Un anno di monitoraggio sul made in Italy tra web, social e press nel mondo anglosassone. Di Sara Di Paolo.

Made in Italy

Ho navigato per un anno – data ufficiale di inizio del viaggio il primo novembre 2016 – per osservare e conoscere tutto ciò che è stato scritto, commentato, osannato o imitato, fino ad oggi sul tema del “made in Italy” e, più in generale, sullo stile e il gusto italiano all’interno di articoli, blog, post e commenti social espressi in lingua inglese.

Un viaggio – a dir poco – vorticoso che ha attraversato eventi, persone e mode e che – in alcuni casi – mi ha fatto incontrare decine di milioni di fan impazziti per un’auto di lusso (Lamborghini e Maserati in primis), un abito firmato (tra i principali influencer troviamo Dolce & Gabbana e Fendi – peraltro rilevata anni fa dalla multinazionale francese del gruppo Louis Vuitton) o un piatto di tagliatelle al ragù (la pagina facebook di Tasty registra 89 milioni di like e la video ricetta del “perfect ragù” mentre scrivo ha raggiunto 11 milioni di visualizzazioni).

Tra il pane di Altamura (18 citazioni su un totale di oltre 77.000 unità di informazione selezionate) e il guanciale di maiale (citato in italiano 194 volte, segnale che la carbonara piace molto e c’è lo spazio – mentale e digitale – per saperne di più), pizza e pasta la fanno da padrona e – nel grande “word cloud” di sintesi del monitoraggio – se la giocano con altri compagni di viaggio tra i quali spicca Roma (tra le città), il Parmigiano (tra i prodotti alimentari), l’estate (come stagione) e il termine “hangover” che in inglese si riferisce ai postumi dell’ubriachezza.

Tra il pane di Altamura e il guanciale di maiale, pizza e pasta la fanno da padrona. Condividi il Tweet

Ed effettivamente un po’ di nausea è venuta anche a me (o forse era solamente “homesickness”, nostalgia di casa) quando ho letto su un sito canadese che, tra le mete suggerite per indimenticabili “honey moon” (la luna di miele) campeggiava Malta dove – tra le altre cose, sottolineava l’articolo – si poteva gustare un’ottima cucina italiana!
Per cercare di superare il momento di sconforto, mi sono fatta aiutare dal “sentiment” (una delle più note e diffuse analisi di questo periodo storico) che – nel nostro caso – si basa su un sofisticato algoritmo in grado di assegnare attraverso la semantica ai contenuti rilevati dal monitoraggio una polarità negativa oppure positiva.

MadeInItaly_un anno di sentiment
Ed effettivamente, escludendo i contenuti cosiddetti “neutrali” (e cioè dove non è espresso un giudizio ma prevalgono descrizioni e informazioni), il monitoraggio registra una netta polarità positiva (95% di commenti positivi a fronte di un 5% rilevato come negativo) – segno inequivocabile che verso il “made in Italy” dominano le sensazioni favorevoli e di apprezzamento. Sono tutti quegli articoli, commenti e post di entusiasmo e ammirazione verso i nostri piatti, i nostri prodotti, il nostro stile.

Amazing. Ma quanto c’è di vero? Non nel commento – senza dubbio mosso da intenzioni autentiche. Quanto piuttosto nel contenuto? La domanda mi è sorta spontanea, quando – solo il mese scorso – navigando in mezzo ad un “picco di buzz” (letteralmente “buzz” è il ronzio prodotto dagli sciami di api, nel marketing si usa per intendere le conversazioni generate in un breve arco di tempo su un particolare argomento), sono approdata nel magico mondo di Disney.

Nella classifica “from extraordinary to magical” dei suoi ristoranti migliori, tra i primi posti – ovviamente – c’è quello che propone cucina italiana dove tra pizza Margherita e fritto di calamari, sembra proprio non possano mancare – in accompagnamento alle insalate o alla carne – la feta e le olive Kalamata (di chiara origine greca), oppure un tipico condimento italiano il “creamy Parmesan dressing”.

Si chiama “Italian style wedding soup”, il web ne è letteralmente impestato... Condividi il Tweet

Dalla ristorazione alla produzione, in pochi click, mi sono trovata di fronte ad un “fresh prepared soup kit” (di fatto una minestra pronta all’interno di una innovativa confezione, ultima trovata di un’azienda californiana che ha come mission conciliare una alimentazione sana alle nostre frenetiche vite), tra le ricette tra cui scegliere anche quella di chiaro richiamo italiano. Si chiama “Italian style wedding soup”, il web ne è letteralmente impestato.
Ma a noi tutto questo quanto costa? Si chiama “Italian sounding” ed è quel fenomeno – diffuso in tutto il mondo – per cui vengono utilizzati nomi, marchi ed etichette che richiamano parole e simboli italiani per vendere prodotti che in realtà italiani non sono. Risale al 1800, con i primi migranti italiani che iniziano a gestire locande e a produrre cibo all’estero senza la possibilità di importare le materie prime dall’Italia e dunque – tra orgoglio e nostalgia – chiamano i loro prodotti con i nomi degli originali.

Oggi – secondo un dossier redatto da Senato e Guardia di Finanza e pubblicato sul Sole24Ore lo scorso agosto – il falso “made in Italy” genera un fatturato stimato in 6,9 miliardi di euro nel 2016 (per il 40% si tratta di prodotti alimentari), oltre ai danni di immagine e credibilità per il nostro paese.
Nel mio viaggio, alla voce “Italian sounding”, il dibattito vede alternarsi articoli di approfondimento sui danni generati dal fenomeno a dissertazioni su come definire ciò che è “truly Italian” (realmente italiano).

Un articolo pubblicato dall’agenzia Reuters dal titolo “What’s truly Italian? Food fight foils ‘Made in Italy’ plan” (che potremmo tradurre con “Cosa è realmente Italiano? Il piano di battaglia a difesa del Made in Italy”) viene rilanciato da 52 diverse testate giornalistiche online di tutto il mondo. Dal Wisconsin all’Australia, tra gli altri riprendono il tema Russia Today e The Independent.

MadeInItaly_un anno di buzz
La questione di riuscire a capire se un prodotto apparentemente “made in Italy” sia davvero italiano oppure no, coinvolge anche i social dove i commenti si sprecano e si usano spesso espressioni come “real Italian” e “proper Italian” per sottolineare la “reale italianità” dell’esperienza che si sta raccontando.

C’è chi scrive “REAL” in maiuscolo affinché il concetto sia lampante, chi dichiara che la vera cucina italiana si può provare solo in Italia e chi davvero non ne può fare a meno “Can’t say no to proper Italian food” (non posso dire no al vero cibo italiano). La App “Reliabitaly” (gioco di parole con “reliability”- affidabilità – e Italy) ha fatto un po’ parlare di sé ma ancora non ha generato un grande buzz.

Tra i prodotti alimentari più colpiti dalle falsificazioni, ci sono il Parmigiano Reggiano e il prosciutto di Parma. Il mondo dei social letteralmente li adora e invita continuamente “friends and followers” a venire in Italia ad assaggiarli, qualche volta c’è un po’ di confusione su quali siano la città e la regione di origine dove andare a gustarli ma il giudizio è unanime.

Spesso Parma e le sue produzioni gastronomiche sono al centro dell’attenzione. Condividi il Tweet

Dal New York Times al Daily Mail, passando per The Indipendent e numerose altre testate online, spesso Parma e le sue produzioni gastronomiche sono al centro dell’attenzione. Parma è sede di Cibus, manifestazione che – nei giorni dell’evento – riesce a trovare un po’ di spazio nel buzz in lingua inglese e anche di Barilla – tra i marchi più attivi nella comunicazione web e social come è giusto che sia per aziende di respiro internazionale con un approccio strategico e altamente professionale nella comunicazione.

Non è comunque da dimenticare il Lambrusco che – in questi mesi di monitoraggio – conquista più di un giornalista e blogger anglosassone!
La rotta a supporto dei nostri prodotti italiani ha bisogno di tanta informazione, comunicazione e cultura. Educare i consumatori a conoscere e scegliere cosa è autentico da cosa non lo è, e riuscire a farlo nel “luogo” giusto e nel momento giusto, è la sfida che ci attende. Grazie a sistemi avanzati di monitoraggio come web distilled, che supportano un approccio strategico di marketing, possiamo sperare in una maggiore efficacia nella comunicazione del Made in Italy.

Chissà se riusciremo ad instillare il dubbio a chi sta addentando una “double pepperoni pizza” – che l’”Italian taste” o l’”Italian style” sono altro!

Sara Di Paolo



MADE IN ITALY? MADE IN WORDS

Sara di Paolo è marketing manager di Words, agenzia che opera dal 1989 nel settore della comunicazione strategica, del marketing e della formazione professionale.
Il gruppo ha sviluppato uno specifico know how per definire insieme all’azienda cliente e alla sua direzione obiettivi di marketing raggiungibili nel breve/medio periodo e per sviluppare azioni mirate di comunicazione.

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Blogger & SEO Specialist ● Web Content Manager ● Storyteller ● Founder di #itinarranti ● Autrice di #Albedon. Collegati su Linkedin Connettiti su Twitter fb