Conoscere, ridefinire e infine abitare l’iper-complessità: questione complessa o complicata? Ne parliamo col professor Piero Dominici.

Dopo aver dedicato il piano editoriale di quest’anno al topic della complessità, siamo felici e onorati di poter ospitare una preziosa intervista di Natalia Robusti al professor Piero Dominici, che ha studiato il tema in tutte le sue declinazione durante il suo lungo e intenso percorso di ricerca.

Questo, già a partire dai primi anni Novanta, intuendo così con largo anticipo molti dei risvolti che sarebbero via via emersi, come si dice, all’orizzonte degli eventi, prima cioè che le attuali problematiche emergessero come contingenti.

Ci riferiamo, ad esempio, alla questione della trasformazione antropologica, alla tesi, sviluppata nei suoi studi e ricerche, che la cosiddetta rivoluzione digitale ci avrebbe condotto verso la complessità (accresciuta) e non – come sostenevano un po’ tutti – verso la semplificazione; più in generale, alla definizione del quadro teorico di riferimento ed alla messa a punto di un approccio realmente sistemico, relativo a tali questioni; senza mai dimenticare le implicazioni epistemologiche ed etiche delle tecnologie emergenti e dei social media, la relazione, tutt’altro che dicotomica, tra specializzazione e interdisciplinarità/transdisciplinarità delle conoscenze; la rilevanza strategica, anche nel riattivare i meccanismi economici, dell’educazione e della formazione e così via…

Temi e questioni, profonde e complesse, che ha sempre ricondotto, in ultima istanza, a quelle che ha definito “false dicotomie e, più in generale, all’ “architettura complessiva dei saperi” che caratterizza da sempre le nostre istituzioni educative e formative.

L’intervista – densa di informazioni e ricca di spunti e suggestioni – , ricostruendo percorsi di ricerca iniziati oltre vent’anni, parte da una serie di premesse e affronta diverse questioni, cercando di evidenziarne la stretta correlazione e i livelli di interconnessione tra le parti coinvolte.
Per tutti questi motivi è divisa in due parti (pubblicate l’una in successione all’altra), così da accompagnare i nostri lettori in un percorso articolato di riflessioni che, ne siamo certi, saranno di ispirazione sia ai nostri lettori che ai nostri (altri) autori.

Ma andiamo per gradi e chiediamo al nostro ospite, innanzitutto, di guidarci all’interno del tema della complessità – o, come sostiene da diversi anni, dell’iper-complessità – facendo chiarezza sui termini e i diversi contesti di riferimento in questo ambito così strategico.

Innanzitutto grazie, Professore, per avere accettato la nostra intervista. Noi di 6MEMES siamo suoi fans da tempo e siamo onorati di poterla ospitare nel nostro blog. Vorremmo iniziare la nostra chiacchierata mettendo a fuoco il tema (anzi, i temi) a partire dalle varie definizioni possibili.

Dai vari punti di vista da cui lei, con il suo percorso di ricerca e studio, ci ha abituati a osservare la complessità in questi anni di lavoro e pubblicazioni, cosa ci può dire al riguardo?

Intanto, vi ringrazio per l’attenzione che avete dedicato alle mie ricerche ed al mio lavoro. Quella della complessità è davvero una questione complessa – iniziamo con un gioco di parole :-) – sotto ogni aspetto: siamo infatti ancora poco consapevoli della natura articolata, ambivalente, instabile e mutevole, di quella che chiamiamo complessità.

La complessità è caratteristica essenziale degli aggregati organici, in altre parole dei sistemi biologici, sociali, relazionali, umani: ben strutturati e costituiti da parti che, nelle loro molteplici e (appunto) sistemiche interazioni, condizionano il comportamento e l’evoluzione (non lineare) dei sistemi stessi. Una (iper)complessità che – come amo ripetere da molti anni – non è un’opzione, è un “dato di fatto”: il vero problema è che non siamo educati e formati a riconoscerla.

Abitiamo un immenso ecosistema di ecosistemi, ricco di feedback, connessioni e flussi di ogni genere, segnato da una ipercomplessità non soltanto cognitiva, soggettiva, sociale ed etica, ma anche linguistica e comunicativa. In questo senso, i modelli e le rappresentazioni della complessità introducono ulteriori elementi che non possiamo sottovalutare…

Due le considerazioni preliminari, al fine di non ingenerare equivoci, non soltanto di tipo terminologico: la prima, il passaggio, l’evoluzione tutt’altro che lineare, dal semplice al complesso, all’ipercomplesso, si sostanzia in un aumento quantitativo e qualitativo di variabili, concause e parametri da considerare, tenute insieme da relazioni sistemiche; la seconda, altrettanto importante, concerne la relazione tra complessità e semplificazione, spesso viste e raccontate come se fossero una dicotomia insanabile: in realtà, l’opposto della complessità non è la semplificazione, bensì il riduzionismo.

Ma cosa intendiamo per semplice, complicato, complesso, lineare?

In linea con quanto appena affermato, è necessario formulare alcune premesse. Prima di tutto: il solo adottare parole e concetti come “sistema”, “complessità”, “non linearità”, implica, richiede, uno sguardo e una prospettiva radicalmente differenti da quelle consuete e tradizionali. A ciò si aggiunga che, come ho avuto modo di affermare più e più volte in passato (nell’ambito di contributi scientifici e divulgativi), le scienze e i numerosi settori disciplinari hanno fornito definizioni, spesso, alternative e complementari. Al di là dei paradigmi di riferimento, diversi i fattori da tenersi in considerazione: si potrebbe (dovrebbe) dire/scrivere molto sull’importanza del “principio di causalità” (debole e forte), su determinismo e predittività, sul concetto e la teoria del caos deterministico, sulle questioni inerenti la probabilità etc.

Esistono formule, equazioni, funzioni, leggi, in grado di descrivere e, perfino, prevedere come si comportino certi oggetti/sistemi (complicati). Anche se, proprio con riferimento ai fenomeni “naturali”, la teoria del “caos deterministico” ha evidenziato come esistano fenomeni deterministici e (relativamente) prevedibili per i quali, pur essendo stata definita la legge che ne descrive l’evoluzione temporale, i modelli e le spiegazioni “lineari” non funzionano e non sono adeguate. Gli stessi modelli fisici e matematici non sono sufficienti a descrivere e spiegare la meraviglia e l’estrema mutabilità e instabilità della vita, in questo caso intesa in senso biologico.

In altre parole, gli stessi modelli esplicativi biologici non sono riducibili ai modelli delle scienze fisiche. Si tratta di sistemi i cui comportamenti si rivelano estremamente irregolari e imprevedibili.

Si pensi, ad esempio, a fenomeni come il meteo e alle difficoltà, nonostante strumenti estremamente sofisticati, di fare previsioni metereologiche con esattezza e precisione assolute; si pensi a fenomeni come i terremoti, gli uragani e/o la caduta di un meteorite: allo stato attuale delle cose, possono essere osservati, descritti, previsti nei loro comportamenti soltanto in termini probabilistici, pur essendo riconducibili a leggi scientifiche e formule matematiche note. In questi casi, ci troviamo in condizioni di predittività e di un orizzonte di prevedibilità limitati.

In tal senso, non soltanto nel campo della fisica, “determinismo” e “predittività” sono stati separati da una vera e propria frattura epistemologica: la teoria del caos. È probabile che, in futuro, l’enorme disponibilità di dati e informazioni, insieme a strumenti sempre più sofisticati, si rivelerà sempre più strategica e vitale proprio nel tentativo, tutt’altro che scontato, di arrivare a definire/ri-conoscere, come prevedibili e lineari, fenomeni che, pur essendo spiegabili dalle leggi della fisica, si comportano diversamente. Di fatto, teoria del caos e del “caos deterministico” hanno contribuito, in maniera determinante, a definire quel nuovo paradigma, di cui non siamo ancora in grado di valutare, fino in fondo, le implicazioni epistemologiche e gli orizzonti conoscitivi e di ricerca aperti. Sempre più difficile, almeno per ora, fare previsioni esatte sui cd. sistemi dinamici non-lineari.

E, allo stesso modo, la stessa complessità può essere definita in molteplici modi, relativamente ai diversi saperi ed agli ambiti disciplinari (non soltanto); una complessità che si presenta sotto molteplici forme e che ci costringe a ripensare tutto, anche le categorie concettuali con le relative definizioni operative, a maggior ragione nella civiltà ipertecnologica (e iperconnessa) in cui, oltre ad esser saltati i confini tra “naturale” e “artificiale” (Dominici, 1995, 1998 e sgg.), scienza e tecnologia sembrano poter essere in grado di rendere la “materia” vivente e intelligente (?).

Ci confrontiamo, pertanto, con una complessità imprevedibile – la questione della prevedibilità, non soltanto dei comportamenti umani, sociali, culturali è cruciale e strategica (i modelli culturali servono anche a questo) – e non replicabile (la replicabilità, come noto, è requisito importante per la scienza e per poter anche soltanto parlare di “scientificità”) di cui dobbiamo/dovremmo osservare e comprendere soprattutto i molteplici livelli di connessione tra i processi e tra le parti/gli oggetti stessi e, per farlo, abbiamo bisogno di una visione sistemica dei processi, dei fenomeni e delle dinamiche: visione sistemica che comporta un modo completamente differente di osservare gli “oggetti”. Non solo osservare l’insieme e il tutto, consapevoli, in ogni caso, che il tutto non è mai la somma e/o la totalità delle parti.

Ma c’è un ulteriore elemento di complessità: il fatto cioè che siamo di fronte a sistemi complessi adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Sono sistemi le cui parti costituenti non sono “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; sono individui, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento, dell’ecosistema di cui fanno parte. Se osserviamo una organizzazione sociale, ma anche semplicemente un insieme o un gruppo di persone, non solo la totalità delle persone non costituisce il tutto, non solo non potrò capire le dinamiche di quel gruppo isolando le singole persone o circoscrivendo il campo di osservazione; ma dovrò prendere atto che quelle stesse persone/individui/entità costantemente contribuiscono a modificare – o a co-creare, co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immerse.

E la mia stessa presenza, la mia stessa osservazione modifica le condizioni e i livelli di interazione, scambio, condivisione. Se voglio davvero osservarne e comprenderne le relazioni e le dinamiche in continua evoluzione, devo osservare l’insieme, la globalità, le connessioni, le relazioni sistemiche. Necessario – oltre alla visione sistemica – un approccio interdisciplinare, multidisciplinare, transdisciplinare (Piaget). Temi e questioni di cui, oggi, tutti parlano e scrivono con il rischio, estremamente concreto, di far pensare che si tratti di obiettivi ormai raggiunti e condivisi, ma non è assolutamente così.

Tutti parlano e scrivono di “gestire la complessità”, ma questa complessità non può essere, evidentemente, gestita in alcun modo, possiamo provare – ripeto sempre – ad abitarla (educazione e formazione). Non si tratta soltanto di parole e/o termini diversi. Si tratta di questioni sostanziali, che chiamano in causa saperi esperti e competenze specifiche.

In effetti non è facile orientarsi in questo “labirinto di labirinti”… Approfittiamo quindi della sua guida e proviamo a inoltrarci oltre.

Ci parlava dell’imprevedibilità riguardo ai comportamenti sociali e culturali dell’uomo, e non solo. Qual è il filo di Arianna da seguire per tentare di non perderci tra i meandri della questione?

Viviamo un’epoca estremamente incerta e variabile, eppure da più parti, quasi paradossalmente, tutti comunicano, quasi ostentano, certezza e sicurezza nel prendere decisioni e sul “come fare le cose”.

Purtroppo o per fortuna – perché si tratta di sfide conoscitive alla/della complessità – non abbiamo, di fronte a noi, traiettorie e orizzonti ben definiti, anzi, al contrario. E, quando ci confrontiamo con i sistemi sociali, organizzativi, umani, dovremmo esserne ancor più consapevoli, non lasciandoci lusingare da quelle che ho definito le “grandi illusioni delle civiltà ipertecnologica”.

L’illusione della razionalità, quella del controllo e della prevedibilità (totale) e, infine, l’illusione più pericolosa: quella di poter eliminare/espellere l’errore e l’imprevedibilità dalle nostre vite, dalle organizzazioni, dagli ecosistemi umani e vitali. In tal senso, sia in ambito accademico che quando faccio formazione, non amo mai parlare di soluzioni (che, ammesso che ce ne siano, hanno sempre carattere temporaneo e provvisorio) e/o di uniche vie da seguire; una proposta che rinnegherebbe, non soltanto gli stessi presupposti della complessità, ma la mia vita e i valori in cui credo, non soltanto come docente, ricercatore, educatore.

In tempi non sospetti – fin dalla metà degli anni Novanta – ho parlato dell’urgenza di educare e formare all’imprevedibilità (non si tratta di slogan, si può fare!) e di costruire, fin dai primi anni di scuola, una “cultura dell’errore”. Errore e imprevedibilità – ripeto ogni volta – sono le basi della conoscenza, della conoscenza scientifica, della vita, del nostro “essere umani”, del nostro essere “esseri umani liberi”(!).

Pertanto – io credo – il tentativo di abitare la complessità, non può che essere legato all’urgenza di ripensare, in maniera radicale, educazione e formazione, mettendo mano ai processi ed alle culture che caratterizzano le istituzioni educative e formative. Lungo, lunghissimo periodo: ancora una volta, quello evocato da tutti, ma mai concretamente perseguito: troppo immersi nelle narrazioni della cd. rivoluzione digitale e della datacrazia, dei dati che parlano da soli; troppo ancorati ad una “cultura della standardizzazione” e del risultato immediato. Un’egemonia ancor più disastrosa nei mondi della ricerca, dell’educazione e, più in generale, della produzione intellettuale e culturale.

Per farlo, occorrerebbe innanzitutto sgombrare il campo da alcune questioni, fuorvianti e ingannevoli che, da sempre, segnano in profondità, strutturano, l’architettura complessiva dei saperi e delle competenze, nonché le culture educative e organizzative del mondo contemporaneo. Mi riferisco, in particolare, a quelle che ho definito false dicotomie” (Dominici,1995): natura versus cultura; naturale versus artificiale; Umano versus tecnologico, cultura versus tecnologia, teoria versus ricerca/ pratica; formazione scientifica versus formazione umanistica; pensiero e ragione versus emozioni; pensiero vs azione; ragione versus creatività e immaginazione; corpo versus mente; complessità versus specializzazione; interdisciplinarità versus specializzazione; conoscenze versus competenze; forma/e versus contenuto; hard skills versus soft skills. False dicotomie che ci spingono ad osservare, a descrivere, a riconoscere, a comprendere la complessità, l’umano, la vita, la vitalità dello spirito, quell’essenziale che è (sempre) “invisibile agli occhi”(cit.) ricorrendo sempre a divisioni, separazioni, distinzioni, fratture che spesso non portano alla conoscenza e/o al sapere, bensì ad un senso di appaesamento e rassicurazione, caratteristico di tutte le culture (di fatto, portatrici di identità), rispetto all’incertezza ed alla variabilità della vita e del reale. Isolare, separare e recludere i saperi, le conoscenze, le esperienze, i vissuti, è operazione complessa che, da sempre, segna l’evoluzione dei sistemi sociali, delle organizzazioni, dell’azione sociale. Si tratta, peraltro, di funzioni strategiche assolte proprio dai modelli culturali.

Continuiamo a vedere, ad osservare, a tentare di comprendere la realtà secondo logiche, modelli, schemi che ne riducono (apparentemente) la varietà, l’imprevedibilità, la ricchezza. Convinti di poter ingabbiare tutta la vitalità dello spirito, la complessità dell’umano, in formule matematiche e sequenze infinite di dati e numeri. Convinti di poter misurare anche la “qualità” in termini obiettivi, oggettivi, scientifici – a mio avviso, si tratta di una contraddizione in termini – ricorrendo esclusivamente a strumenti e dati quantitativi, e con riferimento a tutti gli ambiti della prassi e della produzione materiale e intellettuale, ricorrendo a semplificazioni (sempre, seducenti) presentate, ancora una volta, come “dati di fatto”. Continuiamo a cercare una conoscenza che confermi le nostre convinzioni, le nostre ipotesi di partenza, i nostri modelli culturali ed educativi, i nostri pregiudizi e i nostri stereotipi.

Per poter abitare la complessità, è di vitale importanza – prima di tutto – ripartire dalla centralità strategica dei processi educativi e formativi e dalla ricerca, agevolando concretamente il dialogo e la contaminazione tra i saperi, tra le competenze, tra i saperi e la vita; ripensando lo spazio relazionale e comunicativo dentro e fuori le organizzazioni, ricomponendo la frattura tra l’umano e il tecnologico.

A maggior ragione dentro la civiltà ipertecnologica e iperconnessa, abitare l’ipercomplessità*(Dominici, 1996) non significa soltanto saper gestire e controllare le tecnologie e gli ambienti interconnessi, sfruttandone al massimo le potenzialità; significa soprattutto “rimettere al centro la Persona” (non l’individuo) (1995) e l’Umano, proprio in una fase così delicata e incerta, di transizione e radicale mutamento, che appare volersi basare proprio sulla sua marginalizzazione.

E’ tempo di ricomporre qualcosa che, erroneamente, e per tante ragioni, è stato tenuto separato. Quelli che oggi sono considerati e vengono riconosciuti come confini e limiti invalicabili – tra i saperi, tra le conoscenze e le competenze, tra la razionalità e la creatività, tra i vissuti, tra le esperienze, tra le varietà e le diversità della vita – possono e debbono diventare varchi, aperture, percorsi, opportunità. Ma è fondamentale comprendere – anche dal punto di vista conoscitivo – il valore aggiunto di un approccio sistemico alla complessità fondato sulla possibilità di cogliere i diversi livelli di connessione e le relazioni sistemiche tra le parti e i fenomeni che li riguardano.

Una visione che – in sé – comporta anche un modo completamente differente di guardare/osservare gli “oggetti”. Come scrivevo molti anni fa, abbiamo bisogno di educare a vedere/guardare/riconoscere/descrivere/comprendere gli “oggetti come fossero sistemi”. Un pre-requisito ancor più fondamentale nella società iperconnessa, sempre più caratterizzata dall’interdipendenza e dalla interconnessione di tutti i fenomeni e le dinamiche.

Le società, i sistemi sociali e le organizzazioni, fin dalle loro origini, sono sempre state complesse, ma l’attuale processo di globalizzazione, che affonda le sue radici nel progetto della Modernità, segna il passaggio alla ipercomplessità. Un passaggio profondo, complesso, non ancora concluso, determinato da numerosi fattori, tra i quali ricordo quelli – a mio avviso – più determinanti:

l’innovazione tecnologica con le sue improvvise accelerazioni causate dalla cd. rivoluzione digitale: accelerazioni che, storicamente, determinano sempre incertezza e problemi di “controllo” (modelli educativi e culturali); in tal senso, ho parlato anni fa di una “nuova velocità del digitale” che ci trova del tutto impreparati per le ragioni accennate e su cui torneremo.

La centralità sempre più strategica della comunicazione che assume un ruolo sempre più di vitale importanza, non soltanto con riferimento all’educazione ed ai processi di socializzazione, ma anche nei processi di rappresentazione e percezione della realtà. Una nuova viralità della comunicazione, favorita dalle “tecnologie della connessione” e dai nuovi ambienti iperconnessi, ma che non si identifica e non va confusa con la viralità dei nuovi strumenti/ambienti/processi comunicativi e digitali. Una viralità della comunicazione che ha portato fuori dalle vecchie “torri d’avorio” e dalle altrettanto vecchie “centrali” di costruzione del consenso sociale, temi e questioni che erano sempre stati di dominio esclusivo di élites e gruppi ristretti di esperti. Tra processi (e retoriche) di disintermediazione e processi di re-intermediazione.

Il topic della comunicazione è emergente da molti punti di vista: se ne parla sempre di più in riferimento alla persuasione (e alla propaganda) sia nel campo del marketing che della politica. Qual è il suo focus su questo tema, anche in merito alla questione della complessità?

Da parte mia, ho definito la Comunicazione, nel lontano 1996, come “processo sociale di condivisione della conoscenza (= potere)”, là dove Conoscenza è uguale a Potere.

Un processo sociale in cui interagiscono persone in carne ed ossa, con i loro profili psicologici, le loro conoscenze e le loro competenze, i loro modelli culturali, i gruppi e i contesti di riferimento, lo spazio sistemico e relazionale condiviso.

Si tratta di attori sociali che partecipano a una dinamica estremamente complessa, i cui esiti sono tutt’altro che scontati, e non soltanto per ciò che concerne la condivisione di dati, informazioni, conoscenze… Non è scontato perché i fattori e le variabili intervenienti sono numerose e le relazioni, ancora una volta, sistemiche. Per quanto ci si possa preparare e formare rigorosamente (fondamentale!), entriamo, in ogni caso, nel regno dell’imprevedibilità e dell’estrema variabilità.

Per questo ripeto sempre la mia definizione: “Comunicazione è complessità”. La comunicazione, in altre parole, è un’interazione sociale caratterizzata da un sistema di relazioni nel quale azione e retroazione (feedback) presentano un carattere probabilistico, con relativa difficoltà di individuare “regolarità” e fare “previsioni”. Pertanto, essendo un processo complesso, le cui dinamiche non seguono il principio di causalità, contrariamente ai luoghi comuni (non solo mediatici) ed a certi pregiudizi di matrice anche accademica, analizzare scientificamente – o quanto meno con rigore metodologico – la comunicazione è estremamente complicato e richiede un ventaglio notevole di conoscenze e competenze, oltre al più volte richiamato approccio sistemico (multidisciplinare e interdisciplinare) alla complessità. Spesso, al contrario, all’insegna di frasi fatte e luoghi comuni (tutto è comunicazione, la frase più inflazionata), l’”oggetto” comunicazione ci viene restituito come semplice, banale, facilmente intuibile; un oggetto di studio che non richiede neanche particolari conoscenze e/o competenze (stesso discorso potrebbe esser fatto per i pregiudizi che circondano la figura del comunicatore e il suo profilo professionale).

Il problema è che anche su questo tema, davvero cruciale, si continua a fare confusione. Tra la comunicazione e i mezzi di comunicazione, tra la comunicazione e l’informazione (sembra incredibile ma è così), tra la Comunicazione e la Connessione e, infine, con molte derive e ricadute negative, tra la Comunicazione e il Marketing. Confusione che si manifesta chiaramente anche nella cultura e nelle strategie di numerose organizzazioni complesse, sia pubbliche che private. Una confusione che si traduce in una mancanza di chiarezza sostanziale in grado di portare a definire scelte e strategie inappropriate, come mi confermano di frequente anche molti dei manager che incontro nelle mie vesti di formatore.

E, sia ben chiaro, come vado ripetendo da tempi non sospetti, proprio nell’era della disintermediazione le figure e i processi di mediazione sono/tornano ad essere ancor più strategici.

Aggiungo: a livello di discorso pubblico, poi, c’è ancora molta retorica sui cosiddetti “grandi comunicatori”. Ciò che si evince chiaramente è che, nella maggior parte dei casi, queste figure siano coloro che meglio riescono a convincere, persuadere, perfino a manipolare i destinatari dei loro messaggi, modificandone atteggiamenti e comportamenti.

Esiste infatti una visione della comunicazione molto schiacciata sulla dimensione dell’efficacia, del convincimento ad ogni costo, nel quadro di una visione, assolutamente strumentale e utilitaristica, dell’Altro e del confronto con l’Altro. Si tratta di educare alla comunicazione, ancor prima che formare: questione educativa e culturale!

Spesso – lo dico con rammarico e assumendomene, ogni volta, la responsabilità – ho la netta impressione che stiamo preparando gli attuali e i futuri comunicatori ad essere soprattutto dei “tecnici della comunicazione” e/o degli ottimi venditori (con tutto il rispetto per la figura del “venditore”), non solo rispetto alle merci e ai servizi, ma anche in riferimento alle idee e ai valori. E questa visione – al di là delle profonde implicazioni etiche – conduce a un appiattimento della comunicazione, di più, ad uno svuotamento del suo significato più profondo. Stiamo andando nella direzione opposta a ciò di cui avremmo bisogno per tentare di abitare, o quanto meno “governare”, la complessità.

Come abbiamo anticipato, infatti, i sistemi complessi non sono soltanto imprevedibili, ma anche e sorprendentemente adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Il ritardo nella cultura della comunicazione ci rende ancor più vulnerabili nella gestione dei cd. “sistemi complessi adattivi”. Come noto, sono sistemi costituiti non da parti “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; al contrario, si tratto di individui/persone, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento e dell’ecosistema di cui fanno parte.

Proseguendo lungo questa linea di discorso: come già accennato, siamo di fronte a relazioni sistemiche il cui campo di osservazione non può essere facilmente individuato e circoscritto e i cui protagonisti contribuiscono, costantemente, a modificare – a co-creare e co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immersi.

E’ tempo di pensare, immaginare, studiare, (provare a) governare le organizzazioni complesse come se fossero “sistemi viventi” e non semplici macchine/ingranaggi, senza continuare a ricadere nell’atavico errore di provare a gestire i sistemi complessi (aperti, dinamici, imprevedibili, instabili, non-lineari etc. -> saperi tecnici e competenze tecniche non bastano – integrazione approcci differenti) come fossero “sistemi complicati” (chiusi, prevedibili, lineari -> bastano saperi tecnici e competenze tecniche – approcci riduzionistici e deterministici). L’ho definito, diversi anni fa, l’errore degli errori”. Un errore che, tra le tante conseguenze, ha quella di promuovere “soluzioni semplici a problemi complessi”, anche a livello della Politica (nazionale e transnazionale), con implicazioni profonde in termini di cittadinanza e inclusione.

È molto interessante questo suo filo conduttore, e anche estremamente attuale. I temi dell’inclusione e della cittadinanza li ritroviamo del resto in molti dei suoi contributi. Ci può dire qualcosa di più?

Volentieri. Le questioni affrontate nella nostra conversazione – è evidente – fanno parte di un orizzonte più vasto e riguardano da vicino le tematiche fondamentali relative alla partecipazione e alla cittadinanza. La società interconnessa/iperconnessa, quasi paradossalmente, si sta sempre più rivelando una società asimmetrica (così l’ho definita), segnata da nuove disuguaglianze e asimmetrie; una società che riconosce la cittadinanza soltanto sul piano giuridico e non è in grado di renderla effettiva e darle una traduzione concreta. Si pone, non da oggi, l’urgenza di ripensare il contratto sociale(Dominici, 2003) dal momento che, nella cd. società della conoscenza, sono cambiate le regole di ingaggio della cittadinanza (1998).

Su questo terreno, non possiamo non prendere atto di un ritardo culturale importante, ribadendo con forza una nostra vecchia formula: non bastano “cittadini connessi”, ma servono cittadini criticamente formati e informati, educati al pensiero critico ed alla complessità, educati alla cittadinanza e non alla sudditanza, educati alla libertà e alla responsabilità.

Educati, in altre parole, a una cittadinanza che – è bene esser chiari – è fatta sì di diritti che devono essere riconosciuti, ma anche di doveri. E lo stesso discorso vale per la costruzione sociale di una nuova cultura della legalità e/o di una cultura della prevenzione, tutti valori che vanno costruiti e “vissuti”, non soltanto a livello personale, fin dai primi anni di Scuola.
Occorrerebbe dunque agire e intervenire là dove si definiscono le condizioni strutturali della “società asimmetrica”, ovvero là dove si producono, elaborano e distribuiscono le informazioni e la conoscenza, che poi sono le vere risorse strategiche del mutamento in corso.
Occorre investire concretamente su educazione, formazione e ricerca, creando le condizioni, sociali e culturali, per quello che ho definito un “sapere condiviso” (Dominici, 2000); d’altra parte, la società della conoscenza richiede elevati livelli di istruzione e formazione, oltre ad un aggiornamento continuo in ambito lavorativo e professionale.

La cosa che più mi preoccupa, sinceramente, è che ne parlassi oltre vent’anni fa, ed è incredibile come ancora oggi non ci sia consapevolezza e unità d’intenti nel correggere traiettorie e discontinuità della società asimmetrica: si vedano, in tal senso, gli studi, i dati e le ricerche, anche recenti, relativi all’analfabetismo funzionale e alla povertà educativa. Evidenze empiriche che restituiscono un quadro d’insieme tutt’altro che rassicurante, a tutti i livelli. Abbiamo un disperato bisogno di politiche di lungo periodo che, oltre ad essere immaginate in un’ottica globale, vengano progettate e realizzate con una prospettiva sistemica, per poi essere costantemente valutate e monitorate nei loro effetti.

Con questo ultimo passaggio del Professor Dominici – dedicato alla centralità, ancora una volta, del capitale umano e dei processi educativi e formativi – si chiude la prima parte della nostra intervista.

Vi rimandiamo alla seconda puntata della nostra intervista, la prossima settimana, in cui pubblicheremo l’ultima parte della nostra “chiacchierata”, che verterà su questioni altrettanto cruciali.

PROFESSOR PIERO DOMINICI
BREVE PROFILO BIOGRAFICO


Fellow della World Academy of Art & Science, è Scientific Director del Complexity Education Project e Director (Scientific Listening) presso il Global Listening Centre. Insegna Comunicazione pubblica, Attività di Intelligence e Sociologia dei Fenomeni Politici presso l’Università degli Studi di Perugia. Visiting Professor presso l’Universidad Complutense di Madrid, ha partecipato, e tuttora partecipa, a progetti di rilevanza nazionale e internazionale, con funzioni di coordinamento; inoltre, ha tenuto lezioni e conferenze in numerosi atenei nazionali e internazionali.

È Membro dell’Albo dei Revisori MIUR e del WCSA (World Complexity Science Academy), fa parte di Comitati scientifici nazionali e internazionali. Si occupa da oltre vent’anni (didattica, ricerca, formazione) di complessità e di teoria dei sistemi con particolare riferimento alle organizzazioni complesse ed alle tematiche riguardanti l’educazione, la comunicazione, l’innovazione, la cittadinanza, la democrazia, l’etica pubblica. Da molti anni, collabora con riviste scientifiche e di cultura, oltre che con diverse testate. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, tra le quali:

Pubblicazioni scientifiche (una selezione):

Per un’etica dei new-media (1996-98); La comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo (2005); La società dell’irresponsabilità (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione (2014); Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, in «Comunicazioni Sociali», n°1/2015, Vita & Pensiero, Milano 2015; La filosofia come “dispositivo” di risposta alla società asimmetrica e ipercomplessa in AA.VV., Il diritto alla filosofia. Quale filosofia nel terzo millennio?, Bologna 2016; Post-Humanist Utopia and the Search for a New Humanism in the Hypercomplex Society in «Comunicazioni Sociali», n°3/2016, Vita & Pensiero, Milano 2016; Dominici P., Oltre la libertà …di “essere sudditi”, Casa della Cultura, Milano 2017; Sicurezza è Complessità sociale in AA.VV. (a cura di), Sociologia della sicurezza. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017; The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017; (2017), Of Security and Liberty, of Control and Cooperation. Terrorism and the New Ecosystem communication. Italian Sociological Review, 7 (2); Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately”, in «Sicurezza e scienze sociali», V, 3/2017, FrancoAngeli, 2018; Objects as systems. The educational and communicative challenges of the hypertechnological civilization, 2018; Oltre la linearità. Esplorare le connessioni…tra ordine e caos, in Programmare il mondo. Sfida e opportunità, OTM, Media Duemila, 2018; For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017;The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence, Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge 2017; Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era, in, A.Fabris & G.Scarafile, Controversies in the Contemporary World, © John Benjamins Publishing Company, 2019.

Tra le pubblicazioni scientifiche:
For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological in EJFR

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Prof. Piero Dominici (PhD), Fellow of the World Academy of Art & Science (WAAS), is Director (Scientific Listening) at the Global Listening Center and Scientific Director of the Complexity Education Project; he teaches Public Communication, Sociology and Intelligence Activities at the University of Perugia. As scientific researcher, educator, author and international speaker, his main areas of expertise and interest encompass (hyper)complexity, interdisciplinarity and knowledge sharing in the fields of education, systems theory, technology, innovation, intelligence, security, citizenship and communication. Member of the MIUR Register of Revisers, (Italian Ministry of Higher Education and Research), and of the WCSA (World Complexity Science Academy), he is also standing member of several of the most prestigious national and international scientific committees. Author of numerous essays, scientific articles and books, his published works include (a selection): Per un’etica dei new-media [Ethics for the new media] (1996-1998); La comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo [Communication in the Hypercomplex Society. Solicitations for Communicative Action (2005); La società dell’irresponsabilità [The Society of Irresponsibility] (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento [Communication in the Hypercomplex Society. Sharing Knowledge to Cope with Change] (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione [Inside the interconnected society. Ethical Prospect for a New Ecosystem of Communication] (2014); Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, in «Comunicazioni Sociali», n°1/2015, Vita & Pensiero, Milano 2015; La filosofia come “dispositivo” di risposta alla società asimmetrica e ipercomplessa [Philosophy as a “Device” for Reacting to the Asymmetrical and Hypercomplex Society] in AA.VV., Il diritto alla filosofia. Quale filosofia nel terzo millennio?, Diogene Multimedia, Bologna 2016; [Post-Humanist Utopia and the Search for a New Humanism in the Hypercomplex Society] in «Comunicazioni Sociali», n°3/2016, Vita & Pensiero, Milano 2016; Dominici P., Oltre la libertà …di “essere sudditi”, in F.Varanini (a cura di), Corpi, menti, macchine per pensare, Casa della Cultura, Anno 2, numero 4, Milano 2017; Sicurezza è Complessità sociale in M.C.Federici, A. Romeo (a cura di), Sociologia della sicurezza. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017, pp.49-65; The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017; (2017), Of Security and Liberty, of Control and Cooperation. Terrorism and the New Ecosystem communication. [Italian Sociological Review, 7 (2) [DOI: 10.13136/isr.v7i2.XX]; “Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately”, in «Sicurezza e scienze sociali», V, 3/2017, FrancoAngeli, Milano 2018, pp.175-188; “Objects as systems. The educational and communicative challenges of the hypertechnological civilization”, in P.L.Capucci, G.Cipolletta (eds), The New and History. Art*Science, Noema, Ravenna 2018 – pp.121-133; “Oltre la linearità. Esplorare le connessioni…tra ordine e caos”, in Programmare il mondo. Sfida e opportunità, OTM, Media Duemila, n. 1 – anno 2018; “For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological”, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017; “The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence, Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2017; Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era, in, A.Fabris & G.Scarafile, Controversies in the Contemporary World, © John Benjamins Publishing Company, 2019.


CONTATTI


SITOGRAFIA DELL’INTERVISTA


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