Big Data, memoria digitale e condivisione del sapere.

La memoria, si sa, può essere dono o condanna, a seconda dei punti di vista. E non è di certo un caso – come non lo è mai quando si parla di mito – che la madre delle muse fosse appunto Mnemosine, dea della memoria. O che, al polo opposto del paradigma storico, tante opere contemporanee – dal Fu Mattia Pascal in giù – abbiano fatto proprio dello smarrimento e della rinuncia alla memoria, individuale o collettiva, il segno della perdita di riferimenti dell’uomo contemporaneo.

Da oggi in poi, tuttavia, il problema di memorizzare o meno le conoscenze potrebbe interessare sempre di meno gli uomini e sempre di più le organizzazioni e le strutture deputate a svolgere questo lavoro specifico di raccolta ed elaborazione.
Grazie ai Big Data e alle tecnologie digitali infatti si può attingere a una miniera sterminata di dati raccolti nei luoghi virtuali più disparati, come archivi, piattaforme e database. Ma l’attività di semplice deposito non è sufficiente: servono infatti coordinate condivise per mettere in comune e rendere significanti tali dati.

Del resto – così come è fondamentale per un singolo individuo il sapersi parte delle memorie di un piccolo gruppo sociale o familiare – è proprio con la definizione di memoria collettiva, che si deve al sociologo francese Maurice Halbwachs, che si sottolinea l’importanza per le società degli uomini di riconoscersi in un patrimonio comune di saperi ed esperienze che fondi i valori e le regole dello stare insieme. E se in passato questi saperi ed esperienze erano affidati a mezzi di raccolta fragili e limitati anche nelle possibilità contenitive, con l’evolversi della tecnologia questi spazi di archiviazione sono cresciuti esponenzialmente. Fino ad arrivare all’oggi e a quel digitale che pare poter farsi carico della memoria di ognuno e di tutti.

Ma quali prospettive lascia intravedere questa possibilità di digitalizzare come patrimonio comune e condiviso un’immensa quantità di dati, dalle notizie storiche alle opere dell’ingegno umano? Il nodo centrale è proprio quello dell’elaborazione dei dati: la possibilità di pescare nei Big Data per mettere in relazione le conoscenze, fare emergere tratti rilevanti, riversare i dati nella memoria collettiva, attraverso la loro condivisione. Perché la questione non è affatto scontata, in quanto agisce nel senso del recupero e della conservazione del passato, così come nella costante digitalizzazione del presente.

Vediamo allora alcuni aspetti e ambiti di questa “raccolta” dati in quei contesti che più si prestano a essere accostati al concetto di memoria collettiva, come l’ambito del patrimonio storico, librario o più genericamente culturale e artistico. Qui la digitalizzazione offre senz’altro grandi opportunità perché rende disponibile in modo gratuito e immediato il sapere e ne permette la condivisione, in ogni parte del mondo e a chiunque, purché dotato di device e connessione, oltre a permettere avanzate tecniche di ricerca e ricostruzione.

Primo fra tutti, il patrimonio librario. Sono molte infatti le biblioteche e gli archivi che hanno progetti di digitalizzazione del patrimonio che è sottratto così ai rischi della perdita, ma anche reso più fruibile. E molte anche le piattaforme che svolgono il ruolo di biblioteche digitali (eccone un elenco tratto da Liber Liber) con iniziative come il Progetto Manuzio, appunto di Liber Liber, che – con l’ambizioso obiettivo “la cultura a disposizione di tutti” – digitalizza e rende disponibili appunto libri, testi, documenti, tesi.

E poi c’è il settore archeologico, come nel caso della città di Palmira. Anche con la collaborazione dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali italiano (Ibam-Cnr) e grazie a raffinate tecniche come il rilievo 3D e il telerilevamento da drone, combinati con materiale fotografico e satellitare, si vuole ricostruire il volto della città per i necessari restauri dopo le distruzioni del conflitto siriano.

Praticamente tutti i settori culturali sono dunque coinvolti dalle nuove risorse dell’archiviazione digitale, che sono anche il presupposto per inedite modalità di fruizione. È il caso dei musei virtuali, come quello di Ercolano e Pompei, per fare un esempio. Ma è il caso anche del progetto di conservazione del patrimonio immateriale della Regione Lombardia dove trovano uno spazio, seppur virtuale, tutte quelle conoscenze che sono pertinenti alla cultura orale o tecnica, come lingue, riti, feste, e tradizioni. Una cultura immateriale che altrimenti andrebbe perduta, anche perché per definizione non scritta.

Ma questo tipo di operazioni non manca di criticità e pone anche problemi tecnici e legislativi, a seconda del tipo di dato che si digitalizza e come lo si condivide o se lo si rende più o meno pubblico.
Ad esempio è recente la notizia riguardante la sentenza della Corte Suprema americana che ha confermato come Google Books possa digitalizzare parte dei libri, anche oltre il diritto di copyright, accogliendo così la tesi della prevalente importanza del principio della diffusione del sapere.

Vedremo in un prossimo articolo se e come – in quali spazi e con quali strumenti – questa digitalizzazione della memoria si traduca in vera memoria collettiva.

 

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