Rapidità evolutiva: dal tempo dell’uomo e la natura alle performance della tecnologia. Educazione e digitalizzazione per non lasciare indietro nessuno. Di Natalia Robusti.

“Gli uomini mutano sentimenti e comportamento
con la stessa rapidità con cui si modificano i loro interessi.”

Arthur Schopenhauer

 

Il respiro delle stagioni, il ritmo degli ingranaggi

Ogni stagione ha i suoi tempi, ci insegna da sempre la cultura contadina abituata com’è – da secoli – ad ascoltare il ritmo della natura e a impostare il proprio lavoro (e le proprie fortune) sul medesimi cicli temporali.

E tuttavia noi, oggi, non possiamo più di tanto farvi affidamento, non solo visti i repentini cambiamenti climatici che abbiamo concorso a produrre, ma anche per la velocità e imprevedibilità dei diversi sistemi sociali in cui siamo immersi e che sono quasi tutti in stretta relazione tra loro proprio come gli ingranaggi di un meccanismo a tempo di cui ignoriamo il ciclo.

Un esempio di queste stringenti interconnessioni lo stiamo vivendo letteralmente sulla nostra pelle in questa nuova ondata di pandemia, in cui la corsa contro il tempo di alcune parti della nostra società (quelle dedite alla cura e alla somministrazione dei vaccini, ad esempio, ma anche alla produzione e distribuzione di merci prioritarie) stride fortemente con il blocco imposto ad altre attività tra cui, ahimè, quelle della didattica in presenza.

La qual cosa, come bene illustra il giornalista e saggista italiano Luca De Biase nel suo recente articolo “Didattica digitale, il tempo ritrovato”, dovrebbe essere una spinta in più per correre ai ripari, come si dice comunemente, e sfruttare meglio gli strumenti che l’innovazione ci ha consegnato in questi anni e che sono stati troppo spesso chiusi in una sorta di archivio digitale a cui quasi nessuno accede.

Perché siamo in una situazione di emergenza, è vero. Ma se non impareremo velocemente ad adattarci e a sfruttare meglio le risorse che abbiamo in questo senso – comprese quelle innovative e tecnologiche – alla prossima urgenza, di qualsiasi natura sarà, saremo daccapo.

Siamo in una situazione di emergenza, è vero, ma se non impareremo ad adattarci e a sfruttare le risorse che abbiamo, alla prossima situazione di urgenza saremo daccapo. Condividi il Tweet

Per cambiare approccio, dunque, dovremo partire gioco forza dalle origini, ovvero dalle nostre agenzie educative e formative, e anche sfatare alcuni luoghi comuni di cui siamo, in perfetta buona fede, prigionieri.

Se infatti oggi è il tempo di FARE, allora – proprio a partire dalla necessità di nuove forme di narrazione collettive – è il momento di abbandonare le coste sicure delle nostre abitudini, anche didattiche, e iniziare a investire nella scuola in maniera davvero innovativa.

Sarebbe infatti inimmaginabile proseguire con i vecchi schemi e modelli di istruzione dopo tutto quel che abbiamo vissuto, provato e in parte perduto. E se la nostalgia è un sentimento forte (e all’apparenza confortevole) in realtà può mandarci fuori strada, come la maggior parte dei pregiudizi insegna. Tanto vale prendere in mano il nostro destino e cercare un nuovo senso di sicurezza altrove.

In questa direzione, un esempio davvero interessante, utile  e perfino divertente, l’ho scoperto grazie a un post di Nicoletta Boldrini scritto sul suo blog Tech4good. 

L’articolo, dal titolo Cittadini digitali responsabili: un gioco per insegnare l’empatia e la sicurezza online”  illustra un gioco online sviluppato da LEGO in cui una serie di Super-Eroi fantasiosi e variamente antropomorfizzati conducono i bambini in un processo di apprendimento:

“pensato per aiutare bambini e bambine a esplorare cosa significa empatia digitale e perché è così importante, nonché a essere consapevoli, sensibili e di sostegno ai sentimenti, ai bisogni e alle preoccupazioni propri e degli altri online.”

Vi consiglio caldamente di leggere l’articolo e di “navigare” il gioco…

Detto questo, e partendo da questo spunto, mi appresto ad approfondire una figura che all’inizio è stata relegata al mondo delle narrazioni fantasiose, è poi approdata al mondo della meccanica e dell’industria e oggi, grazie all’antropomorfizzazione delle sue sembianze, è infine diventata una realtà anche educativa: parlo proprio di lui, il robot, chiave di volta insospettabile anche all’interno del topic dell’educazione. 

A maggior ragione per chi si trova, a vario titolo, in difficoltà.

Nuove mani che si intrecciano:
reali e immateriali, meccaniche e delicate

Nell’evoluzione parallela tra l’Uomo e la Macchina il legame di entrambi con gli aspetti visionari e culturali dell’uomo è emblematico nell’etimologia di origine fantascientifica sia del sostantivo robot, che compare nel 1921 nel dramma “R.U.R”, di Čapek, che in quella del termine robotica, usato nel 1941 nel racconto “Liar!” di Azimov.

Tecnicamente, oggi,  al di là delle leggende che lo ammantano, il termine robot indica più specificamente 

“una qualsiasi macchina (più o meno antropomorfa) in grado di svolgere più o meno indipendentemente un lavoro al posto dell’uomo”, oppure, come lo definisce il ROA (Robotic Institute of America), “un manipolatore multifunzionale e riprogrammabile, progettato per muovere materiali, parti, attrezzi o dispositivi specialistici attraverso movimenti programmati variabili.” (Wikipedia).

Inventati e costruiti anch’essi, come gran parte dei nostri manufatti e artefatti, per sollevarci da incombenze di vario ordine (tecniche, materiali e faticose, pericolose o ripetitive), oggi – grazie all’integrazione con altre tecnologie e linguaggi di programmazione – i robot hanno preso un posto d’onore anche in ambiti prettamente umanistici compresi quelli legati all’apprendimento, come illustra il prof. Nicolosi: 

“Dopo aver colonizzato le fabbriche e i laboratori di ricerca, i robot cominciano a ‘vivere’ tra noi (…) sotto sembianze umanoidi e animali o ‘dispersi’ nell’ambiente come meta-media.

Inventati e costruiti per sollevarci da incombenze di vario ordine, oggi i robot hanno preso un posto d’onore anche in ambiti prettamente umanistici compresi Condividi il Tweet

Il tutto, non secondo un percorso lineare, ma piuttosto attraverso un’evoluzione fatta di salti, intrecci e ritorno alle origini: le innovazioni – come osservano Masini e Leoni in uno studio dedicato al tema – sono infatti molto spesso riscoperte o “riproposte di aspetti già presenti nella realtà, come sta accadendo nell’estensione dell’insegnamento alle scuole primarie e secondarie del pensiero computazionale (…)” che, oltre ad essere alle basi dell’Informatica, è un vero e proprio “processo mentale per la risoluzione di problemi, più specificamente un modo creativo e diverso di impegnarsi con la realtà”.

A partire dal cosiddetto pensiero computazionale, dunque (termine coniato da Papert nel 1980 nel suo libro “Mindstorms”) il robot viene oggi utilizzato in ambito educativo utilizzando proprio il concetto di artefatto cognitivo, relativo a “oggetti dispositivi che facilitano lo sviluppo di specifici apprendimenti.”

Come dire: se l’innovazione tecnologica ha da un lato impoverito il nostro pianeta e dilapidato le sue risorse, oggi quella stessa innovazione potrebbe avere in sé alcuni strumenti e armi per aiutarci – il più rapidamente possibile, perché il cambiamento climatico incalza – ad apprendere e istruire in maniera più rveloce e precisa, sempre sotto la guida e la cura di insegnanti in carne e ossa, certo, ma che conoscano a loro volta le invenzioni esistenti e le sappiano padroneggiare.

Ed è bene essere consapevoli che siamo già molto avanti, in questo ambito, anche se in Italia se ne parla ancora davvero troppo poco.

È infatti proprio da tali basi teoriche ed empiriche che presso il Laboratorio di Intelligenza Artificiale del MIT (Massachusset Institute of Technology), già nel 1967, alcuni scienziati (tra cui Papert e Minsky) idearono e svilupparono proprio lui, “LOGO Turtle”.

Turtle è il primo robot educativo ideato proprio al fine di agevolare e migliorare l’apprendimento che ha dato il via a un linguaggio vero e proprio. 

Da materia d’insegnamento, dunque, la robotica divenne già da allora un mezzo educativo e formativo proposto in diversi ambiti, tra cui quello tecnico, quello scientifico, quello linguistico e quello che si specializza nell’assistenza e l’insegnamento.

 

Torniamo a noi, ora. 

Da questo momento, infatti, seppure in sordina, l’orizzonte educativo della robotica, una volta aperto, non si è più arrestato, coinvolgendo da un lato approcci tecnologici sempre più sofisticati (Deep Learning, Machine Learning, Intelligenza artificiale) e attingendo dall’altro a patrimoni culturali, narrativi e immaginifici che appartengono alla storia dell’uomo dalla notte dei tempi, quali le favole, i miti, le forme antropomorfiche.

Il tutto, con la possibilità di far apprendere in maniera completa e adeguata anche bambini con difficoltà di apprendimento, o adulti che si devono dedicare a compiti assai difficili da imparare.

Approfondiamo un po’ la questione.

La Robotica educativa: dall’automazione alla personalizzazione

Se pensiamo a un robot, sicuramente ci vien in mente qualcosa di freddo, impersonale e inanimato. Eppure niente è più lontano dal vero! Come diversi studi hanno confermato, infatti, agli occhi di un bambino (ma non solo) “Se un robot, con lineamenti anche esagerati (…) esprime le emozioni in modo chiaramente comprensibile, viene percepito come un essere gradevole.” (Nicolosi).

Accade così che queste emozioni positive e rassicuranti facciano da scorciatoia cognitiva creando un rapporto significativo tra l’essere umano e l’interlocutore artificiale, con il vantaggio di poter agire, sia dal punto di vista concreto che relazionale, in un ambiente virtuale, capace di eliminare problematiche e conflitti che le interazioni create in una realtà contingente possono attivare più facilmente.

Da qui l’utilità, il successo e probabilmente il futuro ad ampio raggio di tali metodologie sia in ambito educativo che terapeutico.

PS: per chi volesse addentrarsi da profano nel regno dell’Intelligenza Artificiale, ecco un corso online gratuito e nuovo di zecca pensato apposta per diffondere i semi della conoscenza di questa innovazione epocale:

 

Quello della conoscenza e delle capacità d’uso delle proprie capacità, d’altronde, è a maggior ragione oggi un ambito fondamentale per lo sviluppo armonico sia del singolo che delle società. 

Proprio a partire dai bambini e dalla scuola, ad esempio, si sta verificando come la Robotica educativa possa avere un valore positivo anche nei confronti di bambini che hanno disturbi autistici.

Questo approccio, infatti, che non prevede necessariamente il contatto fisico con l’educatore, ha un valore aggiunto proprio nel loro caso: la presenza di altre persone richiede alti livelli di complessità, mentre essi, ci spiega Nicolosi, “vivono il mondo frantumato da cui si difendono attraverso l’isolamento e spesso hanno difficoltà nell’interpretare le espressioni facciali e il linguaggio del corpo”, problema attutito da un interlocutore artificiale con connotati (e reazioni) semplificati.

Alcune pratiche imprescindibili in tali interazioni, tuttavia, e di natura prettamente umana, non solo rimangono, ma vengono valorizzate: si tratta della narrazione e del gioco, espressioni legate ai processi di apprendimento di tutti e capaci di attraversare il tempo ibridando le tecnologie in un gioco tra reale e immaginario.

Il risultato di tale possibilità è emblematico di una realtà contro-intuitiva, se pensiamo all’ambito di automatizzazione delle macchine: questa tecnologia, se adeguatamente istruita, può far sì che “persone differenti possono contemplare, interagire e partecipare una qualsiasi esperienza in maniera diversa in base alle proprie motivazioni e set cognitivi e culturali” (Viola e Cassone).

E in un periodo come questo – in cui non solo ci troviamo di fronte a ben note alte percentuali di nuove forme di analfabestismo di ritorno, ma in cui ci dovremo far carico di questi ultimi mesi in cui bimbi e ragazzi hanno potuto accedere ai contenuti educativi in maniera non continua ed agevole – dovrà essere la benvenuta qualsiasi pratica o tecnologia in grado di agevolare nel modo più rapido possibile la possibilità di colmare tali, insopportabili gap.

Per questo, alla fine dell’articolo, ho voluto condividere alcuni esempi trovati durante le mie ricerche… Si tratta, ve l’assicuro, di realtà sorprendenti! 

Alla prossima: parleremo ancora di cultura, ma questa volta in maniera più generalizzata, e soprattutto di Esattezza.

ESEMPI VIRTUOSI DI STUDI O PRATICHE IN CUI LA ROBOTICA SVOLGE UN RUOLO EDUCATIVO 


Un importantissimo e innovativo laboratorio hi-tech per i ragazzi con difficoltà motorie e cognitive è AstroLab: Laboratorio di riabilitazione HI-TECH per bambini e ragazzi, la cui mission è specifica e dedicata:

In Italia i giovani con difficoltà motorie e cognitive sono centinaia di migliaia, per conseguenze di traumi invalidanti, come ad esempio un incidente stradale, per malattie gravi (…). Per la loro riabilitazione e per la ricerca di nuovi trattamenti, l’IRCCS Medea ha allestito AstroLab, il primo laboratorio italiano hi-tech per bambini e ragazzi.”


Un altro esempio dell’azione anche propedeutica della Robotica educativa è il “Programma il Futuro”, iniziativa del MIUR in collaborazione con CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica) e che altro non è che una piattaforma che offre a insegnanti e scuole strumenti e percorsi per la diffusione del coding, linguaggio il cui uso necessita un ampliamento di platea.


In conclusione, condivido un’ultima serie di esempi di robot pensati in ausilio ai bimbi autistici e di cui ne riporto alcuni trovati sul sito Robotiko

  • Ask Nao, un software che stimola l’attenzione dei bimbi autismo con una serie di esercizi sulla comunicazione verbale e non. 
  • Buddy Special Needs, un software personalizzabile progettato per aiutare i bimbi autistici a diventare più autonomi. 
  • Icub, un robot sociale, che interagisce con gli umani. 
  • E infine Milo, un umanoide antropomorfo che catturare l’attenzione dei più piccoli.

Bibliografia

 

  • Accoto C. (2019), Il mondo ex-machina, Egea, Milano. Accoto C. (2020)
  • Baricco A. (2018), THE GAME, Einaudi, Torino.
  • Benanti P. ((2018), Le macchine sapienti, Marietti, Bologna.
  • Robotica educativa. Percorsi didattici di apprendimento multidisciplinare di Robotica Educativa e Coding a scuola, EduSMART (ebook).
  • Meneghetti C. (2019), In gioco veritas, Flaccovio, Palermo.
  • Nicolosi G. (2011), La macchina, il corpo, la società, ED.it, Firenze Petrocelli C. (2014)
  • L’arte del coinvolgimento, Hoepli, Milano.

CREDITS IMMAGINI
ID Immagine 1: 78616611. Diritto d'autore: tohey
ID Immagine 2: 32817843. Diritto d'autore: ktsdesign 
ID Immagine 3: 45241737. Diritto d'autore: christianchan
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