Esattezza: trasparenza, veridicità e interoperabilità del sapere dall’Uomo alla Macchina. Partendo da Calvino.

La misura del vero

Calvino inizia la sua terza lezione, quella dedicata all’Esattezza, con una definizione del suo campo di analisi letteraria espressa in tre punti numerati (come vedremo tra breve), mentre l’incipit al capitolo ci concede una breve divagazione sul concetto più generale di unità di misura:

“La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia. Il geroglifico di Maat indicava anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri del mattone unitario, e anche il tono fondamentale del flauto.”

Calvino prosegue il discorso citando la fonte:

“Queste notizie provengono da una conferenza di Giorgio de Santillana sulla precisione degli antichi nell’osservare i fenomeni celesti. (…) In memoria della sua amicizia, apro questa conferenza sull’esattezza in letteratura col nome di Maat, dea della bilancia.”

E, dopo questo breve inciso – che circoscrive a mo’ di geroglifico l’area semantica dei discorsi che l’autore affronterà – Calvino definisce ancor meglio il concetto di Esattezza che, per lui, vuol dire soprattutto tre cose:

1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico”, dal greco εικαστικός;
3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

La mia prima riflessione rispetto ai temi che trattiamo in questa serie di articoli è che l’opera calviniana – nel suo insieme – è densa di nuclei di senso che possiamo definire preveggenti, e uno di questo è proprio quello riferito all’Immaginazione collegata  a filo doppio con i concetti di Misura e di Calcolo.

Quasi come se ogni porzione di testo narrato dovesse – per sua vocazione – tendere a contenere e condividere un insieme di significati in grado di rappresentare qualcosa di esatto, preciso, o meglio ancora: VERO.

E se questo legame tra “immaginazione” e “misura” sembra a un primo sguardo contro-intuitivo – parlando qui di Esattezza – allora il mio consiglio è quello di leggere l’articolo di Anna Pompilio in cui introduce la differenza tra interoperabilità sintattica e interoperabilità semantica proprio a proposito della condivisione di informazioni e saperi:

“la definizione di interoperabilità, per la precisione di interoperabilità sintattica, ha un che di limpido e leggero: è la capacità dei sistemi (ognuno dei quali utilizza per funzionare differenti linguaggi, tecnologie, interfacce, …) di comunicare e scambiare tra loro dati e servizi.

Il modo con cui sistemi diversi cooperano, e quindi si scambiano informazioni, è attraverso l’utilizzo di standard e protocolli. (…) Esiste tuttavia un’altra definizione di interoperabilità, che porta forse con sé maggiori suggestioni: l’interoperabilità semantica che si ha quando i dati scambiati sono comprensibili dai differenti sistemi coinvolti.”

Il destino di ogni forma “esatta” di comunicazione, dunque – secondo questo specifico focus – sembra essere correlata non tanto (o non solo) a trasmettere e veicolare informazioni fine a se stesse, ma piuttosto di valore, contenente cioè qualcosa non solo di misurabile, ma anche capace di essere “comprensibile”.

Questo, sia che si tratti di una comunicazione tra Umani, tra Macchine e perfino di tipo “ibrida”, ovvero tra l’Uomo e la Macchina.

Il destino di ogni forma esatta di comunicazione, sembra essere correlata non solo a trasmettere e veicolare informazioni fine a se stesse, ma piuttosto di valore, contenente cioè qualcosa di misurabile. Condividi il Tweet

Quando questo non accade, allora si assiste a un vuoto cicaleccio, piuttosto che a un reale scambio, i cui esiti – per il contesto generale – non sono certo favorevoli. D’altra parte è lo stesso Calvino che si sofferma sul tema:

“(…) mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. (…) La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.”

L’autore non è più clemente nemmeno con l’uso delle immagini, che già intravede come inflazionate rispetto al loro significato più profondo (e oggi non possiamo che dargli ancora una volta ragione):

“Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini (…) che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria (…).”

Quando e se la misura è “vuota”…

Se ora queste riflessioni le lasciamo rilegate nell’ambito letterario, allora possiamo anche dire che la questione non è poi così grave (non è vero, ma facciamo finta di sì!).

Ma se invece accostiamo queste tematiche alla relazione ormai strutturale tra l’Uomo e la Macchina, allora sì, la faccenda si complica, e di parecchio.

Se infatti la traduzione delle istruzioni che (per semplificare molto) l’Uomo impartisce alla Macchina (sia nella fase della sua progettazione che durante le attività di addestramento e perfino nelle fasi di ri-elaborazione dei dati e delle informazioni) è imprecisa o imperfetta, anche di poco, ecco che invece le conseguenze possono essere assai più impattanti nel loro risultato ed esponenziali nel loro riverbero.

Non a caso, quello della veridicità dei dati è uno dei fattori più importanti, quando si parla di Big Data, ad esempio, come abbiamo ricordato in uno degli articoli fondanti il nostro blog:

“Il tema dell’esattezza e della veridicità – a proposito di dati – è cruciale, tanto che è uno dei quattro parametri principali con cui si individuano i big data (assieme al volume, la velocità e la varietà).”

Il termine, infatti,

“si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità)” ed è un fattore determinante “essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte.”

E qui si apre una questione cruciale, in termini di Esattezza:

“Essere Esatti, in sintesi, non necessita solo l’essere precisi, ma anche in qualche modo obiettivi (veritieri) nell’individuare l’oggetto di analisi. 

Tale doppio binario, infatti – quello dell’esattezza dell’individuazione dell’oggetto e quello l’esattezza della sua rappresentazione – è fortemente dipendente dagli strumenti di cui dispone colui che osserva, che possono essere non solo tecnici e tecnologici, ma anche intellettivi e culturali.”

E se non bastano le misure, in questo senso, allora è chiaro che occorre uno strumento ulteriore, per garantire sia Esattezza che Veridicità nella relazione assai complessa tra il linguaggio dell’Uomo e quello della Macchina.

Se le istruzioni che – per semplificare molto – l'Uomo impartisce alla Macchina sono imperfette, anche di poco, le conseguenze possono essere importanti ed esponenziali nel loro impatto. Condividi il Tweet

Questo strumento – io – vorrei chiamarlo Metodo di nome ed Etico di cognome, e vorrei farlo riportando le parole del professor Paolo Benanti:

“Per guidare l’innovazione verso un autentico sviluppo umano che non danneggi le persone e non crei forti disequilibri globali, è importante affiancare l’etica alla tecnologia.

Rendere questo valore morale qualcosa di comprensibile da una macchina, comporta la creazione di un linguaggio universale che ponga al centro l’uomo: un algor-etica che ricordi costantemente che la macchina è al servizio dell’uomo e non viceversa.”

Dati e veridicità pre e post Covid

Se tutto questo discorso poteva apparire soltanto qualche mese fa molto difficile da capire, e soprattutto astratto e lontano dalla nostra vita di tutti i giorni, basta ora soffermarci sugli eventi che stiamo nostro malgrado attraversando in termini pandemici per capire che non è affatto così, e forse non lo è mai stato.

Era ad esempio l’esimio professor Roberto Burioni, già in febbraio, a interrogarsi sull’esattezza dei dati riportati dalle statistice cinesi:

“Tutto il mondo s’interroga sulla veridicità dei dati statistici disponibili in Cina. In ogni caso, con tutte le limitazioni di sorta, sono quelli che abbiamo e su cui tutti dobbiamo riflettere.

Oggi vi proponiamo una nostra possibile interpretazione, anche alla luce dell’ultimo report degli epidemiologi dell’Imperial College of London.”

Noi stessi in prima persona, in questi mesi, abbiamo potuto registrare direttamente come  – tra report della Protezione Civile e schermaglie varie a suon di numeri, grafici e modelli esponenzial – la questione sia dunque sostanziale, soprattutto se applicata ai modelli matematici, e a maggior ragione a quelli esponenziali: basta sbagliare un PICCOLO numero all’inizio della serie di calcoli che il risultato sarà un GROSSO errore.

Tant’è che sono purtroppo tantissimi gli articoli che mettono sul chi va là, a partire da dati scientifici di cui dubitare:

“Il calcolo dell’infection fatality rate si sta rivelando uno degli aspetti più controversi di questa pandemia. Tra risse scientifiche, modelli, analisi sierologiche, le cifre proposte sono ancora molto distanti, e in attesa di dati certi non resta che decidere di chi fidarsi.”

Per non citare il problema della sicurezza dei dati ripetto a possibili attacchi informatici riguardanti informazioni che sono per noi letteralmente VITALI:

“L’Fbi e e l’Homeland Security denunciano una serie di attacchi informatici il cui mandante sarebbe Pechino. Nel mirino degli hacker dati su vaccini, trattamenti e test di aziende e organizzazioni americane…”

Ed è qui, che il tema dell’interoperabilità – e non solo tra uomo e macchina, ma tra enti, stati e perfino tra continenti diversi – si mostra nella sua vitale, anzi, virale, congiunzione.

Oggi, il tema dell'interoperabilità – non solo tra uomo e macchina, ma tra enti, stati e perfino continenti diversi – si mostra nella sua vitale, anzi, virale, congiunzione. Condividi il Tweet

In un’epoca iperglobalizzata, in cui un virus fa il giro del mondo in poche ore (senza sbagliare, purtroppo per noi, il suo bersaglio) è sempre più importante la nostra capacità di essere all’altezza della sfida anche e soprattutto in termini di esattezza e veridicità.

Perché, parafrasando Calvino, l’innovazione tecnologica è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che noi abbiamo immaginato dovrebbe essere.

Al prossimo appuntamento: parleremo di Molteplicità.

***

PS: se crediamo che questa “faccenda” dei numeri e delle misure sia una questione per solo Uomini (e Macchine), allora dobbiamo ricrederci:

“Le ultime ricerche dimostrano che non solo gli animali sono intelligenti, ma che nella loro mente siano presenti i precursori per ogni caratteristica dell’intelligenza umana (…) a cominciare dall’intelligenza matematica: gli animali sanno contare!” Per saperne di più, leggete l’articolo di Focus.


CREDITS IMMAGINI (rielaborate)

ID Immagine 1: 43150614. Diritto d'autore: ssilver
ID Immagine 2: 82194718. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh
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