Condivisione della conoscenza: vita da Social Media Manager. Intervista a Simone Bennati.

Proseguiamo le nostre ricerche in rete su come “scomplessare” la complessità con un’intervista a un blogger che ha fatto della comunicazione diretta – in primo luogo con un uso originale e immediato del linguaggio, solo all’apparenza semplificato – il suo tono di voce.

E, così facendo, ha raggiunto in breve tempo non solo una meritata notorietà, ma è riuscito a rendersi davvero “utile” all’interno di questo mondo in rete così spesso pieno di ovvietà e – come si dice – fuffa. Ecco le nostre quattro chiacchiere – o più – con Simone Bennati, altrimenti conosciuto come Bennaker.

 

La prima domanda è banale e riguarda te, Simone, se hai voglia di rispondere. Perché hai deciso di intraprendere questa – chiamiamola così – professione (perché poi è uno stile di vita)?

 

Il desiderio di lavorare nel Digital è nato, sostanzialmente, nel momento in cui ho scoperto Internet e il Web. Mi riferisco, quindi, a qualche decennio fa, quando ancora ci si connetteva con il modem a 56k e collegarsi alla Rete significava tenere occupata la linea telefonica di casa.

È vero che il primo Personal Computer mi venne regalato a 9 anni, ma l’arrivo del World Wide Web trasformò quella che era una semplice infatuazione in un vero e proprio amore per il mondo digitale.

Ricordo ancora quando aprii per la prima volta un browser, Microsoft Internet Explorer, e vidi il mio primo sito Web (arianna.it, mi pare di ricordare). Solo pochi secondi più tardi esclamai: “Io, da grande, voglio fare questo. Non ho ancora ben capito cosa sia, ma voglio fare questo. Voglio creare ‘cose’ al PC che siano visibili da tutti grazie a Internet”.

È piuttosto romantico, lo so. Ma giuro che ho finito.

La scelta di marcare il tuo tono di voce in questo tuo modo caratteristico, un po’ “forte”, almeno secondo certe consuetudini, è stata una coincidenza, una scelta ponderata o un’attrazione irresistibile?

In realtà non è stata né una coincidenza, né un’irresistibile attrazione o scelta. Si è trattato, piuttosto, di una logica conseguenza.

Mi spiego: quando ricevo un input dall’esterno, come può esserlo un discorso che mi convince poco, il mio cervello reagisce esclamando qualcosa tipo: “Ma che c**** stai a dì?”. Ora, è ovvio che, a meno che non esista una solida confidenza tra me e il mio interlocutore, io non possa rispondere riportando le esatte parole prodotte dalla mia mente. Di conseguenza, nel momento in cui vado a controbattere, sono costretto a esprimere la mia contrarietà in una forma assai più cortese e accettabile.

Fare questo significa, per me, dovermi produrre in uno sforzo talvolta sovrumano, il quale non fa altro che consumare preziose energie. Energie che, se vivessimo in un mondo meno bigotto e perbenista, potrei investire in attività decisamente più proficue.

È per questo motivo che, ormai molto tempo fa, ho deciso di adottare un linguaggio chiaro e semplice: voglio evitare che gli altri debbano spendere le loro energie nell’interpretazione di ciò che sto dicendo. Quel che cerco di fare, quindi, è parlare direttamente ai cervelli usando il loro linguaggio.

Perché hai deciso – da subito, da quel che ho capito – di generare un sistema di condivisione della conoscenza (perché di questo si tratta) aperto e free, nonostante la competenza elevata dei suoi membri, come è il tuo gruppo su Facebook?

In realtà, “Ciccio, senti ‘na cosa” è nato allo scopo di risolvere un mio problema personale, ovvero quello di dover rispondere ogni giorno a decine di domande inerenti il Social Media Marketing, il Blogging, il Web Design e altre materie affini.

Quel che ho fatto, quindi, è stato creare uno spazio in cui coloro che hanno bisogno di aiuto, invece di contattare me, potessero condividere le loro problematiche con N individui. Questo non solo ha alleggerito il mio carico di lavoro, ma ha anche permesso agli altri di poter contare su un maggior numero di risposte e soluzioni.

Non sono un filantropo o un benefattore, ma solo uno che, in un certo momento della sua vita, ha capito che unire l’utile al dilettevole era la cosa giusta da fare.

E pare che funzioni alla grande…

Da parte mia, che mi occupo da alcuni anni, ormai, di temi che coniugano gli ambiti umanistici con quelli più tecnici, considero un dato di fatto che questi sistemi tendono a chiudersi. Nel tuo gruppo invece (provare per credere) non è così. Questo risultato è frutto di una strategia precisa o di un’ispirazione talentuosa?

“Ciccio, senti ‘na cosa” non vuole essere una sorta di club chiuso dove i membri sono accomunati da uno stesso problema, ma piuttosto una piazza. Una piazza che non ha porte d’accesso e all’interno della quale ognuno può condividere i propri dubbi e le proprie domande.

Inutile negarlo: il cammino di ognuno di noi è costellato da situazioni nuove e non sempre di facile approccio. Trovo, quindi, sia quantomeno rassicurante sapere che c’è un posto in cui non si va per cercare i propri simili, ma per confrontarsi con chi è diverso.

Se fossimo tutti uguali e avessimo percorso tutti lo stesso cammino, ci troveremmo di fronte a un numero finito di problemi e soluzioni. Il fatto di essere tutti diversi, invece, fa sì che il limite delle possibili combinazioni si espanda in modo pressoché infinito.

Parlando di complessità notiamo che ogni attività di intermediazione tende a scomparire, più o meno in ogni ambito. Il tuo gruppo invece è una sorta di contenitore che intermedia sapere ed esperienza, ma senza farne notare il peso nonostante l’indubbia qualità e specializzazione dei contenuti condivisi. Cosa ne pensi di questa riflessione?

Come dicevo poc’anzi, “Ciccio, senti ‘na cosa” non è pensato per ospitare coloro che muoiono dalla voglia di fare a gara a chi ce l’ha più lungo. Chi ha necessità di questo tipo può trovare asilo in molti altri gruppi e cerchie.

Ostentare le proprie conoscenze, così come avvilire chi è all’inizio del proprio percorso professionale, non è il tipo di atteggiamento che ci si aspetta da chi decide di entrare a fare parte di “Ciccio”.

Ti dirò di più: sono sempre molto attento a chi entra e chi esce dal gruppo e, le rare volte in cui mi sono visto costretto ad agire da Cerbero, non ci ho pensato un attimo ad allontanare i soggetti più instabili, e senza troppi complimenti.

Quali sono le tue aspettative sull’evoluzione del tuo gruppo? Cosa ti convince di più e su cosa invece senti di dover ancora lavorare?

Parlare di vere e proprie aspettative, forse, è un po’ troppo. Diciamo, piuttosto, che, essendo un gruppo molto ristretto (meno di 1.000 membri), confido nel fatto che possa svilupparsi ulteriormente in termini di qualità, più che di volume. Non mi interessa far sì che “Ciccio, senti ‘na cosa” diventi uno di quei grupponi di Facebook che contano decine di migliaia di membri. È un gruppo verticale, di nicchia e non destinato allo svago, quindi sperare nel coinvolgimento di utenti provenienti da ogni dove sarebbe quantomeno azzardato.

A convincermi di “Ciccio” è soprattutto la qualità dei contenuti, cosa su cui ho deciso di puntare sin dal primo giorno. Se, invece, dovessi indicarti un aspetto sul quale credo di dover lavorare di più, allora sarebbe sicuramente quello della promozione.

Purtroppo o per fortuna, non ho mai avuto la stoffa del venditore e, nonostante creda fermamente nel valore del mio prodotto (anzi, del nostro prodotto), non riesco a spingermi oltre certi limiti. Mi viene più facile creare, che pubblicizzare ciò che ho creato.

Un’ultima considerazione. Sostengo con convinzione le teorie che attribuiscono al principio di reciprocità un’istanza di sviluppo, anziché di “buonismo”. Tu, che dedichi tempo e risorse “aggratis” nel gruppo, senza nemmeno pubblicità o altro nei tuoi media, cosa ne pensi?

Io sono sempre stato sostenitore di un principio: se sei il primo a dare qualcosa, e lo fai in modo disinteressato e piacevole, allora la possibilità di essere scelto e ricevere qualcos’altro indietro è decisamente più alta.

D’altronde, è lo stesso principio su cui si basa Bennaker.com: ogni settimana pubblico un nuovo articolo in cui condivido informazioni, metodi, esperienze, considerazioni personali e quant’altro. E lo faccio senza chiedere nulla in cambio al lettore (non ho voluto mettere neanche i banner di Google, quindi figurati…).

Se mi produco in certe attività, quindi, è per far sì che nella mente di chi ne usufruisce si installi un buon ricordo. E da un buon ricordo possono nascere occasioni altrettanto buone, se non addirittura ottime.

Diceva Maya Angelou: “Ho imparato che le persone dimenticano ciò che hai detto e ciò che hai fatto, ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire”.

Il mio obiettivo è dimostrare che aveva pienamente ragione.

Dal tuo punto di vista privilegiato, cosa ci puoi raccontare sul mondo del lavoro in ambito Digital e delle professioni con cui hai a che fare quotidianamente?

Lo dico chiaro sin da subito: lavorare nel Digital è complicato, a tutti i livelli.

Basta guardare le statistiche per rendersene conto: quando si parla di digitale, l’Italia è quasi sempre agli ultimi posti in Europa, e talvolta anche nel mondo. Dato questo, è facile immaginare quali siano le difficoltà incontrate da chi ha deciso di operare in questo settore.

Non vorrei apparire disfattista, ma… c’è poco da stare sereni. Siamo molto indietro rispetto alle nazioni a noi vicine, nonché a molte di quelle lontane. Il nostro tasso di alfabetizzazione digitale è molto basso e questo, ad esempio, porta i più a non riuscire a distinguere le varie professionalità appartenenti al settore digitale.

La prova è data dal fatto che si vedono circolare annunci di lavoro quasi imbarazzanti, dove, per una posizione da Social Media Manager, è richiesto che il candidato ideale si occupi di SEO, SEM, Programmazione, Web Design, Graphic Design, Video Editing, Copywriting, Social Advertising…

C’è talmente tanta roba dentro che non si capisce se l’inserzionista ti sta prendendo per i fondelli, oppure si tratta dello scritto di qualcuno che, bontà sua, non ha veramente idea di chi faccia cosa all’interno di un team di lavoro. E il bello è che spesso sono annunci pubblicati da aziende di un certo prestigio.

C’è poi chi, dal lato degli operatori, approfitta di questa confusione (e della quasi totale assenza di certificazioni e titoli formali) per inventarsi un lavoro o spacciarsi come esperto di qualcosa che in realtà non sa fare. Il danno più grande provocato da questi individui è rappresentato dal malcontento che si insinua nell’animo di chi si affida a loro, il quale porta a una generale sfiducia nei confronti di tutto il settore.

Quante volte, infatti, capita di avere a che fare con qualcuno a che, rimasto scottato da una brutta esperienza, rinuncia in toto a investire nel digitale? Anzi, non solo ci rinuncia, ma sconsiglia anche ad altri di farlo. Dando, così, vita a un passaparola negativo che si ripercuote sull’intero settore.

Dal mio punto di vista, per far sì che le professioni digitali siano l’oggetto di un’impennata positiva è necessario lavorare su due fronti: quello dell’istruzione, in modo che i bambini siano educati sin da subito a un utilizzo consapevole degli strumenti digitali, e quello della formalizzazione dell’inquadramento professionale, così da definire una linea di demarcazione netta tra professionisti del digital e semplici dilettanti.

Forse, se seguissimo queste due direzioni, non ci troveremmo più a leggere annunci assurdi o avere a che fare con lupi mascherati da professionisti del digitale.

***

Bene Simone! Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato e per la tua esperienza che hai voluto condividere con noi di 6MEMESi. Alla prossima, magari proprio nel tuo gruppo facebook!

About Simone

Ciao! Mi chiamo Simone, mi occupo di Social Media Marketing e sono autore del blog Bennaker.com all’interno del quale scrivo di marketing digitale e tematiche affini.

Sono anche ideatore di “Ciccio,‘senti na cosa”, gruppo Facebook dedicato all’incontro tra domande e risposte sul mondo del Web. Seguimi, se ti va. Giuro che non mordo.

Sito web di Simone Bennati, detto Bennaker

Credits immagine di copertina (rielaborata):

ID: 40621792, di Tatiana Kostysheva

ID: 50175302, di Oleksandr Rybitskyi
Iscrizione a MEMEnto6, la newsletter di 6MEMES
Blogger & SEO Specialist ● Web Content Manager ● Storyteller ● Founder di #itinarranti ● Autrice di #Albedon. Collegati su Linkedin Connettiti su Twitter fb

Vuoi seguire i nostri MEMES?
Iscriviti a MEMEnto6, la newsletter del blog 6Memes.

VOGLIO ISCRIVERMI