Cominciare e finire: il bene e il male della “Coerenza” secondo Calvino. Favole dei giorni nostri…

Si scrive “Coerenza”, si pronucia “Consistenza”…

Siamo arrivati all’ultimo articolo di questo nostro viaggio che ripropone i meme delle Lezioni americane di Italo Calvino, quello dedicato alla sesta conferenza che, purtroppo, l’autore non fece in tempo a concludere.

Restano tuttavia a nostra disposizione i suoi appunti, dai quali scopriamo in primo luogo le ragioni del titolo che Calvino avrebbe voluto dare alla lezione, Consistency, in italiano Coerenza, anche se

“in origine, il titolo della sesta lezione doveva essere Openness, «da intendersi non come ‘franchezza’, bensì nel senso di apertura, proporzione spaziale tra uomo e mondo». In seguito il titolo fu mutato in Consistency, da tradursi con coerenza.”

L’autore, inoltre, avrebbe voluto riferirsi a un racconto di Melville, Bartleby lo scrivano (una selezione particolarmente emblematica, questa, come vedremo), e aveva intenzione di scrivere l’ultima lezione solo dopo essere approdato negli Stati Uniti, in una sorta di epilogo da definirsi in loco.

Partiamo da uno di questi punti per le nostre considerazioni: perché proprio Bartleby? Presentiamolo, questo bizzarro personaggio di Melville:

“Bartleby, il personaggio della novella, è un impiegato di Wall Street; lavora presso un avvocato e trascrive atti giudiziari. Se non che, a un certo punto, smette di farlo, e oppone alle richieste del suo principale una frase: «Avrei preferenza di no».

L’innesco di tale rifiuto? All’apparenza si tratta di un principio di coerenza sfrenato: la mansione che gli viene chiesta di espletare, in aggiunta alle sue attività lavorative, devia, seppur di pochissimo, dal suo incarico standard.

L'ultima lezione di Calvino – dopo aver dispiegato le ali sulle innumerevoli possibilità rappresentate da concetti come Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità – è dedicata a un senso di incompiutezza. Condividi il Tweet

Bartleby, dunque, invece di adempiere alle aspettative che si confanno a ogni essere umano bene inserito nel suo contesto sociale (e che di fronte alla richiesta garbata di fare qualcosa si piega altrettanto garbatamente ai desideri del suo interlocutore) inaspettatamente si rifiuta di farlo. Declina la richiesta gentilmente, certo, ma è inamovibile nella sua decisione, in quanto preferisce di no.

Purtroppo per lui, come accade per ogni effetto-domino, sarà proprio l’atto di sottrarsi alla nuova incombenza in nome di una sorta di coerenza radicale a rivelarsi  fatale per il protagonista, che finirà imprigionato di una sorta di disincanto generalizzato.

Ed è paradossale (o forse profetico) che l’ultima lezione di Calvino – dopo aver dispiegato le ali sulle innumerevoli possibilità rappresentate da concetti come Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità – sia in fin dei conti dedicata a un senso di chiusura, rifiuto e infine incompiutezza…

Mobilità versus immobilità: coerentemente, non c’è dubbio :)

È lo stesso titolo scelto da Calvino, Coerenza, che ci proietta da subito, in quanto lettori, da una parte o dall’altra di due visioni del mondo contrapposte, una più razionale e (forse) logica, l’altra più creativa e (forse) scomposta.

Alfred Adler, psichiatra e psicoanalista che, con Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, fu fondatore della psicologia psicodinamica, commenta la questione con queste parole:

“La sola virtù della coerenza è la prevedibilità, e troppi la usano semplicemente per evitare di rischiare.”

C’è molto di vero, in questa riflessione. Ognuno di noi lo avrà sperimentato direttamente più volte, di fronte ad esempio all’irrigidirsi di qualche procedura burocratica e dei suoi “esecutori”, le cui incapacità di andare oltre lo strettamente prestrabilito sfidano ogni buon senso.

Se l'incoerenza è a volte una trappola stringente, anche la coerenza inamovibile può essere altrettanto temibile. Condividi il Tweet

Eppure, tornando agli articoli che abbiamo dedicato alle proposte di Calvino per il nuovo millennio, sappiamo altrettanto bene che difficilmente una situazione complessa – come è ad esempio il decidere se accettare o meno nuovi ruoli che ci sottraggono potenzialmente alla nostra zona di comfort – è realisticamente risolvibile con un approccio maldestro e caotico.

Bisogna quindi tenere conto di molti fattori e circostanze, prima di emettere un semplice sì o no dagli effetti imprevedibili al di là delle apparenze. Perché anche la soluzione a prima vista più lineare, semplice e coerente – come può essere l’esempio del rifiuto del nostro amato impiegato – può rivelarsi un pozzo senza fondo di imprevisti anche fatali.

Torniamo quindi al buon (si fa per dire) Bartleby.  Il suo NO, per come si evolvono le cose, è esattamente il punto di inizio delle sue vicissitudini, piuttosto che la fine di una circostanza. È infatti l’incipit dell’intera vicenda, che di certo non finisce bene.
Quella sua frase, infatti, “I would prefer not to” (che Gianni Celati traduce con: “avrei preferenza di no”), lo pone suo malgrado davanti all’abisso. Anzi: lo spinge dentro.

E quello che era iniziato come un evento difensivo da parte del protagonista, finisce per diventare la causa scatenante del suo tracollo. L’inizio di una vicenda disattende (o forse no?) il suo finale.  Ed è esattamente qui che Calvino voleva arrivare: “Cominciare e finire” è infatti il mantra che l’autore recita in molti dei testi che ci ha lasciato in eredità.

“Cominciare e finire”: un buon esordio garantisce un lieto fine?

Proseguiamo il ragionamento con le parole stesse di Calvino, riferite proprio a quella che lui pensava poter essere la sua introduzione pubblica alle Lezioni americane:

“Cominciare una conferenza, anzi un ciclo di conferenze, è un momento cruciale, come cominciare a scrivere un romanzo. E questo è il momento della scelta: ci è offerta la possibilità di dire tutto, in tutti i modi possibili; e dobbiamo arrivare a dire una cosa, in un modo particolare.

(…) Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo – quello che per ognuno di noi costituisce il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – il mondo dato in blocco; e noi vogliamo estrarre da questo mondo un discorso, un racconto, un sentimento: o forse più esattamente vogliamo compiere un’operazione che ci permetta di situarci in questo mondo.”

Anche Valentina Re mette a fuoco mirabilmente la questione, rispondendo a una domanda retorica sull’incipit:

“Quando un Incipit è tale? Quando una delle funzioni a cui adempie può considerarsi compiuta; quando, cioè, ha acquisito una sua coerenza (tematica o discorsiva) e autonomia”.

Un inizio è dunque degno di questo nome (dal punto di vista letterario, ma non solo) quando avvia una selezione in grado di condurre a una conclusione a suo modo “coerente”.

Che non vuol dire prevedibile e nemmeno coerente in senso stretto, ma piuttosto riconducibile in qualche modo alle proprie premesse, alle aspettative che ne hanno generato il seme.

Non esiste coerenza possibile, dunque, se non è capace di risalire alla propria vocazione fondante, qualunque ne sia l’esordio. Allo stesso modo, non esiste incoerenza conclamata (in termini negativi) se la conclusione di una vicenda è comunque rispettosa delle premesse che le hanno dato vita.

Un inizio è degno di questo nome quando avvia una selezione in grado di condurre a una conclusione coerente. Che non vuol dire prevedibile, ma piuttosto riconducibile alle proprie premesse, alle aspettative che l'hanno generato. Condividi il Tweet

Il patto, soggiacente, è che ci sia una sorta di disegno, a condurre il gioco. Una strategia, una ragione o un fine, piuttosto che un mero – anche se a prima vista coerente – si o no. Il che non vuol dire che tale disegno debba per forza essere palese: deve però essere in qualche modo riconoscibile, o meglio, ricostruibile. E, a quel punto, la sua apparenza varrà di più della sua sostanza.

Anche la coerenza è mobile. Qual piuma al vento…

Facciamo un esempio concreto e pensiamo al titolo di un libro: ci appare subito ovvio come sia possibile che esso stesso – al di là del contenuto dell’opera – sia in grado o meno di convincerci a leggerlo. Il titolo dà infatti significato a un’opera, la introduce e la rappresenta, e nessuno di noi si stupisce del suo potere persuasivo (o meno) in merito alla sostanza stessa del libro.

Ma se pensiamo al colore  della sua copertina, invece (solo al colore, non al disegno o alla grafica), che valutiamo avere un valore di tipo “estetico”, piuttosto che sostanziale, ecco che facilmente sottovalutiamo il legame intrinseco tra la forma della nostra aspettativa sull’opera e la forma del suo contenuto.

Invece, come ci raccontano Caprettini ed  Eugeni ne Il linguaggio degli inizi, basta proprio un colore di una copertina a fare la differenza nella nostra percezione del senso dell’intera opera che vi è contenuta.
Un esempio semplice semplice, senza disturbare né il neuro-marketing né la psicologia dei consumi: il colore giallo c’entra per caso qualcosa con le trame legate in genere al crimine e ai misteri? Per niente, direi.

Pensiamo al titolo di un libro: ci appare ovvio che esso stesso – al di là del contenuto dell'opera – sia in grado o no di convincerci a leggerlo. Il titolo dà infatti significato a un'opera, la introduce e la rappresenta. Condividi il Tweet

Eppure, una volta che il giallo delle copertine di una collana di libri (Mondadori) si è imposto come l’incipit sinestesico di una tipologia di prodotti editoriali (i Gialli, appunto), ecco che quello stesso colore si è rivelato  dominante, capace di dare vita a una coerenza esteriore di genere che si è radicato fin nel nucleo di senso delle opere che quello stesso colore ammanta.

E quando oggi vediamo nella bancarella una copertina di colore giallo, le nostre euristiche percettive lo dispongono mentalmente là, nello “scaffale” dei polizieschi.

Non è, questo, un esempio raro. Accade piuttosto così quasi sempre: ciò che “sembra”, coincide con ciò che “ci si aspetta”, e l’abitudine tutta umana a questa consuetudine  è tale da farci postulare intorno una serie di leggi all’apparenza naturali, mentre si tratta quasi esclusivamente di concezioni culturali.

Questa cosa strana, basata sulle convenzioni esterne più che sui dati di realtà interni, si chiama aspettativa, ed è la madre biologica della coerenza, anche se spesso viene sostituita da altre madri surrogate dai nomi più consueti: senso comune, contesto, sistema culturale di riferimento e così via. É il mattone di ogni costruzione sociale, e si basa su un sentimento tanto irrazionale quanto cruciale, la fiducia.

Ad esempio: sei un medico? Io mi aspetto che tu mi curi, e mi fido di te in quanto capace di adempiere coerentemente al tuo ruolo. Sei un delinquente? Io ti temo in base ai medesimi presupposti, e in nome di questi mi comporterò di conseguenza.

Né nell’uno né nell’altro caso mi aspetto, in generale, sorprese. Vado dal medico con la necessaria regolarità e cerco di stare lontana dai delinquenti. Il problema si pone là dove un medico delinque o un delinquente si improvvisa un luminare della medicina.

Ma al di là del risultato contingente, l’erosione della fiducia avviene quando a un’aspettativa qualsiasi – così come accade agli incipit letterari e al nostro amico Bartleby :)  – non corrisponde il finale presupposto e atteso. E sono sempre guai all’orizzonte.

In questo esatto snodo sta la vicenda crudele che si è impadronita del nostro protagonista. La sua coerenza irriducibile si è chiusa su di lui, inamovibile come il suo “preferire di no”, portandolo a un esito del tutto inaspettato. Alla fine, il suo ostinato diniego all’incoerenza della richiesta ha tradito la sua aspettativa all’apparenza innocente: mantenere lo status quo delle cose.

Questa cosa strana, basata sulle convenzioni esterne più che sui dati di realtà interni, si chiama aspettativa, ed è la madre biologica della coerenza, anche se spesso viene sostituita da altre madri surrogate. Condividi il Tweet

E proprio questa, a mio parere, è la lezione più importante tra le tante che Calvino ci ha regalato nella sua straordinaria opera: ogni blocco, ogni rigidità o rifiuto di evolverenella presunta immobilità dei propri confini consueti e percepiti come stabili  è sempre un’illusione, e rappresenta invece una marcia indietro, una retrocessione.

Non esiste coerenza interna (a un racconto, una vicenda, un’impresa…) davvero possibile se non si è capaci di cedere sovranità alla stessa in itinere, in nome di incoerenze  temporanee che possono anche comprendere, esternamente, concessioni, cambiamenti, ripensamenti…
Questa responsività, a mio parere,  è l’unica strada possibile, per noi umani, per guidare il nostro”cominciare” nella realtà, e condurlo in maniera flessibile, ma determinata, verso un “finale” non solo coerente rispetto alle nostre aspettative, ma anche al contesto che ci circonda.

E di questo oggi più che mai, negli anni degli “exit” da un lato e della chiusura dei confini dall’altro, occorrerà tener conto. Perché l’unica proposta di coerenza plausibile passa attraverso una serie di “incoerenze” temporanee, in nome di una ragion d’essere capace di andare oltre la contingenza.

 

Natalia Robusti

 

Italo Calvino


Credits immagini:

1: Sergey Novikov

2: Gerardo Lunatici
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