Conoscere, ridefinire e infine abitare l’iper-complessità: questione complessa o complicata? Ne parliamo col professor Piero Dominici.

Dopo aver dedicato il piano editoriale di quest’anno al topic della complessità, siamo felici e onorati di poter ospitare una preziosa intervista al professor Piero Dominici, che ha studiato il tema in tutte le sue declinazione durante il suo lungo e intenso percorso di ricerca.

Questo, già a partire dai primi anni Novanta, intuendo così con largo anticipo molti dei risvolti che sarebbero via via emersi, come si dice, all’orizzonte degli eventi, prima cioè che le attuali problematiche emergessero come contingenti.

Ci riferiamo, ad esempio, alla questione della trasformazione antropologica, alla tesi, sviluppata nei suoi studi e ricerche, che la cosiddetta rivoluzione digitale ci avrebbe condotto verso la complessità (accresciuta) e non – come sostenevano un po’ tutti – verso la semplificazione; più in generale, alla definizione del quadro teorico di riferimento ed alla messa a punto di un approccio realmente sistemico, relativo a tali questioni; senza mai dimenticare le implicazioni epistemologiche ed etiche delle tecnologie emergenti e dei social media, la relazione, tutt’altro che dicotomica, tra specializzazione e interdisciplinarità/transdisciplinarità delle conoscenze; la rilevanza strategica, anche nel riattivare i meccanismi economici, dell’educazione e della formazione e così via…

Temi e questioni, profonde e complesse, che ha sempre ricondotto, in ultima istanza, a quelle che ha definito “false dicotomie e, più in generale, all’ “architettura complessiva dei saperi” che caratterizza da sempre le nostre istituzioni educative e formative.

L’intervista – densa di informazioni e ricca di spunti e suggestioni – , ricostruendo percorsi di ricerca iniziati oltre vent’anni, parte da una serie di premesse e affronta diverse questioni, cercando di evidenziarne la stretta correlazione e i livelli di interconnessione tra le parti coinvolte.
Per tutti questi motivi è divisa in due parti (pubblicate l’una in successione all’altra), così da accompagnare i nostri lettori in un percorso articolato di riflessioni che, ne siamo certi, saranno di ispirazione sia ai nostri lettori che ai nostri (altri) autori.

Ma andiamo per gradi e chiediamo al nostro ospite, innanzitutto, di guidarci all’interno del tema della complessità – o, come sostiene da diversi anni, dell’iper-complessità – facendo chiarezza sui termini e i diversi contesti di riferimento in questo ambito così strategico.

Innanzitutto grazie, Professore, per avere accettato la nostra intervista. Noi di 6MEMES siamo suoi fans da tempo e siamo onorati di poterla ospitare nel nostro blog. Vorremmo iniziare la nostra chiacchierata mettendo a fuoco il tema (anzi, i temi) a partire dalle varie definizioni possibili.

Dai vari punti di vista da cui lei, con il suo percorso di ricerca e studio, ci ha abituati a osservare la complessità in questi anni di lavoro e pubblicazioni, cosa ci può dire al riguardo?

Intanto, vi ringrazio per l’attenzione che avete dedicato alle mie ricerche ed al mio lavoro. Quella della complessità è davvero una questione complessa – iniziamo con un gioco di parole :-) – sotto ogni aspetto: siamo infatti ancora poco consapevoli della natura articolata, ambivalente, instabile e mutevole, di quella che chiamiamo complessità.

La complessità è caratteristica essenziale degli aggregati organici, in altre parole dei sistemi biologici, sociali, relazionali, umani: ben strutturati e costituiti da parti che, nelle loro molteplici e (appunto) sistemiche interazioni, condizionano il comportamento e l’evoluzione (non lineare) dei sistemi stessi. Una (iper)complessità che – come amo ripetere da molti anni – non è un’opzione, è un “dato di fatto”: il vero problema è che non siamo educati e formati a riconoscerla.

Abitiamo un immenso ecosistema di ecosistemi, ricco di feedback, connessioni e flussi di ogni genere, segnato da una ipercomplessità non soltanto cognitiva, soggettiva, sociale ed etica, ma anche linguistica e comunicativa. In questo senso, i modelli e le rappresentazioni della complessità introducono ulteriori elementi che non possiamo sottovalutare…

Due le considerazioni preliminari, al fine di non ingenerare equivoci, non soltanto di tipo terminologico: la prima, il passaggio, l’evoluzione tutt’altro che lineare, dal semplice al complesso, all’ipercomplesso, si sostanzia in un aumento quantitativo e qualitativo di variabili, concause e parametri da considerare, tenute insieme da relazioni sistemiche; la seconda, altrettanto importante, concerne la relazione tra complessità e semplificazione, spesso viste e raccontate come se fossero una dicotomia insanabile: in realtà, l’opposto della complessità non è la semplificazione, bensì il riduzionismo.

Ma cosa intendiamo per semplice, complicato, complesso, lineare?

In linea con quanto appena affermato, è necessario formulare alcune premesse. Prima di tutto: il solo adottare parole e concetti come “sistema”, “complessità”, “non linearità”, implica, richiede, uno sguardo e una prospettiva radicalmente differenti da quelle consuete e tradizionali. A ciò si aggiunga che, come ho avuto modo di affermare più e più volte in passato (nell’ambito di contributi scientifici e divulgativi), le scienze e i numerosi settori disciplinari hanno fornito definizioni, spesso, alternative e complementari. Al di là dei paradigmi di riferimento, diversi i fattori da tenersi in considerazione: si potrebbe (dovrebbe) dire/scrivere molto sull’importanza del “principio di causalità” (debole e forte), su determinismo e predittività, sul concetto e la teoria del caos deterministico, sulle questioni inerenti la probabilità etc.

Esistono formule, equazioni, funzioni, leggi, in grado di descrivere e, perfino, prevedere come si comportino certi oggetti/sistemi (complicati). Anche se, proprio con riferimento ai fenomeni “naturali”, la teoria del “caos deterministico” ha evidenziato come esistano fenomeni deterministici e (relativamente) prevedibili per i quali, pur essendo stata definita la legge che ne descrive l’evoluzione temporale, i modelli e le spiegazioni “lineari” non funzionano e non sono adeguate. Gli stessi modelli fisici e matematici non sono sufficienti a descrivere e spiegare la meraviglia e l’estrema mutabilità e instabilità della vita, in questo caso intesa in senso biologico.

In altre parole, gli stessi modelli esplicativi biologici non sono riducibili ai modelli delle scienze fisiche. Si tratta di sistemi i cui comportamenti si rivelano estremamente irregolari e imprevedibili.

Si pensi, ad esempio, a fenomeni come il meteo e alle difficoltà, nonostante strumenti estremamente sofisticati, di fare previsioni metereologiche con esattezza e precisione assolute; si pensi a fenomeni come i terremoti, gli uragani e/o la caduta di un meteorite: allo stato attuale delle cose, possono essere osservati, descritti, previsti nei loro comportamenti soltanto in termini probabilistici, pur essendo riconducibili a leggi scientifiche e formule matematiche note. In questi casi, ci troviamo in condizioni di predittività e di un orizzonte di prevedibilità limitati.

In tal senso, non soltanto nel campo della fisica, “determinismo” e “predittività” sono stati separati da una vera e propria frattura epistemologica: la teoria del caos. È probabile che, in futuro, l’enorme disponibilità di dati e informazioni, insieme a strumenti sempre più sofisticati, si rivelerà sempre più strategica e vitale proprio nel tentativo, tutt’altro che scontato, di arrivare a definire/ri-conoscere, come prevedibili e lineari, fenomeni che, pur essendo spiegabili dalle leggi della fisica, si comportano diversamente. Di fatto, teoria del caos e del “caos deterministico” hanno contribuito, in maniera determinante, a definire quel nuovo paradigma, di cui non siamo ancora in grado di valutare, fino in fondo, le implicazioni epistemologiche e gli orizzonti conoscitivi e di ricerca aperti. Sempre più difficile, almeno per ora, fare previsioni esatte sui cd. sistemi dinamici non-lineari.

E, allo stesso modo, la stessa complessità può essere definita in molteplici modi, relativamente ai diversi saperi ed agli ambiti disciplinari (non soltanto); una complessità che si presenta sotto molteplici forme e che ci costringe a ripensare tutto, anche le categorie concettuali con le relative definizioni operative, a maggior ragione nella civiltà ipertecnologica (e iperconnessa) in cui, oltre ad esser saltati i confini tra “naturale” e “artificiale” (Dominici, 1995, 1998 e sgg.), scienza e tecnologia sembrano poter essere in grado di rendere la “materia” vivente e intelligente (?).

Ci confrontiamo, pertanto, con una complessità imprevedibile – la questione della prevedibilità, non soltanto dei comportamenti umani, sociali, culturali è cruciale e strategica (i modelli culturali servono anche a questo) – e non replicabile (la replicabilità, come noto, è requisito importante per la scienza e per poter anche soltanto parlare di “scientificità”) di cui dobbiamo/dovremmo osservare e comprendere soprattutto i molteplici livelli di connessione tra i processi e tra le parti/gli oggetti stessi e, per farlo, abbiamo bisogno di una visione sistemica dei processi, dei fenomeni e delle dinamiche: visione sistemica che comporta un modo completamente differente di osservare gli “oggetti”. Non solo osservare l’insieme e il tutto, consapevoli, in ogni caso, che il tutto non è mai la somma e/o la totalità delle parti.

Ma c’è un ulteriore elemento di complessità: il fatto cioè che siamo di fronte a sistemi complessi adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Sono sistemi le cui parti costituenti non sono “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; sono individui, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento, dell’ecosistema di cui fanno parte. Se osserviamo una organizzazione sociale, ma anche semplicemente un insieme o un gruppo di persone, non solo la totalità delle persone non costituisce il tutto, non solo non potrò capire le dinamiche di quel gruppo isolando le singole persone o circoscrivendo il campo di osservazione; ma dovrò prendere atto che quelle stesse persone/individui/entità costantemente contribuiscono a modificare – o a co-creare, co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immerse.

E la mia stessa presenza, la mia stessa osservazione modifica le condizioni e i livelli di interazione, scambio, condivisione. Se voglio davvero osservarne e comprenderne le relazioni e le dinamiche in continua evoluzione, devo osservare l’insieme, la globalità, le connessioni, le relazioni sistemiche. Necessario – oltre alla visione sistemica – un approccio interdisciplinare, multidisciplinare, transdisciplinare (Piaget). Temi e questioni di cui, oggi, tutti parlano e scrivono con il rischio, estremamente concreto, di far pensare che si tratti di obiettivi ormai raggiunti e condivisi, ma non è assolutamente così.

Tutti parlano e scrivono di “gestire la complessità”, ma questa complessità non può essere, evidentemente, gestita in alcun modo, possiamo provare – ripeto sempre – ad abitarla (educazione e formazione). Non si tratta soltanto di parole e/o termini diversi. Si tratta di questioni sostanziali, che chiamano in causa saperi esperti e competenze specifiche.

In effetti non è facile orientarsi in questo “labirinto di labirinti”… Approfittiamo quindi della sua guida e proviamo a inoltrarci oltre.

Ci parlava dell’imprevedibilità riguardo ai comportamenti sociali e culturali dell’uomo, e non solo. Qual è il filo di Arianna da seguire per tentare di non perderci tra i meandri della questione?

Viviamo un’epoca estremamente incerta e variabile, eppure da più parti, quasi paradossalmente, tutti comunicano, quasi ostentano, certezza e sicurezza nel prendere decisioni e sul “come fare le cose”.

Purtroppo o per fortuna – perché si tratta di sfide conoscitive alla/della complessità – non abbiamo, di fronte a noi, traiettorie e orizzonti ben definiti, anzi, al contrario. E, quando ci confrontiamo con i sistemi sociali, organizzativi, umani, dovremmo esserne ancor più consapevoli, non lasciandoci lusingare da quelle che ho definito le “grandi illusioni delle civiltà ipertecnologica”.

L’illusione della razionalità, quella del controllo e della prevedibilità (totale) e, infine, l’illusione più pericolosa: quella di poter eliminare/espellere l’errore e l’imprevedibilità dalle nostre vite, dalle organizzazioni, dagli ecosistemi umani e vitali. In tal senso, sia in ambito accademico che quando faccio formazione, non amo mai parlare di soluzioni (che, ammesso che ce ne siano, hanno sempre carattere temporaneo e provvisorio) e/o di uniche vie da seguire; una proposta che rinnegherebbe, non soltanto gli stessi presupposti della complessità, ma la mia vita e i valori in cui credo, non soltanto come docente, ricercatore, educatore.

In tempi non sospetti – fin dalla metà degli anni Novanta – ho parlato dell’urgenza di educare e formare all’imprevedibilità (non si tratta di slogan, si può fare!) e di costruire, fin dai primi anni di scuola, una “cultura dell’errore”. Errore e imprevedibilità – ripeto ogni volta – sono le basi della conoscenza, della conoscenza scientifica, della vita, del nostro “essere umani”, del nostro essere “esseri umani liberi”(!).

Pertanto – io credo – il tentativo di abitare la complessità, non può che essere legato all’urgenza di ripensare, in maniera radicale, educazione e formazione, mettendo mano ai processi ed alle culture che caratterizzano le istituzioni educative e formative. Lungo, lunghissimo periodo: ancora una volta, quello evocato da tutti, ma mai concretamente perseguito: troppo immersi nelle narrazioni della cd. rivoluzione digitale e della datacrazia, dei dati che parlano da soli; troppo ancorati ad una “cultura della standardizzazione” e del risultato immediato. Un’egemonia ancor più disastrosa nei mondi della ricerca, dell’educazione e, più in generale, della produzione intellettuale e culturale.

Per farlo, occorrerebbe innanzitutto sgombrare il campo da alcune questioni, fuorvianti e ingannevoli che, da sempre, segnano in profondità, strutturano, l’architettura complessiva dei saperi e delle competenze, nonché le culture educative e organizzative del mondo contemporaneo. Mi riferisco, in particolare, a quelle che ho definito false dicotomie” (Dominici,1995): natura versus cultura; naturale versus artificiale; Umano versus tecnologico, cultura versus tecnologia, teoria versus ricerca/ pratica; formazione scientifica versus formazione umanistica; pensiero e ragione versus emozioni; pensiero vs azione; ragione versus creatività e immaginazione; corpo versus mente; complessità versus specializzazione; interdisciplinarità versus spe