Innovazione, non rivoluzione. Parliamo di Data Driven e luoghi comuni passando da Magritte. Di Anna Pompilio.

Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Arthur C. Clarke

Perché un pittore Belga in questa rubrica?

Quando, nel 1933, dipinge la “Magia nera“, Magritte è già ben cosciente dei suoi mezzi di artista. Rientrato a Bruxelles, dopo un soggiorno a Parigi dove ha aderito con convinzione al Surrealismo, si è stabilito, con l’inseparabile moglie Georgette, al pianterreno di una casetta di periferia. Per vivere disegna manifesti pubblicitari in un atelier che si è costruito in giardino. I suoi quadri, invece, li dipinge a un cavalletto, piazzato vicino alla porta che dà sul cortile. Per le riunioni con il gruppo dei surrealisti belgi c’è appena un tavolo tra la cucina e il salotto dipinto d’azzurro, dove Georgette suona il piano, mentre dall’attaccapanni dell’ingresso è appesa l’immancabile bombetta.”

Leggevo ultimamente in un’intervista alla scrittrice polacca Olga Tocarczuck:la letteratura è una forma di resistenza, perché nemica di ogni idioma che tenti di rendere l’universo semplificato e uniforme, a scapito delle contraddizioni e delle identità multiple e polimorfe” e riflettevo su quanto il tema “il mio è un atto politico” oppure analogamente “è una forma di resistenza” sia ricorrente nelle esternazioni degli artisti – siano essi pittori, scrittori, intellettuali. Ci sono poi artisti – pittori, scrittori, intellettuali – che rafforzano l’atto politico della loro opera con la loro stessa esistenza: con le azioni e le piccole gesta quotidiane. Magritte, io credo, è uno di questi: si è convinto che, solo immergendosi fino in fondo entro gli schemi, sarà libero di scardinare, dall’interno, tutte le convenzioni.

Magritte sceglie dunque di scardinare i luoghi comuni con il grimaldello e per questo si candida a diventare il manifesto di questa rubrica.

Scardinare (con o senza grimaldello) i modelli ricorrenti e convenzionali dovrebbe essere l’urgenza della cultura dominante, del tessuto economico, della cultura aziendale e di chi vuole seriamente occuparsi di innovazione: che non vuol dire digitalizzare (parola ormai abusata e spesso svuotata di senso) o rifare in formato elettronico quello che si faceva prima con il cartaceo ma approfittare delle tecnologie disponibili per ripensare i processi in modo sostenibile, tenendo conto del contesto, dell’esperienza, delle mancanze ma anche delle cose buone fatte fino a quel momento, senza ricominciare da zero ad ogni cambio dell’organigramma o del contratto di fornitura ma trasformando il cambiamento in opportunità di crescita continua per tutti.

All'interno di un circuito virtuoso di innovazione, il riciclo delle buone pratiche va di pari passo con la ricerca di rinnovamento. Condividi il Tweet

Il riciclo delle buone pratiche deve andare di pari passo con la ricerca di rinnovamento. La tecnologia DEVE cambiare il modo di lavorare ma la perdita di memoria all’interno dell’organizzazione non aiuta, così come l’incapacità di tener conto dei molteplici punti di vista: “il mondo è troppo complesso per essere racchiuso in un’unica narrazione”.

Innovare è quel lavoro da fare ogni giorno, con partecipazione, con costanza, senza sbandieratori e senza rivoluzioni (anche perché la rivoluzione è cosa da giovani e il nostro si sa, è un paese di non proprio giovanissimi ;-)).

Il peso della maturità: la margarina, i processi e l’anagrafica aziendale

Rimanendo in tema di innovazione sostenibile cosa succede in un Paese dove la popolazione con più di 60 anni supera gli under 30? A dar retta al chimico francese Michel Eugène Chevreul e a quello che si legge in internet l’innovazione non è questione anagrafica, anzi. Per cui superati gli anta, se abbiamo un po’ di chimica nel sangue contribuiamo a inventare la margarina, se invece siamo sommersi di carta proviamo a innovare i processi, a rincorrere l’interoperabilità, l’integrazione, il data driven.

La questione anagrafica se così si può sintetizzare ha una duplice chiave di lettura: da un lato c’ è la media anagrafica dei collaboratori ma qui le considerazioni lungi dall’essere generalizzate possono solo riferirsi alla singola realtà: un conto è una start up che sviluppa videogiochi, un conto è una società di ingegneria dei trasporti che esiste da qualche decennio.

La seconda riguarda invece il ciclo di vita dell’azienda: una realtà presente sul mercato da illo tempore ha al suo attivo un background di procedure, standard, adempimenti in qualità, dati, processi di integrazione, carta nei cassetti e armadi pieni di faldoni – ma anche banalmente partite contabili ancora da ammortizzare, privilegi da preservare – ecc. che si sono sedimentati nel tempo e qui l’innovazione deve essere per forza pesata: una “rivoluzione” che spazza via il passato come una bomba di antica memoria lascia macerie da smaltire e rischia di essere francamente insostenibile.

La rapidità di innovazione e il contesto globale apre orizzonti di senso che non sono gestiti e non sono molte le persone in possesso degli strumenti critici necessari per rispondevi culturalmente... Condividi il Tweet

Perseguire nel pregiudizio romantico dell’innovazione come punto di “rottura” violenta con il passato – affidata a generazioni spesso (tecnicamente) inconsapevoli da un management che ha difficoltà a silenziare le notifiche del cellulare – senza tener conto del pregresso, del contesto attuale e dei rapporti spesso conflittuali tra le persone, delle inevitabili lotte intestine, dei divari di competenze e senza gestire il cambiamento non può che condurre al fallimento. La rapidità di innovazione e il contesto globale apre orizzonti di senso che non sono gestiti e non sono molte le persone in possesso degli strumenti critici necessari per rispondere culturalmente alla complessità o provare a ridurla senza per questo banalizzarla.

(Per inciso la storia di Michel Eugène è affascinante: nella prima parte della sua vita contribuisce all’ invenzione della margarina, a cinquant’anni pubblica studi sulla luce e sul colore che influenzeranno i pittori divisionisti, dopo i novanta diventa uno dei pionieri di una nuova disciplina – la gerontologia – e pubblica il suo ultimo libro a centodue anni. Il suo nome è scritto sulla torre Eiffel. Tra l’altro la margarina a mio avviso fa molto Belgio e Magritte, il che è surreale considerando che i belgi (come i francesi del resto) preferiscono sicuramente il burro…:-)).

Di anagrafica in anagrafica: il lato umano del dato

Quello che tipicamente si tenta di fare oggi a partire dal patrimonio aziendale dei dati è la loro elaborazione attraverso piattaforme innovative e integrate basate sull’utilizzo condiviso (cloud collaboration) di basi dati di formati diversi ed eterogenei (dati cartografici, anagrafici, catastali, immagini georeferenziate ecc.).

C’è tuttavia un prerequisito da tenere a mente ai fini di una corretta gestione del dato aziendale: per essere a disposizione di tutti deve essere prima di proprietà di qualcuno. Mi spiego meglio: il dato da aggregare deve essere responsabilità in primis di chi lo inserisce e aggiorna su uno o più sistemi (solitamente in una anagrafica, per restare in tema) da cui tutti gli altri attingono. Attenzione: non c’è nulla di innovativo in tutto questo, succede da anni.

Succede anche (da anni) che chi ha la responsabilità di quel dato non sempre ha l’opportunità di aggiornarlo tempestivamente per cui si creano situazioni in cui non è possibile ad esempio rilasciare un’autorizzazione per un lavoro in cantiere perché non è stato aggiornato sui sistemi aziendali il codice fiscale dell’impresa esecutrice (invento, ma mica tanto). In questo scenario ci saranno ritardi nel chiudere l’attività, nel gestire l’avanzamento fisico e contabile, l’impresa esecutrice non riceverà il pagamento tempestivo delle fatture, dovrà ricorrere al credito e tutto questo come minimo finirà per erodere le risorse destinate agli investimenti in innovazione.

Succede dicevo da anni, ma oggi c’è un altro tipo di incognita di cui tener conto: il timore della risonanza del dato, intendendo per risonanza quanta visibilità ha il dato in azienda e quanti potrebbero puntare il dito verso il responsabile dell’aggiornamento per la propagazione di un’informazione errata.

Quello che tipicamente si tenta di fare oggi a partire dal patrimonio aziendale dei dati è la loro elaborazione attraverso piattaforme innovative e integrate basate sull’utilizzo condiviso di basi dati di formati diversi ed eterogenei. Condividi il Tweet

Se per errore raddoppio l’importo di una commessa e questo nuovo importo si diffonde rapidamente su tutti i sistemi, chiunque lo utilizzi sarà portato, a cascata, ad aggiungere altri errori al primo con una sorta di effetto domino che potrebbe essere drammatico se utilizzato da sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale, qualora non dovessero essere in grado di accorgersi immediatamente dell’incoerenza. Oltretutto se un tempo la questione poteva essere risolta all’interno, oggi il colloquio continuo e la trasmissione verso banche dati di soggetti esterni – enti pubblici, pubblica amministrazione, forze dell’ordine, prefetture, … – aggiunge un ulteriore livello di complessità.

Le incognite quindi sono molteplici: come e dove far aggiornare tempestivamente un dato distribuito? Come si supera la ritrosia di chi pensa che il male minore sia il mancato aggiornamento piuttosto che il rischio di errore o imprecisione? O che si tratti sempre e comunque di una inutile perdita di tempo: il dato è mio e se l’azienda lo vuole mi convinca a “cederlo”.

La risposta a questi e mille altri quesiti quella sì, dovrebbe essere basata sulla capacità di immaginare nuovi mondi possibili, di uscire dalla logica degli “standard” (standard grafici, standard di sviluppo, ecc.) e di creare un substrato (software) che si auto alimenta e arricchisce grazie all’utilizzo di piattaforme diverse e integrabili sviluppate da anime differenti in una sorta di pluralismo che rispecchia quelle identità multiple e polimorfe di cui narrano gli scrittori e che possono dar vita a soluzioni innovative ma sostenibili: applicazioni che permettono all’utente di correggere autonomamente e tempestivamente gli errori o che consentono di monitorare fasi predefinite del processo in modo facilitato attraverso semplici app; piattaforme multi cloud; sistemi predittivi; intelligenza artificiale…

Ma anche nuovi modelli formativi, informazione tempestiva diffusa attraverso nuovi strumenti di uso quotidiano (e non necessariamente con le solite mail), nuovi paradigmi di rappresentazione (questo non è un numero: 50.8419058 4.3590139 è il museo Magritte:-) e così via.

Un esempio di innovazione sostenibile

Supponiamo che ci venga richiesto di gestire “informaticamente” le attività che concorrono alla produzione della documentazione per la presentazione della SCIA antincendio e la trasmissione delle Attestazioni di prestazioni energetica degli edifici.

Di cosa si tratta? La presentazione della SCIA antincendio ricorre quando le opere realizzate in un appalto comprendono anche attività soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco, mentre la produzione degli attestati di prestazione energetica degli edifici si rende necessaria quando è applicabile la normativa sul contenimento dei consumi energetici e l’impiego di energia da fonte rinnovabile.

Se ci limitassimo a digitalizzare il processo si potrebbe banalmente pensare di sviluppare funzionalità di archiviazione della documentazione prodotta, di mettere a disposizione la modulistica in formato digitale o di gestire le scadenze… Ma invece di partire dalla conta delle scartoffie perché non cominciare dal progetto dell’edificio?

Se ci limitassimo a digitalizzare il processo si potrebbe pensare di sviluppare funzionalità di archiviazione della documentazione, mettere a disposizione la modulistica in formato digitale o gestire le scadenze… Condividi il Tweet

Il flusso in tal caso potrebbe iniziare dal caricamento nella piattaforma applicativa scelta di un progetto, magari realizzato in BIM – questo potrebbe aprire un ulteriore scenario di innovazione per il passaggio ad es. da CAD a BIM – e a partire dal dato progettuale andare ad effettuare i controlli richiesti dalla normativa attraverso il caricamento tramite un’app di foto scattate nell’edificio e la segnalazione di eventuali non conformità che saranno assegnate automaticamente dal sistema a un utente che dovrà poi mettere in pratica le misure necessarie al superamento della segnalazione…

Tutto questo mentre l’ente esterno, che accede alla stessa piattaforma, controlla lo stato avanzamento della “pratica” evitando inutili scambi di file, mail, pec, protocolli, allegati, errori di trasmissione, sigle incomprensibili, slittamenti dei termini, incertezza, ritardi, richieste di deroga. Senza contare la possibilità di utilizzare gli stessi dati per fini statistici. Troppo poco innovativo? Si fa sempre in tempo ad aggiungere un drone che scatta foto dall’alto all’edificio e scannerizza gli impianti:-).

 

La complessità delle organizzazioni e dei processi (anche quando sono ben definiti e normati come nell’esempio: presentazione dell’ istanza di valutazione del Progetto ai fini della SCIA) richiede un approccio organizzativo sistemico: non si tratta di “scomporre” classicamente il progetto secondo un flusso lineare ma guardare all’intera organizzazione, ai legami, alle dipendenze, alle integrazioni…

 

In nome del Papa Re

Per chi mi conosce un po’ la scelta di utilizzare come fonte di ispirazione Magritte, il grimaldello, parole chiave come “sostenibilità” (così del resto come il mio recente acquisto di un classico e intramontabile capo di abbigliamento, il cappotto cammello:-) – ha un che di sorprendente, sapendo della mia spiccata inclinazione alla rissa.

Si potrebbe dire quasi, tornando alla famosa questione anagrafica, che si tratta di una scelta di maturità. O forse molto più semplicemente, come disse Monsignor Colombo nel famoso film di Luigi Magni: “i ribelli morono sempre a vent’anni, pure quanno nun morono”.

E… Già che si è parlato all’inizio di Georgette e Magritte, c’è una famosa foto della famiglia intitolata “René and Georgette Magritte with their dog after the war” da cui Paul Simon ha tratto ispirazione per una delle sue bellissime canzoni, intitolata esattamente “René and Georgette Magritte with their dog after the war“. Quando i geni comunicano e lo fanno – incredibilmente – senza ausilio di piattaforme di collaborazione;-)

 

FONTI E APPROFONDIMENTI
Credits immagine di copertina:

Rielaborate:

ID: 7075441, di Melanie Lemahieu§
ID: 107812667 e 25022353 di Kheng Ho Toh

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Anna Pompilio
Business Analyst & Blogger • #adotta1blogger member • ITIL® V3 • Certified Technology Specialist (MCTS). Collegati su Linkedin Connettiti su Twitter fb

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