Il meglio di #6MEMES: saranno le strategie di cambiamento strutturate e la comunicazione mirata a dare vita all’Essere Interoperabile.

Il meglio di 6MEMES di questi ultimi mesi…

 Dal vocabolario online Treccani:

Repetita iuvant (lat. «le cose ripetute piacciono, giovano»):
Sentenza latina d’incerta origine, che si pronuncia spesso, nell’uso corrente, quando si sta per ripetere qualche cosa che già si sia sperimentata come piacevole, e talora in altro senso, per affermare l’utilità
di ripetere una raccomandazione, un precetto, un ammaestramento.

 

Sanità e gestione del processo di cura. Strategie di cambiamento nella Pubblica Amministrazione. Coworking, uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro e si integra perfettamente nell’utilizzo sostenibile delle risorse tipico della co-economy: sono stati questi gli argomenti che il nostro pubblico di lettori ha prediletto da maggio e luglio 2020.

A ben guardare, gli stessi premiati nel trimestre precedente – come un utile ripetizione di precetti che potrebbero migliorare uno stato economico e sociale ormai obsoleto – ma, stavolta, più declinati in un’ottica comunicativa.

Il tutto per un’auspicabile collaborazione tra ingegno e talenti, a ribadire quanto l’interoperabilità relazionale tra tecnologia e uomini dotati di competenze sia il giusto percorso da seguire attraverso la digital trasformation.

 

E se, durante il nostro cammino, corressimo il rischio di trovare lunghe code (agli sportelli) o, peggio, tutte le sedie occupate (in sala d’attesa) e il dubbio di aver preso un ticket sbagliato?

Fabrizio Biotti ha chiara la soluzione, almeno in ambito sanitario:

“Alla luce degli attuali scenari, al primo pilastro della necessaria razionalizzazione dei flussi, occorre affiancarne un altro, quello legato al tema imperativo della digitalizzazione che consente di gestire sia l’affluenza ordinaria che straordinaria in termini strategici e operativi.”

Per tali motivi occorrerà digitalizzare in termini di accoglienza non tanto singoli segmenti, comparti e flussi (di servizi come di persone e merci) ma piuttosto l’intero processo, in un ottica di best practice nonché della necessaria migliore interoperabilità tra enti e strutture: temi decisivi, questi, per gestire in maniera ottimale la presa in carico del paziente fin dal momento in cui entra in contatto con la struttura, indipendentemente dal motivo per cui ne ha la necessità. Solo in questo modo

La tecnologia diventerà il fattore abilitante per una corretta gestione e razionalizzazione dell’accoglienza integrata ai differenti processi aziendali e non come un qualcosa di astratto e non sufficientemente integrato con gli altri attori dell’ecosistema sanitario”.

 

Tuttavia, l’incertezza che sempre accompagna le fasi di trasformazione – ancor più in questo periodo di emergenza sanitaria – richiede continue strategie di cambiamento strutturate.

Non basta dunque l’ottica trasformativa, la passione, la buona volontà – per Anna Pompilio – almeno nell’ambito trasformativo della Pubblica Amministrazione:

È di fondamentale importanza, nell’attuazione di strategia di cambiamento, analizzare a fondo la struttura organizzativa in modo che l’impatto (positivo o negativo) dell’innovazione sia ben compreso e non rigettato. Come? Le modalità possono essere molteplici, ad esempio attraverso una buona progettazione, intesa come organizzazione puntuale di tutti i vari aspetti del progetto in senso ampio, comunicazione compresa.”

L’approccio metodologico per gestire un progetto – che presuppone come prerequisito l’abilitazione di sistemi interoperabili – deve partire dall’analisi del gap in termini di capabilities (o abilità) ma, in fase d’opera, considerare anche l’etica delle virtù.

Virtù e abilità sono entrambe capacità di mettere in campo azioni per raggiungere un fine ma, nella virtù, c’è anche l’elemento morale del produrre in questo un bene per sé e per gli altri. L’etica della virtù ci dice che si possono avere ottime capacità che tuttavia si potrebbero usare in maniera disfunzionale ed è quindi necessario formare persone non solo abili ma virtuose”.

È giunto il tempo di distogliere la concentrazione dalla Macchina e ricordarci che esiste anche l’Uomo: l’unico, vero, Essere Interoperabile è colui che può tendere a una cooperazione virtuosa con la tecnologia e all’utilizzo delle competenze verso domini di eccellenza che costituiscono un valore in sé, scevri da qualunque tornaconto personale. Tenendo sempre conto che abilità e virtù necessarie all’evoluzione sono vive e da nutrire.

Se non si sente la necessità di imparare ma si va solo alla ricerca di conferme, se non si passa dall’abilità alla virtù, se non si ragiona in termini di sostenibilità, allora non ci potrà essere innovazione che tenga, perché:

“il digitale, l’interoperabilità, l’Intelligenza Artificiale, il Design non sono altro che un sistema, aperto, di pensiero strutturato”.

Certo, rimane indubbia la valenza e l’importanza del fattore tecnologico e del suo continuo sviluppo verso la miglior performance nell’ambito applicativo per il quale è stato pensato.

È giunto il tempo di distoglierci dalla Macchina e ricordarci che esiste anche l’Uomo: l’unico, vero, Essere Interoperabile è colui che può tendere a una cooperazione virtuosa con la tecnologia e all’utilizzo delle competenze Condividi il Tweet

E proprio in questi mesi di emergenza sanitaria il fattore tecnologico è divenuto un elemento essenziale, a garanzia e supporto dei legami umani e relazionali che la pandemia ha reso più difficili da gestire.

Lo mostrano anche i risultati del monitoraggio, attivato attraverso la piattaforma Webdistilled, condotto da Sara di Paolo e dedicato ai nuovi trend del vivere e dell’abitare gli spazi condivisi (di lavoro e non solo).

In tutto il mondo gli spazi di coworking stanno infatti vivendo un nuovo (forse inaspettato) grande rilancio, per vari motivi:

“la capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi per garantire ai propri ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto ad altri luoghi del lavoro più tradizionali.”

Non solo, anche riuscire ad alimentare il senso di comunità attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha portato le realtà di gestione di spazi condivisi a concentrarsi maggiormente sui propri servizi, in particolare su quelli digitali. Proprio questo ha consentito a molti coworking di mantenere, in tempo di Covi19, relazioni, clienti e incassi in tempo.

Cosa, allora, resta da (o si deve iniziare a) fare?

Costruire comunità globali e interoperabili – radicate come realtà uniche e pregevoli nell’ambito di uno specifico territorio, e formate da individui abili e virtuosi in grado di usare tecnologie efficaci nel loro ambito di applicazione – è, forse, l’ultimo passo utopico da compiere.

Solo con questo tipo di approccio gli individui potranno utilizzare i migliori strumenti di lavoro e le migliori applicazioni, lavorando insieme e liberamente. E, inoltre, potranno scambiarsi e mettere in circolo dati utili per accrescere le proprie competenze e creare biblioteche virtuali di informazioni eccellenti alle quali chiunque, o qualunque delle comunità, potrà accedere.


Credits immagine di copertina

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ID Immagine: 86797695Diritto d'autore: Daniil Peshkov.

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