Vedo, dunque sono. I Big Data alla prova della visibilità.

Vedo, dunque sono. I Big Data alla prova della visibilità.
Cosa intendiamo, innanzitutto, per visibilità? Si tratta di un termine la cui origine rimanda immediatamente a ciò che è visibile, e che dunque in qualche modo si manifesta.

Nei nostri due articoli precedenti sul tema della visualizzazione, “Big Data Vision: Ultra, Extra, Large, Medium, Small… Invisible!” e “Se la bellezza è negli occhi di chi guarda… anche i Big Data raccontano l’Arte”, abbiamo parlato di visualizzazione dei dati, pur sotto aspetti differenti, iniziando a mettere a fuoco come, attraverso simboli, icone e metafore, concetti o informazioni all’apparenza impalpabili (se non del tutto incomprensibili) possano essere invece visti, o meglio mostrati, in tutto il loro significato, seppure complesso.

Il tema della visibilità – lo abbiamo sperimentato direttamente – è stato del resto anche il leitmotiv sotto traccia del blog 6memes: nel nostro report annuale “Visibilità, originalità e semplicità: ecco i numeri di “6memes”, il nuovo blog del divenire”, infatti, è stato proprio questo, tra i sei tag “calviniani” proposti, a trovarsi in pole position, seguito non a caso dal concetto di “coerenza”.

Vediamo ora insieme come la necessità di rendere visibile ciò che in prima istanza non lo è – sia che si tratti di dati, numeri o concetti – è più che mai attuale, innanzitutto per conoscere meglio denotazioni e connnotazioni della realtà, in secondo luogo per diffonderne le implicazioni e infine per fare di tali dati finalmente “visibili” il punto di partenza per nuove inferenze.

L’attualità del topic nasce dalla contingenza e dallo stato dell’arte dell’innovazione, come bene illustrato nell’articolo riportato da Luca De Biase “Ci possiamo capire qualcosa? Dirk Helbing: la crescita esponenziale di tutto aumenta la complessità” in cui si sottolinea come “la dinamica della conoscenza umana è meno veloce dell’innovazione tecnologica e delle sue conseguenze sul conoscibile.

Da qui la necessità di rendere più accessibili, e quindi visibili, argomenti, scoperte, coincidenze e modelli che altrimenti sarebbero offuscati dall’opacità in cui sono immersi.

E se oltreoceano tale evidenza è già non solo operativa, ma in fase di diffusione e utilizzo di massa secondo standard e linee guida già messe a fuoco, come illustrato in questo articolo e in questo post, che individua una lista che raccoglie i migliori dieci tools per la visualizzazione dei dati, anche in Italia si muovono passi decisivi in questa direzione.

Citiamo ad esempio il corso formativo “L’estetica dei flussi: Open e Big Data Visualization”, che “affronta la complessa tematica degli open e big data e i processi necessari per renderli fruibili attraverso la loro visualizzazione” perché “la visualizzazione’ dei dati e delle informazioni è la nuova frontiera per il design della comunicazione visiva e le attività artistico-creative” e che, come approfondimento al suo programma, invita a seguire i link:
armsglobe.chromeexperiments.com
drones.pitchinteractive.com
maulik-kamdar.com
e i numerosi articoli che piattaforme specializzate – e non solo – iniziano a diffondere sul tema.
Complessità e visibilità: la visualizzazione dei dati come nuova forma di conoscenza. Condividi il Tweet
Data la materia, così articolata e composita alla partenza, è tuttavia evidente che non tutti gli strumenti di visualizzazione sono in grado di mettere in forma d’immagine argomenti e informazioni così complessi o criptici.
Quello che occorre fare, infatti, è un’opera di traduzione vera e proprio, così da far “parlare i dati”, ovvero renderli immediatamente percepibili e comprensibili, seppure trasformati nella loro materia espressiva.
E questo non può avvenire senza utilizzare vere e proprie tecnologie comunicative, ovvero strumenti del linguaggio capaci di creare scorciatoie di pensiero tra aree divergenti, sovrapposte o intersecate. Parliamo infatti di icone, simboli, diagrammi e metafore.

Nel ricordare la celebre citazione di Deleuze: “Il diagramma è una macchina per pensare“, ci avviciniamo quindi alle varie forme che possono prendere tali dati opportunamente elaborati, con un breve, non certo esaustivo, elenco.
Quelli che più si prestano a tale opera di traduzione sembrano essere – almeno sino ad oggi – innanzitutto diagrammi e grafici in varie forme, ma anche mappe mentali e infografiche, e infine slide e video.

Ogni strumento possiede infatti alcune tipiche caratteristiche d’uso, ed è capace di connotare i dati rappresentati secondo precise convenzioni e metafore espressive. Se ad esempio un diagramma circolare (a torta, per intenderci) ha una funzione di evidenza che possiamo definire meramente comparativa, mettendo in relazione e a confronto più dati tra loro, riferiti a un “tutto” di cui fanno parte, gli istogrammi hanno un approccio più, diciamo così, competitivo, disponendosi in verticale e quindi raggiungendo, o meno, performance di estensione.

In diverso modo operano le mappe mentali o le infografiche, collocando i dati in uno scenario consecutivo, creando costruzioni rappresentative più articolate da un lato, ma anche più agevolanti per il lettore da un altro, realizzando vere e proprie narrazioni che lo accompagnano nel decifrare il “testo” illustrato.
I grafi così rappresentati, se resi applicativi, possono a loro volta interagire più o meno attivamente coi propri interlocutori, essere interpellati, modificati dal’interno, e rilasciare altri “risultati in forma di immagine” in pratica on demand, in modo da rendere sempre più specifica la visualizzazione in una sorta di mise en abyme potenzialmente illimitata.

Perché – e con questo chiudiamo il cerchio del nostro articolo – ogni messa in evidenza di realtà (e ogni dato è senza dubbio un punto di vista sull’esistente, seppur particolare) non è solo il punto di arrivo di un’opera di traduzione, ascolto, vista o lettura, ma è soprattutto l’inizio di una successiva interpretazione. Una soglia, insomma, che solo la “visibilità” è in grado di far percepire come tale, per essere, per l’appunto, oltrepassata.

 

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