Censimenti e statistiche: i Big Data che ci “contano”!

Censire la popolazione e le sue abitudini è un’operazione di estrema rilevanza per ogni sistema statale, come ben sapevano già gli Antichi Romani che si trovavano ad amministrare la cosa pubblica in un sistema complesso come un impero. E se – da quando una famiglia tra le più celebri, quella di Gesù, dovette spostarsi nella città d’origine per farsi censire – il sistema di rilevazione e valutazione della cittadinanza si è modernamente strutturato attraverso metodologie fondate sulla scienza statistica, oggi ci troviamo di fronte a una nuova svolta che, ancora una volta, porta il nome dei Big Data.

In una società complessa come l’attuale, dove gli elementi sottoposti a monitoraggio sono plurimi e la stessa cittadinanza è un oggetto più che mai variabile e articolato, che si candida pure a essere soggetto produttore di dati, anche la scienza statistica ha bisogno di nuovi strumenti. Per questo il grande patrimonio di informazioni potenzialmente disponibile grazie ai Big Data si pone come un’importante fonte, al cospetto anche di nuove problematicità. Tra queste, la necessità di contenere e razionalizzare i costi delle indagini e anche una crescente reticenza delle persone a contribuire alla raccolta dei dati attraverso lo strumento statistico tradizionale.

L’inserimento di una metodologia statistica basata sui Big Data in realtà può passare attraverso fasi parziali e consecutive: dalla raccolta dei dati attraverso risorse digitali, all’integrazione dei Big Data a metodi di indagine statistica tradizionale, fino alla sostituzione di tali metodi con nuovi strumenti interamente basati sui Big Data.
Ciò comporta numerose problematiche da affrontare che riguardano ad esempio la molteplicità delle fonti e della proprietà dei Big Data, la loro qualità e applicabilità agli standard statistici, gli aspetti legali e di sicurezza, prima fra tutti la privacy. Si tratta insomma di generare le competenze e i metodi analitici adeguati alle peculiarità dei Big Data, a partire dalle canoniche 4 V: volume, varietà, velocità, veridicità.

Intanto, il processo di modernizzazione dell’Istat in Italia è già in pieno svolgimento. A partire dai censimenti che non saranno più periodici, ma in fieri, costantemente monitorati, utilizzando la rilevazione statistica tradizionale, e i dati amministrativi (quelli derivati cioè dalle pratiche della PA). E si stanno sperimentando fonti di Big Data da impiegare nei modelli, come quelli derivanti dalla telefonia e dai social media.
Nell’era digitale infatti, una qualunque popolazione obiettivo di indagine, produce informazioni statistiche complesse, proprio per la combinazione di queste differenti fonti, che comprendono – come abbiamo detto – i dati statistici e i dati frutto di procedure amministrative, ma anche la varietà dei dati originati dall’uso di dispositivi digitali, tra cui interessanti risultati promette l’utilizzo dei data scanner (ossia gli archivi elettronici delle transazioni di vendita e acquisto negli esercizi commerciali), ad esempio per la stima dei prezzi dei prodotti.

Proprio l’Istat, fra le sue sperimentazioni, contempla i dati di telefonia mobile, con cui si può costruire una mappa virtuale dei movimenti delle persone sul territorio, ottenendo in modo rapido e puntuale informazioni da reimpiegare ad esempio nella gestione dei trasporti. E ancora, l’utilizzo di Google trend, il tool gratuito che dà una risposta grafica dei diversi termini più ricercati sul web in un dato momento storico: le informazioni ottenute dalle ricerche effettuate in rete possono essere utili per elaborare stime dell’andamento del mercato del lavoro, come il tasso di disoccupazione.

Pensiamo inoltre all’applicabilità dei Big Data nell’analisi di fenomeni sociali complessi come il rilevante e preoccupante fatto statistico ottenuto da una recente indagine: a fine 2015 erano ben 150.000 gli italiani “spariti” rispetto all’anno precedente. Un cedimento demografico piuttosto impressionante, paragonabile alla scomparsa dell’intera popolazione di una piccola città, e che gli esperti attribuiscono a quattro principali motivi: scarso numero di nascite, aumento della percentuale dei decessi, drastico calo dell’immigrazione che genera occupazione e la cosiddetta fuga all’estero dei cervelli (un dato preoccupante anche in sé, considerando che l’articolato percorso di istruzione di ogni studente italiano costa ai contribuenti circa 100.000 euro…).

Capire, attraverso le interrelazioni analitiche che permette la strutturazione di dati così numerosi, quali cause stanno dietro la “semplice” rilevazione statistica dei fenomeni, è la strada per tratteggiare il nuovo volto di una società sempre più complessa. Ma qui stiamo già navigando al di là del mare della statistica per approdare alle scienze demografiche… e a un nuovo articolo!

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