In Salute e in Malattia: forme ed espressioni del corpo nell’Arte

Abbiamo iniziato questa rubrica parlando del legame d’amore-odio che da sempre connota il rapporto tra l’Uomo e il suo corpo, giocato sul filo del ben-essere e mal-essere. 

Il primo articolo ha messo l’accento sulla “forma” del corpo inteso come luogo di incontro tra il corpo percepito dall’individuo e la sua concretezza biologica, parlando – tra le altre cose – di canoni (della bellezza, ma non solo), di immagine corporea e di vissuto del corpo secondo determinati schemi culturali.

Abbiamo poi proseguito con una rapida anteprima sui marker più prettamente legati alla salute, parlando del corpo ai tempi di Google e di come l’attuale rappresentazione del corpo online stia condizionando, nostro malgrado, il nostro rapporto culturale con il concetto stesso di salute.

Per dare ora un orizzonte più esteso ai temi trattati, facciamo un passo indietro (o in avanti, a seconda del punto di vista) parlando di come il corpo  è stato rappresentato nella Storia dell’Arte.

Vedremo insieme come i concetti sin qui espressi siano stati in effetti percepiti, rappresentati e raccontati da sempre proprio nelle espressioni artistiche dell’Uomo, essendo del resto l’Arte il luogo per eccellenza di possibilità di incontro tra gli aspetti materiali e immateriali della nostra esistenza.

Il corpo come impronta. Nel bene e nel male.

 

Cosa esiste di più culturale della differenza di genere espressa attraverso il corpo?Si può dire che la Storia dell’Arte inizi proprio con la rappresentazione del corpo: la prima immagine che l’uomo realizza di se stesso è infatti l’impronta delle proprie mani, intrise di colore e stampate sulle pareti delle caverne.

In Patagonia esiste una di queste caverne, risalenti al periodo neolitico, chiamata La cueva de los manos pintas, in cui sono state ritrovate le impronte di centinaia di mani degli uomini che l’hanno abitata, almeno 15.000 anni fa.

Alcune di queste mani presentano, tra l’altro, delle dita mozzate.

Gli studiosi hanno fatto due ipotesi: la prima, quella forse più scontata, è che i frequenti incidenti di caccia abbiano provocato queste mutilazioni; l’altra ipotesi, un po’ più inquietante, è che la mutilazione volontaria di alcune falangi facesse parte di un qualche rito propiziatorio, che avesse a che fare, insomma, con un cerimoniale di tipo sacrificale, al fine di ottenere in cambio qualcosa dagli spiriti dell’aldilà o dalle forze della natura.

Le grotte in cui compaiono impronte di mani sono numerose anche in Europa, a testimonianza del fatto che l’homo sapiens ha voluto lasciare una testimonianza di sè attraverso l’immagine della sua fisicità.

La prima immagine che l'uomo realizza di se stesso è l'impronta delle proprie mani. Condividi il Tweet

Roba da preistoria, dunque? No, per niente!

La suggestione delle mani come metafora della presenza umana è stata ripresa nel Novecento anche da un artista francese, Yves Klein, maestro della body art e inventore del celebre blu klein, che ha realizzato negli anni Sessanta alcune opere ricoprendo di colore il corpo nudo di una modella e facendo imprimere la sua impronta sulla carta, come fosse una stampa colorata, un’ombra, un’immagine fantasmatica di un corpo reale…

Questo per dire che – dalle prime forme di arte dell’età neolitica alle più recenti espressioni dell’arte contemporanea – il corpo è da sempre al centro non solo della riflessione estetica, ma è uno dei soggetti più rappresentati in tutti i linguaggi artistici.

Sia che si tratti di pittura o scultura, grafica o fotografia, il corpo umano è il fulcro di valori e interessi non solo estetici, ma anche sociali, culturali ed economici.

L’arte è dunque un’eccellente chiave di lettura per interpretare i cambiamenti socio-culturali che nel corso del tempo hanno investito la concezione del corpo, visto come espressione di bellezza, ma anche di forza e potenza, oppure di malattia, dolore e perversione.

Dai Faraoni in poi: il corpo che contiene l’anima.

 

Abbiamo già visto come l’antico Egitto, per primo, abbia dettato i canoni estetici del corpo, oltre ad aver dedicato alle spoglie dei suoi regnanti, i Faraoni, opere funerarie di una potenza e monumentalità tale da rappresentare, in terra, il concetto stesso di immortalità.

E infatti non è un caso se la medicina sembra essere nata proprio in Egitto, a causa della conoscenza dell’anatomia del corpo umano che avevano i mummificatori e gli imbalsamatori. Gli stessi medici greci, Ippocrate incluso (quello del famoso giuramento, per intenderci), andavano a studiare proprio in Egitto, quasi fosse una forma di Erasmus d’altri tempi.

La leggenda vuole infatti che Sinhue, il medico del Faraone, abbia praticato la prima operazione al cervello della storia, per estrarre una cisti dal cranio del divino sovrano. Ce lo raccontano un libro del 1945 e un film tratto da questo e realizzato a Hollywood nel 1954.

Sono stati poi Greci a fondare la loro intera civiltà sulla bellezza e classicità del corpo, attribuendovi anch’essi segnali di poteri divini – come era per gli eroi delle Olimpiadi che incarnavano un ideale di bellezza, grazia ed energia – con un “modello” talmente potente da diventare icona del corpo universale anche nei secoli successivi.

Il corpo umano è il fulcro di interessi non solo estetici, ma anche sociali, culturali ed economici. Condividi il Tweet

Ed è stato infine l’avvento del Cristianesimo e della sua morale che ha cambiato in occidente la concezione del corpo, visto non solo come prigione dell’anima (secondo la tradizione platonica), ma anche come fonte di peccato e perdizione, ricettacolo immondo di vizi e perversioni che allontanano da Dio…

 

Il corpo peccatore: tra piacere e dolore.

 

VenereDa luogo di salute e bellezza a involucro peccaminoso, il passo è stato meno lungo del prevedibile. Il De Contemptu mundi di papa Innocenzo III è la sintesi perfetta di questa concezione che vede nel corpo il luogo di ogni abominio e il teatro prediletto dal demonio per inscenare i suoi disgustosi malefici. “L’uomo è putredine e il verme è figlio dell’uomo”, afferma l’autore in uno slancio di ottimismo… :-)

Nel Medioevo pertanto prevale la rappresentazione del corpo sofferente del Cristo, oppure quello peccaminoso di Adamo ed Eva, cacciati dal paradiso terrestre e condannati ad una vita di fatica e sofferenze.
Bisognerà aspettare la rinascita dell’Umanesimo per vedere nuovamente esaltata la bellezza e la salute del corpo, visto anche come fonte di piacere.

Il corpo umano: da involucro peccaminoso a luogo di salute e bellezza... Condividi il Tweet

La nascita di Venere di Botticelli è il simbolo di questa nuova visione del corpo, bello e sensuale come non si vedeva dai tempi della Venere di Cnido.

Certo, una Venere un po’ nordica, con tutti quei capelli biondi e gli occhi azzurri (non proprio da bellezza mediterranea), ma rispondente di più a quell’ideale cortese e stilnovistico che attribuisce alla donna un ruolo angelico di salvatrice dell’anima dell’uomo.

Nel Rinascimento si fa tuttavia strada anche un’altra idea del corpo, più “dualistica”: è l’idea della malinconia, vista come una sorta di malattia dell’anima, che manifesta i suoi segni anche nella gestualità esteriore. L’arte rappresenta così nella “carne” non solo i vizi e le virtù dell’Uomo nelle loro stimmate sociali e culturali – ma anche i suoi sentimenti più profondi, personali e interiori.

Durer, Raffaello, Lotto, Pontormo e altri esprimeranno nei secoli questo stato d’animo, contrapponendosi alla concezione muscolare, eroica e titanica di Michelangelo o a quella analitica e scientifica di Leonardo, che – come abbiamo visto – il corpo lo studiava anche sezionandolo e ritraendolo dall’interno nelle sua varie parti.

E nonostante nella metà del Cinquecento la Controriforma cattolica e la Riforma protestante pongano un limite alla libera manifestazione del corpo e alla esplicita ricerca del piacere, saranno il Settecento e l’Illuminismo ad affermare una rinnovata concezione gioiosa del corpo, e proclamare una nuova e sontuosa esibizione del corpo, soprattutto quello femminile, che nel tempo ha sempre più focalizzato l’interesse degli artisti, come se la bellezza del corpo coincidesse con quella della donna.

 

Il corpo femminile

 

Cosa esiste di più culturale della differenza di genere?  

E’ stato forse il Rinascimento il periodo di maggior splendore per quel che riguarda la rappresentazione del corpo maschile o femminile visto come luogo di piacere, sensualità e bellezza, ma anche di eleganza e grazia.

In questa epoca è tutto un proliferare di nobildonne, ninfe, dee, e anche sante, colte in abiti discinti, quando non proprio nude, è tutta una esibizione di corpi abbondanti e avvolgenti.

E gli uomini non sono da meno, con gran sfoggio di barbe, vestiti eleganti, sfarzo e pose celebrative. (Anche i Santi hanno un che di erotico, per esempio i numerosi san Sebastiano, languidi e sinuosi come gli antichi Apolli.)

D’altra parte le donne hanno un ruolo sempre più evidente nella società e la rivoluzione industriale le renderà protagoniste dei tempi nuovi.

Alle cortigiane di Boucher, alle Maye nude e vestite di Goya, alle baganti da bagno turco di Ingres, subentreranno le donne vere, non più dee o figure mitologiche, ma madri, mogli, lavoratrici, esponenti del bel mondo, come le raffinate ed eleganti signore di Boldini, o le prostitute da locale notturno di Toulouse-Lautrec, ma almeno donne vere, reali, con le loro carni, anche stanche, coi loro volti, spesso segnati.

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Eppure, nonostante l’avvento della modernità e la creazione di una cultura laica diffusa, è sempre sul corpo, soprattutto quello femminile, che si concentra l’attenzione degli osservatori e si manifesta la concezione della morale collettiva.

Le signorine in riva alla Senna di Courbet o Le dejeneur sur l’herbe o l’Olympia di Manet generano scandalo nell’opinione pubblica, suscitando la reazione indignata non più della chiesa, o almeno non solo, ma sopratturto dell’opinione borghese.

 

In salute e in malattia, ancora una volta.

 

Anche il tema della malattia  entra prepotentemente nell’arte di fine Ottocento e di primi Novecento: le donne di Klimt, dalla sensualità un po’ perversa, potenziali pazienti del dottor Freud, le ragazzine anoressiche di Schiele, o quelle malaticce di Munch, o quelle inquietanti di Balthus. Il tutto fino ai corpi macellati di Bacon o alle donne obese dell’altro Freud, Lucien, specchio di un mondo che sul corpo ha giocato (e forse perduto) i suoi valori, non solo estetici.

L'arte contemporanea ha fatto del corpo uno dei temi fondanti del suo stesso essere. Condividi il Tweet

L’arte contemporanea ha fatto del resto del corpo uno dei temi fondanti del suo stesso essere: sul corpo femminile e sul suo utilizzo nella moderna società dei consumi riflette Vanessa Beecroft, con le sue immagini di modelle-manichini, o la Bourgois, con la sua investigazione spietata del rapporto tra madre e figlia.

E di questo possiamo inseguirne ogni giorno le tracce  in pagine e pagine – online e offline – di esempi femminili e maschili in pose improbabili quanto artificialmente perfette.

Oggi più che mai  il corpo è il terreno privilegiato di uno scontro ideologico, tra chi vuole usarlo, sfruttarlo, mercificarlo come propone (e impone) la civiltà del consumo, e chi vuole ancora trovare in esso la fonte di una possibile bellezza, che è anche salute fisica ed equilibrio dell’anima.

Inutile infatti sottolineare l’attuale, frenetica rincorsa a una sorta di eterna giovinezza e salute che, più che di ferro, appare fatta di materie plastiche, fuori e dentro di noi. Il tutto in un senso del corpo che si evolve nella ricerca di performance sempre più durature nel tempo. Pagando a volte il prezzo di una certa omologazione, per lo meno estetica.

 

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