza di vedute tra autori così differenti tra loro, e non si tratta nemmeno di un’eccezione minoritaria: essere leggeri non vuol dire giocoforza essere approssimativi, e tanto meno superficiali.

Un’eccessiva leggerezza – ricordiamolo anzi, e a maggior ragione in questo periodo – può indurre comportamenti di una certa gravità, come ad esempio il fatto di non rispettare, per futili motivi, le attuali prescrizioni sul distanziamento sociale, tanto per fare un esempio legato all’attualità.

Ecco dunque che assistiamo a un vero e proprio paradosso: la leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali.

La leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali. Condividi il Tweet

Al contrario, un comportamento sì leggero e aggraziato, ma dotato di una sua misura (quasi di un suo rigore interno), può condurci a risultati costruttivi e pieni di senso, seppure lievi da portare con sé.

Un po’ il contrario di quanto uno si potrebbe spettare, insomma…

 

Il valore (lieve) della strategia e della procedura…

Parlavamo di valori, all’inizio. Come è possibile distinguere il valore della precisione e della determinazione dalle pratiche della vaghezza e dell’abbandono al caso?

È ancora Calvino che ci insegna a distinguere queste due differenti varianti di senso. Se la leggerezza, infatti, “intesa come valore culturale”, rappresenta una sorta di “superamento del concetto di peso”, la differenza tra le due possibili traduzioni del termine va ricercato

“nella grazia con cui si riesce a gestire una faticosa incombenza, piuttosto che nel restare in una dimensione di superficie dell’essere.

La leggerezza così intesa è intrecciata all’apparente naturalezza di un risultato frutto in verità di un sapere disposto ad arte, piuttosto che nella facilità del suo raggiungimento.”

Accade quindi che la “veste” della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo… E qui arriviamo alla Macchina, e all’uso che la nostra Società sta iniziando a imparare a farne.

Che una certa sensazione di leggerezza sia in qualche modo successiva a uno sforzo precedente atto a sintetizzarla, ciascuno di noi lo sta sperimentando inaspettatamente proprio nel rapporto più stretto con la Macchina e con il suo sapere disposto ad arte.

Questa inedita facilità di interazione la possiamo riscontrare ad esempio nella familiarità, così rapidamente raggiunta, con gli strumenti di e-learning che ci consentono di studiare a distanza, o nella semplicità con cui possiamo accedere a biblioteche di un sapere specializzato e altrimenti inarrivabile.

Penso ad esempio a tutte le ricerche scientifiche condivise in retea livello mondiale in tema di Covid-19,  ma anche all’usabilità di alcune applicazioni attraverso cui abbiamo fatto acquisti in piena sicurezza in giorni in cui eravamo impossibilitati a uscire…

La veste della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo... Condividi il Tweet

O, ancora, alla creatività di ritorno che applicazioni free ci regalano attraverso strumenti “leggerissimi” con cui ritoccare fotografie, creare gif e meme e condividere, DA LONTANO, pratiche sociali che un tempo avremmo vissuto da vicino…

In ciascuno di questi casi si tratta di pratiche di condivisione e co-gestione di flussi – che siano comunicativi, di merci o d persone poco importa: il modello soggiacente è il medesimo – che ci consentono una leggerezza possibile, quotidiana e operativa, resa possibile anche (a volte soprattutto) attraverso l’utilizzo di una tecnologia digitale che lavora a stretto contatto con noi, nonostante i distanziamenti cosiddetti “sociali, previsti e necessari.

Il tutto grazie a una interoperabilità, in questo caso Macchina-Uomo, che in questi esempi è già a suo modo funzionante e messa a punto, capace di utilizzare la materia dell’invisibile (i dati e le informazioni) per farne programmi, funzioni e progetti facilmente accessibili.

Del resto fu già un profetico Calvino che anticipò tutto questo:

“Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del Dna, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi…

Poi, l’informatica.

È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. (…) Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.”

E se è vero che, da sempre, l’innovazione tecnologica è stata un volano per la storia delle nostre società – aprendo la strada a veri e propri salti evolutivi e ristrutturando ogni volta l’Uomo da un punto di vista anche percettivo e cognitivo – è altrettanto vero che sino ad oggi, probabilmente, l’uomo cosiddetto medio non aveva la necessaria e diffusa consapevolezza dell’evoluzione in atto, se non in pochissimi suoi esemplari, i cosiddetti “tecnici”.

E questo ha fatto sì che, anziché di un’auspicabile Interoperabilità tra Uomo e Macchina, spesso si parlasse più di una potenziale “frattura” tra loro. Poi è arrivata una pandemia, e l’orizzonte si è capovolto.

 

Leggero o pesante, basta che sia SMART

Dovessi scegliere OGGI non un sinonimo, ma un’area semantica aderente a quella della leggerezza rispetto a quanto abbiamo visto insieme fin qui rispetto alla gestione delle informazioni e dei flussi, allora sceglierei di rimettere sotto alla lente di ingrandimento un aggettivo spesso inflazionato, ma che – se usato non a sproposito – è in grado di mettere in atto una serie di paradigmi virtuosi (anche in tema di leggerezza) che ci potranno aiutare a gestire questa emergenza duratura.

Mi riferisco al termine Smart che, se associato ad esempio al tema delle Città (Smart- City) è capace, soprattutto se ripensato oggi, in prospettiva, di ridare non solo senso, ma anche spessore e profondità al tema astratto dell’innovazione tecnologica, così da farla ritornare (come nella sua vocazione fondante) produttrice di grazia ed efficienza non solo automatica e meccanica (e quindi “vuota” di contenuti), ma soprattutto ricca di ricadute positive sulla collettività oltre che sulla “pesantezza” del vivere di ciascuno di noi in quanto individui e insieme cittadini.

Se infatti alla leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica – che sta già tuttavia facendo funzionare il mondo, anche se in maniera spesso “invisibile” – affiancassimo più spesso l’utilizzo concreto, quotidiano e virtuoso delle possibilità che ci offre la tecnologia (sia per la nostra vita che per quella dei sistemi e dell’ambiente in cui viviamo), ecco che il gap di cui abbiamo parlato si potrebbe  ricomporre in un altro concetto assai vicino a quello della leggerezza: quello della “Semplicità”.

Alla Leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica andrebbe affiancato l'esercizio concreto e quotidiano del suo utilizzo. Condividi il Tweet

Perché, smart, può essere tutto: una pratica come un’applicazione, un modo di atteggiarsi come il modo di “vivere” e pulsare di una intera città, capace di mettere a sistema una serie di rapporti (leggeri, semplici e quotidiani) tra l’Uomo e la Macchina, in barba a virus, batteri e pandemie varie…

Vediamo insieme come.

In questo articolo, ad esempio, ci si chiede direttamente: “In che modo una città può trasformarsi in una smart city?”

Del concetto di «città intelligente» se ne è parlato del resto in tempi non sospetti a Bolzano nel corso della terza edizione del convegno scientifico internazionaleSmart and Sustainable Planning for Cities and Regions” (SSPCR 2019), organizzato da Eurac Research dal 9 al 13 dicembre scorso.

Ben 200 esperti provenienti da 39 Paesi, nonché le maggiori associazioni e gruppi di lavoro europei sul tema delle città smart, hanno condiviso

“soluzioni e risultati di progetti di ricerca internazionali, applicabili nella quotidianità così da co-progettare il futuro delle città in cui vogliamo vivere nei prossimi anni.”

In queste città immaginate – e a tratti realizzate – il cosiddetto digitale iter-opera con l’analogico, consentendo performance ambientali e stili di vita degne delle più rosee aspettative sia per noi Umani che per l’Ambiente.

Sempre la parola Smart si accompagna – fruttuosa, e non a caso – a un altro pilastro portante delle nostre società, il lavoro, tant’è che l’Osservatorio del Politecnico di Milano la definisce

“una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Si tratta, dunque, di una stringa di testo che, anche in questo caso, alla parola leggerezza non affianca un senso di precarietà o caducità – che, trattandosi di lavoro, porterebbero con sé timori e preoccupazioni – bensì un reale e tangibile effetto di resilienza e flessibilità, che è poi il ventaglio di valori cui la vera “leggerezza” ambisce…

Per finire con un auspicio di leggerezza!

Ecco: per chiudere con una sintesi questo mio temporaneo inciso sul tema del rapporto tra l’Uomo e la Macchina visto attraverso la lente della Leggerezza, tema concettuale così caro a Calvino, vorrei esprimermi con un auspicio.

Molto spesso – nelle fasi di grande crisi e conseguente cambiamento – quello che vince è l’idea di ciò che abbiamo perduto, in una nostalgica sensazione di rimpianto che l’addio forzato alle precedenti sicurezze porta inevitabilmente con sé.

Sicuramente, l’apparente immaterialità delle infrastrutture che si stanno realizzando grazie all’attuale innovazione tecnologica  (a differenza del “bel tempo che fu”, con la creazione ad esempio delle ferrovie o degli aeroporti o di altre innovazioni assai più concrete e tangibili) ha in sé un qualcosa di “leggero” che rasenta l’impalpabile e l’invisibile in tali percentuali da non aver portato, sino a poche settimane fa, nessun vantaggio sostitutivo, se non marginale.

L'apparente immaterialità delle infrastrutture realizzate grazie all'innovazione tecnologica attuale ha in sé un qualcosa di impalpabile se non invisibile. Condividi il Tweet

Per questo motivo, in questo specifico contesto, il legame tra l’uomo e l’innovazione – e la capacità di interagire insieme – è stato sino ad oggi in parte infruttuoso.

Eppure – da adesso in poi – questo legame è destinato a farsi sempre più stretto. E non sarà, questo, un salto nel vuoto, perché  – anche se non sono di pubblica diffusione – sono già moltissimi, nel mondo, gli esempi già concretizzati di queste possibilità.

Alcuni li possiamo trovare citati e argomentati in questo articolo di Stefano Epifani, “Il nuovo urbanesimo alla base della sostenibilità digitale delle città” , in cui il tema delle smart city è solo l’INIZIO di un processo di inter-operabilità tra Uomo-Uomo/Macchina-Macchina in cui, sempre citando Epifani, per parlare di sostenibilità digitale non basta mettere l’accento solo sui temi dell’innovazione, ma

“(…) vuol dire, piuttosto, riflettere su come essa – nel complesso contesto di quella trasformazione digitale che non si limita ad impattare sul come facciamo le cose ma ne rivoluziona il senso – ridefinisca i processi ed i percorsi di cambiamento facendo della tecnologia uno strumento attivo di sostenibilità (…).”

Ne consiglio caldamente la lettura: si tratta di un contributo denso e articolato, che parla di “nuove alleanze urbane” e “nuove leve di valore”, e soprattutto di “nuovi scenari da (ri)disegnare”… Potrei anche aggiungere che  nell’insieme  si tratta di uno dei disegni possibili del futuro che (speriamo) verrà, a maggior ragione dopo questa tragedia che stiamo vivendo.

Il tutto per mettere nero su bianco un’idea concreta e fattiva di leggerezza che non scompare e non svanisce, non lascia rovine ambientali dietro di sé né posti di lavoro vacanti. Al di là della contingenza pandemica.

Al prossimo articolo: parleremo speriamo in un contesto meno impegnativo dell’attuale – di Rapidità!


CREDITS IMMAGINI

Immagine di copertina (rielaborata)    

ID Immagine 1: 88331216. Diritto d'autore: Nattaya Mahaum 
ID Immagine 2: 101781692. Diritto d'autore: Daniil
ID Immagine 3: 53355509. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh
ID Immagine 4: 124531171. Diritto d'autore: Sompong Sriphet 
Iscrizione a MEMEnto6, la newsletter di 6MEMES
Blogger & SEO Specialist ● Digital Communication Strategist ● Storyteller ● Founder di #itinarranti.

Vuoi seguire i nostri MEMES?
Iscriviti a MEMEnto6, la newsletter del blog 6Memes.

VOGLIO ISCRIVERMI