Futuristi visuali e conversazionali… et voilà le interfacce!

Futuristi visuali e conversazionali…

Prendiamola alla larga e proviamo a tirare un filo tra immaginazione, futuristi visuali, il cityspeak, l’esperanto, la linguistica, la tecnologia, i progetti, le Interfacce vocali… C’è poi un aspetto non secondario della faccenda, ma lo affronteremo alla fine, con tutta calma.

Le interfacce vocali si basano sulla voce e trovano nella linguistica, pragmatica e semantica il loro ambito d’azione così come le interfacce grafiche lo trovano nel mondo della visione e della semiotica.

Le interfacce vocali si basano sulla voce e trovano nella linguistica, pragmatica e semantica il loro ambito d’azione. Condividi il Tweet

Finirà dunque che cominceremo a utilizzare una nuova lingua inventata per le macchine? Magari un linguaggio simile al baby-talk, per semplificarne l’apprendimento e la diffusione? Una lingua fittizia come il cityspeak, un misto di spagnolo, francese, cinese, tedesco, ungherese e giapponese che gli abitanti di Los Angeles utilizzano in Blade Runner nel 2019?

È pur vero che siamo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia anche rispetto a quanto ipotizzavano i futuristi visuali – uno per tutti: Syd Mead che nel 1982 immaginava un’auto volante a decollo verticale che rimane tuttora un’ipotesi confinata al futuro distopico del cinema di fantascienza – eppure…

Il sapere linguistico delle macchine

Immaginate per un momento di far parte dell’equipaggio della Dark Star e di dover convincere una bomba innescata erroneamente, per un malfunzionamento del sistema, a non farsi esplodere.

Immaginate che l’unico modo che avete per convincerla sia quello di parlare alla bomba che a sua volta disquisisce sul fatto che una macchina è in realtà un essere intelligente (Penso, dunque sono) e alla fine decide di farsi esplodere comunque, paragonandosi a Dio (In principio era il buio e io venni dopo il buio. E luce sia!).

Anche senza voler scomodare Dio e Carpenter basterebbe forse pensare al giorno in cui, grazie alle applicazioni IoT, potreste trovarvi, per un bug nel sistema, a conversare amichevolmente con la porta di casa vostra cercando di convincerla a farvi entrare – nella speranza che il progettista dell’interfaccia conversazionale non abbia saltato le lezioni sul trattamento degli errori del corso di design dell’interazione uomo-macchina – prima di rassegnarvi a passare la notte sul pianerottolo.

Ma come si parla a una porta?

Per l’essere “umano” la competenza del parlante è il sistema di regole che è nella mente di chi parla e che costituisce il suo sapere linguistico. La competenza del parlante incontra il sapere linguistico delle macchine (della porta, della bomba, …) anch’esso costituito da un sistema di regole.

Interfaccia vocale: la competenza del parlante incontra il sapere linguistico delle macchine. Condividi il Tweet

Un “sistema di regole” è alla base ad esempio dell’esperanto, una lingua artificiale, sviluppata tra il 1872 e il 1887 dall’oftalmologo polacco di origini ebraiche Ludwik Lejzer Zamenhof la cui logica si presta a minimizzare l’ambiguità, il che la rende adatta all’impiego in informatica, nella linguistica computazionale, per il riconoscimento automatico del linguaggio. Lo scopo dell’esperanto, è di introdurre, attraverso una cultura, appunto, esperantista, una lingua comune a tutto il genere umano. Una lingua perfetta.

[…] La storia delle lingue perfette è la storia di un’utopia, e di una serie di fallimenti. Ma non è detto che la storia di una serie di fallimenti risulti fallimentare. […] i vari progetti non si sono affermati ma hanno lasciato come una scia di strascichi benefici. […] Molte delle teorie che oggi pratichiamo o delle pratiche di cui teorizziamo (dalle tassonomie delle scienze naturali alla linguistica comparata, dai linguaggi formalizzati sino ai progetti di Intelligenza Artificiale e alle ricerche delle scienze cognitive) sono nati come effetti collaterali di una ricerca sulla lingua perfetta. E dunque è giusto riconoscere il merito di averci dato qualcosa, anche se non era quello che ci promettevano. (Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea).

Conoscere la stessa lingua ci fa condividere la stessa visione del mondo. Condividi il Tweet

Ma al di là del fatto che il tema della confusione delle lingue e il tentativo di porvi rimedio grazie al ritrovamento o all’invenzione di una lingua comune a tutto il genere umano attraversa la storia di tutte le culture, l’idea di una lingua universale non è pour parler visto che uno dei motivi per cui in Italia le interfacce vocali e i voice assistants sono ancora misconosciutinonostante la grande diffusione ad esempio negli USA – è il fatto che Amazon Alexa non parla ancora la lingua italiana. Se tutti invece parlassimo nel 2019 una lingua comune come in Blade runner, che sia essa progettata a tavolino o frutto di convergenza linguistica, i responsabili marketing avrebbero un problema in meno. Forse.

Conoscere la stessa lingua ci fa condividere la stessa visione del mondo. L’inglese per esempio, non distingue il genere. […] Invece in italiano il genere è accuratamente segnalato sia dagli articoli, sia dalle concordanze. La psicolinguistica ipotizza che certe differenze possono influenzare la percezione che i parlanti hanno delle cose. La casa, la madre, il fuoco, il sole e la luna, sebbene non possano avere un sesso, in fondo alla mente di un italiano è probabile che ce l’abbiamo: pensiamo a fratello sole e sorella luna, a madre terra.” (Yvonne Bindi, Language Design).

Le implicazioni legate alla lingua che si utilizza nello sviluppo delle interfacce conversazionali non sono dissimili da analoghe considerazioni dibattute in questa sede per le immagini nel machine learning, ma in fin dei conti l’output non può che dipendere dall’input .

Tecnologie emergenti: interfacce ibride o multimodali

Quando si parla di “tecnologia” tendo a condividere, con un pizzico di apprensione, un pensiero di Jackie Lang che ho colto, per rimanere in tema cinematografico, nella sua recensione di Blade runner (quello vecchio ) sul magazine online dedicato al cinema i400calci e riferito alle storie di Philip Dick:la tecnologia mette in questione chi siamo, cioè che più avanza il progresso più è in questione l’identità individuale. L’impossibilità di capire chi si sia o dove si sia o anche solo se sì sia nella realtà o in un sogno è la componente più importante di queste storie stordenti. La tecnologia come la droga, fonte di spaesamento.”

Nella vita mi sono sempre tenuta alla larga dai paradisi artificiali, ma dalla tecnologia non riesco onestamente ad affrancarmi e preferisco allora avere almeno una qualche idea di cosa spinge l’umanità a parlare con una porta o a discutere con una bomba pronta a esplodere (penso, dunque sono;-)).

Gli esperti di progettazione di interfacce vocali affermano che è utile stabilire la personalità che dovrà avere l’assistente vocale, allo stesso modo in cui si crea il personaggio di un racconto, di un film, di una pièce teatrale… man mano poi che le interfacce evolveranno e le loro caratteristiche saranno sempre più rispondenti alle nostre aspettative, dovrà crescere contestualmente la nostra capacità di interagire e “comunicare” con loro nel modo giusto, nel modo cioè che permette di ottenere il risultato voluto.

Nella progettazione delle interfacce vocali è utile stabilire la personalità che dovrà avere l’assistente vocale. Condividi il Tweet

Cosa dico alla bomba (per convincerla a tornare nel suo alloggiamento)?” Chiede il tenente Doolitle al Capitano Powell (che vive in uno stato di animazione sospesa criostatica dopo che la sua console gli è esplosa in faccia, viene interpellato solo nei casi di estrema emergenza e di solito fornisce risposte sconclusionate). “Devi parlargli da uomo e uomoTi consiglio la fenomenologia…” è la risposta.

Alcune interfacce vocali assolvono già al loro compito di educatori: “nella ricerca ho trovato la pagina tal dei tali. Vuoi che la legga?”. La domanda in questo caso introduce altre funzionalità che l’utente potrebbe non conoscere e permette allo stesso tempo l’(auto)apprendimento della “macchina” che sulla base della risposta saprà come “regolarsi” da allora in poi in situazioni simili. Non solo: man mano che l’intelligenza artificiale dei nostri dispositivi acquisirà una conoscenza sempre maggiore, i dispositivi stessi non si limiteranno a rispondere ai comandi ma inizieranno a conversare con frasi complete, arricchite della corretta intonazione ed emozione. 

Frotte di progettisti, sviluppatori, ingegneri, matematici, filosofi, designer e futuristi visuali, sulla base delle proprie capacità, competenze, conoscenze, inclinazioni – sulla base della propria cultura (cinematografica) – e delle indicazioni dei responsabili marketing, dei risultati delle analisi dei big data, dell’intelligenza artificiale ecc. introdurranno sul mercato interfacce conversazionali sempre più su misura e in connessione con il nostro mondo, in grado non solo di dialogare fluidamente di qualunque argomento (o quasi) con noi e con altre interfacce, ma anche di anticipare i nostri desideri, alleggerire le nostre incombenze, pianificare le nostre attività quotidiane: chiamare il nutrizionista per rivedere la dieta che non sta dando i risultati sperati, comunicargli il risultato delle ultime analisi messe a disposizione dai sistemi del centro diagnostico, aggiornare la lista della spesa da ordinare su Amazon, aprire la porta al corriere dando istruzioni su come riporre la spesa, senza dimenticare di ringraziarlo calorosamente della consegna…

Si introdurranno sul mercato interfacce conversazionali sempre più su misura e in connessione con il nostro mondo. Condividi il Tweet

Non siamo tuttavia ancora pronti, per molte interazioni, ad avere interfacce esclusivamente vocali (voice first) ma si va piuttosto verso l’ibridazione: sia attraverso l’estensione con interfacce di output visuali (interazione multimodale: acustico/visivo), sia attraverso applicazioni che integrano ad esempio contenuti audio preregistrati da esseri umani, con altri forniti su richiesta dell’utente da un voicebot.

L’impiego delle interfacce conversazionali avrà, secondo gli analisti, un intenso sviluppo nei prossimi anni. Del resto, come abbiamo visto, non è difficile immaginarne i molteplici impieghi, ma mi si permetta una digressione: in Blade Runner (quello vecchio) il giovane regista Scott, laureato all’accademia di belle arti e con una vastità di interessi che vanno dalla cartellonistica déco, al fumetto di Enki Bilal, all’arte classica, ha messo insieme un manipolo di gente tosta come Syd Mead, Vangelis, Douglas Trumbull, Jordan Cronenweth per immaginare e creare una visione nuova che può sembrare forgiata da zero e invece è mashup, è il contributo di molti talenti differenti.

Ecco, credo che il punto fondamentale, quello che non ci stanchiamo mai di ripetere in questa rubrica, sia sempre lo stesso, lo ribadisco per i distratti che si sono persi i post precedenti e hanno saltato l’inizio di questo capitolo, non si tratta solo di tecnologia: non è l’ultima versione di Alexa o Siri. Si tratta di noi, di sapere chi siamo, dove stiamo andando e soprattutto con chi stiamo facendo questo viaggio.

Tutto chiaro fin qui?

Mentre studiavo per scrivere questo pezzo mi sono chiesta COSA stessi cercando di dire e a CHI. La risposta è stata: ai produttori di tecnologia. Non tutti s’intende. Quei produttori che – se dico “progettazione di interfacce conversazionali” – sanno già di cosa parlo perché hanno già nel loro organico team con competenze distintive, metodologie strutturate, processi ben definiti. Quelli che se dico “progettazione di interfacce conversazionali” rispondono “ok, e adesso ditemi qualcosa che non so;-)”.

Così mi viene di raccontare questa storia qui, la storia dell’impresa titanica di Jodorowsky – scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta cileno naturalizzato francese – che nel dicembre 1974, all’apice della sua fama come autore underground, si rinchiuse per settimane in un castello francese con la sola compagnia di “Dune, il romanzo fantascientifico di Frank Herbert, e ne uscì pronto a mettere insieme un team di guerrieri spirituali per la realizzazione del film più importante di tutti i tempi:

  • Jean Giraud, in arte Moebius, uno tra i più grandi fumettisti francesi di sempre, che inizia subito ad elaborare uno storyboard dettagliatissimo, inquadratura per inquadratura;
  • Dan O’Bannon per gli effetti speciali (lo stesso di Dark Star), Pink Floyd e Magma per le musiche; David Carradine; Salvador Dalì, con contratto che prevedeva un compenso di 100.000 dollari per ogni minuto effettivo di screentime, oltre alla possibilità di recitare perennemente seduto sopra un trono sontuoso, decorato da teste di delfino in oro che avrebbero avuto la funzione di “wc imperiali”;
  • e poi Amanda Lear, Gloria Swanson, Geraldine Chaplin, Orson Welles, Mick Jagger e Udo Kier…

Jodorowsky e il suo team diedero vita a un colossale libro contenente la sceneggiatura del film, gli storyboard completi (con descrizioni dettagliate di ogni singolo movimento di macchina) nonché i bozzetti di ogni singolo costume e di ogni veicolo spaziale, oltre alle note tecniche di O’Bannon relative ad ogni effetto visivo da realizzare per la pellicola.

Un lavoro monumentale, di oltre mille pagine, al punto da far dire che il film sia già pronto anche senza riprese ma nessun produttore sarà disposto a finanziare la parte mancante del budget e il film verrà cancellato ad un passo dall’entrata in produzione.

La storia del cinema (e delle lingue perfette) è costellata di progetti mai portati a termine... Condividi il Tweet

La storia del cinema (e delle lingue perfette, aggiungo io) è costellata di progetti mai portati a termine che ci fanno pensare spesso a come sarebbero cambiate le cose se, al contrario, fossero stati effettivamente realizzati e distribuiti. Tutti questi discorsi basati sul what if non valgono per questa storia: non valgono perché oggi sappiamo con certezza che questo film, pur non essendo mai stato girato, è stato comunque una delle opere più influenti del proprio tempo e fonte d’ispirazione per i successivi decenni di cinema e fumetto.

E se dunque pensate che un progetto sia troppo grande per essere realizzato assicuratevi quantomeno che chi vi sta prospettando l’idea di una nuova Torre di Babele non sia imparentato con qualche scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta, con una discreta storia di progetti fallimentari alle spalle e che è finito, per una di quelle eccentriche acrobazie del mercato del lavoro o del caso, nel vostro team di guerrieri.

Dopo di ché ringraziate la vostra buona stella, tirate fuori il vile denaro, sedetevi comodamente su un trono sontuoso e preparatevi a passare alla storia.

Interfacce conversazionali

Approfondimenti & Sitografia

Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea

Yvonne Bindi, Language Design

https://convcomp.it/il-2018-%C3%A8-lanno-delle-voice-user-interfaces-3134ca939497

https://convcomp.it/perché-utilizzare-le-interfacce-vocali-e-come-progettarle-a1b8e69e4274

https://www.tonifontana.it/architettura-dellinformazione-conversazionale/

https://hbr.org/2018/05/marketing-in-the-age-of-alexa

https://www.conflux.it/blog/alexa-google-siri-come-le-interfacce-vocali-cambieranno-il-business

https://www.intel.it/content/www/it/it/it-managers/conversational-ai.html

http://padis.uniroma1.it/bitstream/10805/2629/1/Tesi_dottorato_Poroli.pdf

https://medium.com/uxtales/progettare-per-la-voce-ea8e65827b7d

https://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Linguistica

https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_esperanto

http://www.segretidipulcinella.it/sdp48/temp_03.htm

http://www.simoneguidi.info/che-la-luce-sia-dark-star-e-il-fatto-che-le-bombe-non-dovrebbero-mai-citare-lantico-testamento/

https://auralcrave.com/2018/02/14/dune-di-jodorowsky-il-film-mai-realizzato-che-cambio-il-cinema/

 

Anna Pompilio
Business Analyst & Blogger • #adotta1blogger member • ITIL® V3 • Certified Technology Specialist (MCTS). Collegati su Linkedin Connettiti su Twitter fb

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