Big Data e Open Data: l’intelligenza delle città.

Le conquiste della civiltà nel corso della storia sono passate spesso per le città, crocevia di persone e idee e crogiolo naturale di ogni possibile contaminazione.
A partire dalle proprie necessità di rispondere alle esigenze generate dalla convivenza di persone e realtà culturali ed economiche molto differenti tra loro, hanno spesso dato la spinta iniziale al cambiamento delle varie società, cambiamento che a volte non si è rivelato positivo.

Anche le città dei giorni nostri, soprattutto le più grandi, conoscono questo tipo di problematiche, connesse oggi soprattutto all’intensa attività di un’urbanizzazione non sempre razionale. Traffico e isolamento delle periferie, inquinamento e inefficienza dei servizi sono solo alcune delle criticità che le Amministrazioni debbono e dovranno fronteggiare sempre più, essendo il popolamento delle città in costante crescita.

L’UNICEF – in un recente rapporto – ha infatti stimato che la percentuale di abitanti urbani salirà fino al 66% della popolazione mondiale alla metà del secolo, dal 50% attuale. E poiché non è pensabile che il tessuto cittadino allarghi costantemente le sue maglie, la partita si giocherà piuttosto sul versante di una maggiore efficienza dei servizi e di una più stringente razionalizzazione delle risorse.

In questo fronte, Big Data e Open Data possono fare davvero la differenza, perché consentono oggi di rendere le città, come si usa dire, “intelligenti”.
Parliamo delle cosiddette Smart Cities: caratterizzate da un’elevata qualità della vita che favorisce la partecipazione dei cittadini, puntano sull’organizzazione degli spazi urbani e sull’uso razionale delle dotazioni economiche degli enti e del tempo delle persone, e hanno nella tecnologia connessa alla Rete e all’analisi di dati e informazioni il loro motore.

Grazie all’Internet of Things, infatti, arredi urbani, edifici pubblici e monumenti possono divenire veri sensori in grado di acquisire e distribuire informazioni ad esempio sulla mobilità, sul consumo energetico, sull’assistenza al cittadino, sull’offerta culturale e turistica e molto altro ancora.
Connessi tra di loro da una tecnologia machine to machine per raccogliere e condividere informazioni di ogni tipo, questi dati sono inoltre trasmissibili a un database centrale, dal quale è possibile analizzarli e ottenere informazioni in tempo reale sulla situazione dei vari servizi pubblici in città.
Così, grazie ai sensori e all’utilizzo dei Big Data, i cittadini potrebbero da un lato vivere in ambienti più salutari e dall’altro risparmiare denaro, grazie a una migliore gestione delle risorse.

Tuttavia, nonostante questo grande potenziale, ad ora solo in alcune grandi città europee e mondiali si sono avviati purtroppo adeguati progetti di utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione al fine di renderle più smart.
Secondo l’ultimo report  redatto nel febbraio 2015 da Juniper Research,  società esperta in consulenze e ricerche, tra le città più “intelligenti” nel mondo figurano Barcellona, al primo posto, seguita da New York, Londra, Nizza e Singapore.
E se in Europa l’obiettivo di far decollare le Smart Cities è sostenuto dall’Unione con appositi finanziamenti, negli Stati Uniti ad esempio è stato progettato Cite (Center for Innovation Testing and Evaluation), che prevede la costruzione di una cittadina nel deserto del New Mexico, totalmente disabitata per non mettere a rischio le persone: vi verranno testate nuove infrastrutture stradali, droni capaci di trasportare carichi, fonti di energia alternativa e smart grid, ovvero una rete elettrica più efficiente grazie all’integrazione di dati e informazioni. Superati i test, l’obiettivo è quello di produrre su scala industriale le tecnologie più promettenti.

E in Italia? Trascorsi ormai tre anni dall’avvio dell’Agenzia Digitale Italiana con l’articolo 20 del D.L. 179/1 (il provvedimento “Crescita 2.0” del governo Monti), sembra progredire con lentezza la visione “digitale e intelligente” delle città.
Non è solo un problema di finanziamenti, ma anche di indirizzo evidentemente, se soltanto il 30% delle città ha intrapreso un processo di innovazione. È stato notato inoltre come molto spesso i finanziamenti disponibili siano stati convogliati su singole iniziative, e non in politiche globali che coinvolgessero le città nella loro interezza, mettendo in relazione dati, Amministrazione e cittadini.

Proprio la partecipazione dei cittadini è il valore aggiunto di questo tipo di progettualità. Perché l’Italia si immetta nel flusso virtuoso del cambiamento, i cittadini sono chiamati infatti a un ruolo attivo e dialogante con la politica e le Amministrazioni, a stimolare il cambiamento dunque in modo diretto, ma anche passivo. Questo nella misura in cui la loro opinione e la loro esperienza – “captata” anche attraverso le nuove consuetudini digitali di condivisione della cittadinanza (la Rete e le piattaforme social) – possono fungere da segnali di cosa non va e può essere migliorato.

La domanda è quindi più che mai strategica: riusciranno così le nostre città a divenire il cuore pulsante (e digitale) del cambiamento e a porsi di nuovo come centri protagonisti di una rinascita civile?
Per ora un obbiettivo è chiaro: diffondere la conoscenza di tali possibili realtà può fare la differenza, almeno in termini di consapevolezza. Perchè non sempre la via conosciuta da lasciare è meglio di quella sconosciuta da esplorare.

 

 

 

 

 

Iscrizione a MEMEnto6, la newsletter di 6MEMES

Vuoi seguire i nostri MEMES?
Iscriviti a MEMEnto6, la newsletter del blog 6Memes.

VOGLIO ISCRIVERMI