La comunicazione del corpo: questione di gesti!

Le madri si lamentano spesso di come i propri figli, in particolare se adolescenti, poco propensi a spiegazioni verbali sulle scelte fatte o sulle loro emozioni, si esprimano a gesti e grugniti, facendo della comunicazione non verbale il loro linguaggio elettivo.

Con il termine “linguaggio” infatti si intende non solo quello verbale, ma ci si riferisce anche a tutte le modalità di comunicazione basate su segni visivi, sonori o generati da un movimento, intesi come un’organizzata compagine di diversi registri gestuali o corporei.
E se il linguaggio del corpo può essere definito un insieme di segnali derivanti da posture, mimica facciale e gestuale, utili per concretizzare l’espressione di emozioni e affettività in gran parte inconsce, il linguaggio gestuale si affida appunto all’uso di gesti consapevoli e convenzionali definiti su base culturale e sociale, o determinati da un fine pratico, come il linguaggio dei segni per i sordomuti o altri sistemi di segni in contesti anche molti specifici (lo sport, le discipline artistiche, il gioco ad esempio).

L’importanza del linguaggio non verbale è immediatamente quantificabile: circa il 70-80% dell’informazione recepita dal cervello giunge dagli occhi, contro il 10-15% che proviene dall’udito. In pratica si è prima visti e poi sentiti. Così, la gestualità comunicativa svolge un ruolo importante di supporto alle parole, di conferma o involontaria smentita di quanto detto e, assieme all’espressione del volto, costituisce una ricca fonte di stimoli da interpretare e ai quali attribuire uno specifico significato.
Significato che, occorre tenere presente, non ha un valore univoco perché dipende dal contesto personale, sociale, ma soprattutto culturale nel quale avviene il dialogo. Per definire il corretto significato del gesto siamo dunque chiamati a tradurre una serie di informazioni aggiuntive date dal tono di voce, dall’atteggiamento del corpo e da altri comportamenti non verbali del nostro interlocutore.

Certamente le specificità dell’essere umano in quanto a utilizzo del linguaggio in generale e di quello verbale in particolare – di cui è in natura l’unico depositario – sono un tema estremamente affascinante e oggetto di studi costanti, anche grazie all’approccio neuro-linguistico.

Interessanti paiono i risultati di uno studio pubblicato nella rivista scientifica PNAS sul sistema comunicativo delle scimmie, gli unici animali, oltre l’uomo, ad utilizzare un linguaggio che combina i gesti con richiami vocali e cenni facciali. La predominanza di comunicazione per mezzo di gesti e la combinazione di diversi tipi di segnali per rinforzare il passaggio di informazioni, riscontrate in diversi gruppi di scimmie, sarebbero state determinanti nell’evoluzione del linguaggio verbale umano.

La prevalenza di tale tipologia di linguaggio inoltre pare avere una predestinazione genetica. Oltre alle aree del Wernicke e del Broca, entrambe legate all’elaborazione del linguaggio e alla sua comprensione, è stata infatti identificata nell’emisfero destro del cervello una porzione di pochi millimetri di lunghezza definita superior temporal asymmetrical pit (STAP), riscontrata già nei feti (il che confermerebbe una probabile origine genetica della quale si accennava) e indipendente dal sesso. La STAP potrebbe essere una caratteristica specifica dell’uomo. Infatti, la presenza di tale piccola struttura, collocata proprio nelle aree del cervello adibite allo sviluppo della comunicazione, è praticamente assente negli scimpanzé.

Un risultato che offre nuovi, interessanti elementi per lo studio dell’evoluzione delle abilità cognitive e linguistiche nell’uomo. E che – lo diciamo con un po’ di malizia e con molto affetto per quegli acerbi esseri umani che sono gli adolescenti – forse potrà essere suggestivo per le molte madri dubbiose sulle modalità di espressione dei loro giovani figli…

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