La visionarietà della terraformazione: un’energia creativa che troverà un nuovo senso alla vita? Di Alessandro Silva.

Alessandro Silva

Alessandro Silva

Biologo Molecolare • Digital Copywriter

“E la Terra sentii nell’Universo./ Sentii fremendo ch’è del cielo anch’ella, / e mi vidi quaggiù piccolo e sperso, / errare, tra le stelle, in una stella.”

 GIOVANNI PASCOLI

 

Il mondo ‘nuovo’, o i ‘nuovi’ mondi sono da sempre una curiosità e insieme un movente creativo per il genio umano.

Prima grazie alle arti pittoriche e illustrative e ora attraverso l’evoluzione tecnologica, l’uomo combina immaginazione e ragione per rielaborare e ricomporre – sulla base di futuristiche visioni – frammenti tecnologici, architetturali e paesaggistici volti a realizzare modelli di mondi o interi universi in cui la realtà coesiste con la visionarietà. 

L’uomo combina immaginazione e ragione per rielaborare e ricomporre modelli di mondi o interi universi in cui la realtà coesiste con la visionarietà. Condividi il Tweet

Passiamo così da sperimentazioni artistiche di forte potenza comunicativa a progetti di moduli abitativi per una futura base sulla Luna – o a una probabile colonizzazione umana del suolo marziano – senza dimenticare la fervente e continua ricerca di esopianeti con condizioni abitative simili a quelle terrestri. 

È, tutto questo, un piano ‘B’ per fuggire e ricominciare altrove o una reale opportunità di sopravvivenza della specie? Si tratta forse di una possibile prospettiva per far fronte agli esiti disastrosi dell’agire della nostra specie o una possibilità tutta umana di rimediare agli errori compiuti e garantire all’Homo Sapiens un futuro prospero e pacifico?

Comunque sia la terraformazione, l’ipotetico processo artificiale atto a conformare alle condizioni di vita sulla Terra un pianeta o una luna, richiederà la concentrazione, il risparmio, il rinnovamento dell’ENERGIA volta ad un ritmo d’opera e di creazione che l’uomo senta veramente necessario alla vita, e in cui trovi un senso.

Sulle reali possibilità di questo futuro prossimo c’è un fervente dibattito fra i vari esperti, con opinioni non sempre allineate. E c’è chi sostiene come le avanguardie della colonizzazione su esopianeti potenzialmente abitabili non dovrebbero essere uomini, ma microrganismi, per preparare il terreno all’uomo – così come hanno fatto sulla Terra.

 

La selezione dei microbi per i potenziali viaggi nello spazio è valutata attraverso un programma chiamato provvisoriamente “Protocollo di inoculazione proattiva” (PIP). 

Questo approccio promuove:

  • l’abbassamento dei livelli di allarme per la contaminazione; 
  • il monitoraggio della contaminazione accidentale; 
  • lo studio, la scelta o l’ingegnerizzazione di tipi di microbi benefici che potrebbero pre-colonizzare o co-colonizzare un sito extraterrestre e/o sostenere lo sviluppo della vita (ad esempio, rizobatteri promotori della crescita delle piante o microrganismi selezionati per fornire un ambiente più sano secondo il microbioma dell’ambiente costruito).

 

 

In alternativa, l’astro-microbiologia si concentra sulla possibilità che i batteri terrestri sopravvivano a condizioni spaziali uniche ed estreme. Molti hanno ipotizzato potenziali parametri di panspermia assistita dall’uomo (HPA) e i fattori che possono consentire il trasporto vitale di microrganismi dallo spazio alla Terra, e viceversa.

Tuttavia non è possibile controllare completamente tutti gli aspetti dell’introduzione dei microbi nello spazio

La situazione ideale sarebbe la formazione di un ambiente ‘più ospitale’ per facilitare la colonizzazione. Anche se questo processo richiede molto tempo (e forse non sarà mai raggiunto), ci sono attualmente diversi piani e progetti delle agenzie spaziali per la realizzazione di serre e siti controllati che sembrano essere più fattibili, in un futuro relativamente prossimo, rispetto ai processi di terraformazione.

 

La nuova energia del transumanesimo.

Colui che avrà capacità, intenzioni e visionarietà tali da sfidare ciò che sta oltre il pianeta terra in cerca di quello che il pianeta terra più non può offrire, non sarà un semplice essere umano ma piuttosto un post-umano, figlio del transumanesimo.

Definito nel 1957 dal biologo Julian Huxley (fratello del filosofo Aldous Huxley) nel testo New Bottles for New Wine, il transumanesimo indica:

“L’essere umano che rimane umano, ma che trascende sé stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana”.

Dunque un contesto in cui l’essere umano – finalmente emancipato dalle forze casuali (o necessarie) che dettano legge per guidare il processo evolutivo – assumerebbe in questa ipotesi il controllo  consapevole per guidare la specie verso una condizione post-umana contraddistinta da un mutamento radicale di vita e abitudini. 

Una condizione esistenziale, questa, che – sostenendo con criterio l’impegno di scienza e tecnologie per correggere aspetti fallaci della vita – darà origine a una nuova tipologia di creature potenziate nelle caratteristiche fisiche e mentali. In pratica, 

“[…] applicare la ragione, la scienza e la tecnologia allo scopo di ridurre la povertà, la malattia, la disabilità, la malnutrizione e i governi oppressivi esistenti nel mondo, per far sì che la realtà materiale della condizione umana soddisfi le promesse di equità e giustizia legale e politica e di automiglioramento”.

Superare le limitazioni biologiche secondo una visione antispecista – attraverso l’utilizzo dell’ingegneria genetica, le nanotecnologie, la neurofarmacologia e alle interfacce tra la mente e le macchine – e lottare con determinazione e razionalità per il progresso e un diritto al benessere di tutti gli esseri senzienti: ecco il ruolo del post-umanesimo. 

E, nel sito dell’Associazione Mondiale dei Transumanisti, Humanity+, fondata nel 1998, si legge come:

 “Il Transumanesimo è anche lo studio delle ramificazioni, delle promesse e dei potenziali pericoli delle tecnologie che ci consentiranno di superare i limiti umani fondamentali e il relativo studio delle questioni etiche coinvolte nello sviluppo e nell’utilizzo di tali tecnologie”.

Un post-umano che, oltre a esplorare e oltrepassare i limiti delle sue capacità nel pieno rispetto di un’etica imprescindibile, potrebbe essere addestrato per compiere viaggi interplanetari alla ricerca di nuovi mondi abitabili, e stabilire in quei luoghi la propria residenza.

 

La terraformazione, utopia o visione realizzabile?

La terraformazione (neologismo calco sull’inglese terraforming) è 

“Un ipotetico processo artificiale atto a rendere abitabile per l’uomo un pianeta o una luna, intervenendo sulla sua atmosfera – creandola o modificandone la composizione chimica – in modo da renderla simile a quella della Terra ed in grado di sostenere un ecosistema.”

Sebbene la lista dei pianeti (o satelliti) candidati a un possibile intervento umano per renderli abitabili si stia allungando anno dopo anno, Marte rimane l’unico pianeta del sistema solare vagamente simile al nostro poiché: 

  • è stata accertata la presenza di ghiaccio, 
  • nell’estate marziana la temperatura sale sopra lo zero,
  • batteri e altri organismi elementari potrebbero essersi sviluppati in passato sul suolo marziano e, forse, essere sopravvissuti sino ad oggi.

 

Tuttavia, l’evoluzione geomorfica del pianeta ha comportato la perdita di una densa atmosfera nel suo intorno e questo principalmente per due motivi:

  • la sua massa ridotta, che comporta l’avere una gravità pari a circa un terzo di quella terrestre;
  • l’assenza di un campo magnetico apprezzabile che possa fungere da scudo all’implacabile vento solare il quale ha man mano spazzato via il gas attorno al pianeta.

 

“Si ritiene che Marte sia senza vita ma potrebbe essere possibile trasformarlo in un pianeta adatto all’abitazione di piante e, possibilmente, umani” – scrissero già dal 1991 gli autori di un articolo pubblicato su Nature, nato da una collaborazione tra il NASA Ames Research Center e la Pennsylvania State University – “il successo di un’impresa del genere dipenderebbe dall’abbondanza, dalla distribuzione e dalla forma dei materiali sul pianeta che potrebbero fornire anidride carbonica, acqua e azoto.”

Nell’articolo si giungeva alla conclusione di come una “terraformazione debole”, cioè introdurre inizialmente microrganismi e in seguito piante, sarebbe fattibile. 

Le limitazioni e i dubbi della proposta stanno nei tempi di realizzazione, molto, troppo lunghi: con le tecnologie a disposizione diviene virtualmente impossibile raggiungere un’abitabilità per gli esseri umani nell’immediato futuro poiché occorrerebbero invece decine di migliaia di anni. 

Come procedere, allora? Ai sottostanti link, alcuni dei molteplici, visionari esempi:

 

Interventi diretti sul suolo marziano:

Interventi di modifica dell’atmosfera marziana:

 

È a questo punto opportuno chiedersi quanto della forza visionaria che è capace di sprigionare la multiforme potenzialità della mente umana sia contenuta in questi progetti e quanto, invece, si tratti di stravaganze o capricci – poco tangibili se non irrealizzabili – la cui visionarietà, comunque innovativa, rischia di imprimere un sovraccarico accelerativo dei processi tecnologici, con il rischio di uno spreco di preziose risorse e l’insorgere di perplessità etiche e morali. 

Per non parlare di una comunicazione spettacolarizzata di tale idee, cui il web e le piattaforme social ci hanno ormai abituato. Il futuro della terraformazione, dunque, è un progetto già inquinato in partenza da una comunicazione spettacolarizzata e da mire visionario-egemoniche umane?

La spettacolarizzazione della comunicazione, purtroppo sempre più diffusa, colpisce e affonda anche (e soprattutto) le idee visionarie nate da menti fervide. 

Nonostante l’acutezza che le caratterizza, tali menti cadono sempre più spesso nell’errore di affidarsi o lasciarsi manipolare da canali comunicativi che tralasciano l’originale processo di crescita e sviluppo da cui l’idea ha tratto linfa vitale, puntando sul predominare dello stile e la frivolezza per ottenere una gratificazione immediata e un immediato riscontro dal pubblico, in un processo in cui sono popolarità e guadagno a definire i valori.   

Prendiamo, come esempio, proprio le più frequenti modalità con cui le notizie relative a Marte, e a una sua possibile terraformazione, ci vengono presentate. Possiamo distinguere ben tre tipologie comunicative:

  • una comunicazione relativamente neutrale e oggettiva sulla geografia del pianeta e le sue peculiarità geologiche, biofisiche e astronomiche;
  • una comunicazione nella quale si inseriscono teorie non scientifiche, ma altamente suggestive, sul passato del pianeta
  • una comunicazione riguardante la futura colonizzazione di Marte, ossia tutto ciò che concerne i progetti di terraforming (viaggi con umani, migrazione, colonizzazione, sfruttamento del territorio e delle risorse). Qui, il grado di spettacolarizzazione può raggiungere alti livelli, e si rende dunque importante distinguere bene cosa è scientifico e, in tale ambito, quale sia l’effettiva sostenibilità del progetto.

 

La comunicazione riguardante la futura colonizzazione di Marte ha sollecitato il costruirsi di uno spazio di discussione su come tale progetto si possa ben integrare con le attuali politiche migratorie, mettendo a nudo come la spinta colonialistica umana non abbia affatto raggiunto un epilogo.

Il colonialismo, formatosi in secoli di storia, è ormai concluso ma i suoi strascichi continuano a influenzare e vincolare i poteri politici ed economici mondiali, rischiando di riprodurre i noti percorsi storici dell’uomo colonizzatore anche relativamente al pianeta Marte. 

E una conseguenza è che:

“mentre vediamo con estrema preoccupazione il fenomeno dei migranti […], accogliamo i progetti di colonizzazione di Marte, intrinsecamente egemonici, come la promessa di un nuovo mondo che ci liberi dalla visione del nostro pianeta distrutto da noi stessi.

A questo possiamo ricollegare due esempi esplicativi:

 

1. Un articolo di Leonard David, pubblicato sul numero del National Geographic del novembre 2016. 

In omaggio con la rivista era distribuita una mappa di Marte che, abbinata al sottotitolo ‘La corsa al Pianeta Rosso’ poneva, nei lettori, l’inconscio accostamento di mappa (del tesoro) e corsa (all’oro), ossia la combinazione tra l’immortale porta aperta sulle più sfrenate fantasie, rappresentata dalla mappa del tesoro, e l’ottocentesca corsa all’oro che infiammò brama e sogni di ricchezza di migliaia di lavoratori statunitensi qualche secolo addietro al nostro.

L’interesse, la molla, la spinta ad una possibile colonizzazione del pianeta Marte è, dunque, soprattutto di natura economica.

 

2. Il saggio ‘Oro dagli asteroidi e asparagi da Marte’ scritto da Giovanni F. Bignami a quattro mani con l’economista A. Sommariva.

Il volume non si occupa di astrofisica o tecnologie futuristiche che potrebbero consentire all’uomo l’abitabilità su Marte bensì della possibilità, in un futuro globale post capitalistico, di trarre profitto – ed anche benefici politici e culturali – dall’attività spaziale e lo sfruttamento delle risorse minerarie di asteroidi e pianeti come Marte.

“Stiamo studiando una nuova propulsione per arrivare […] a far crescere gli asparagi su Marte e poi […] a visitare i pianeti delle stelle più vicine, dove ci spinge il nostro destino di esploratori.”

Un homo sapiens divenuto (o ritornato) esploratore, forse troppo arrogante. Particolare, questo, che non è sfuggito a etologi e ecologi i quali ormai concordano sulla definizione di specie umana quale ‘cosmopolita invasiva’. 

 

Comospolita invasivo? In parole povere…

dove il Sapiens arriva, distrugge. Per decine di millenni rimasta comune scimmia antropomorfa, la specie umana iniziò a espandersi, forte di un’incontenibile ENERGIA creativa e migliorativa della propria condizione il cui impatto, se dapprima fu trascurabile per l’ecosistema, con la successiva acquisizione di tecnologie e conoscenze sempre più invasive, diventò ingerente e distruttivo.

Se, già in epoche primordiali, il Sapiens appare essere tra i responsabili  del processo di estinzione dei grandi mammiferi nel Pleistocene, come testimoniano due studi apparsi su Nature Communications e su Science Advances, al giorno d’oggi: 

La nostra insaziabile sete di territorio e di risorse sta producendo un cortocircuito in grado di compromettere l’intero ecosistema terrestre, sapiens inclusi. Cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, catastrofi ambientali e pandemie sono, ormai, quotidiana realtà per il nostro pianeta.”

Questo viaggio dove ci porterà? Quali potrebbero essere i possibili scenari del futuro? Uno di questi, di certo irreversibile e ad alto rischio per la vita umana, potrebbe essere chiamato con una parola inusuale ma di certo connessa alle mire espansionistiche oltre-terrene verso cui si sta indirizzando la (fanta)scienza umana: marteformare la terra.

“La nostra insaziabile sete di risorse sta producendo un cortocircuito in grado di compromettere l’intero ecosistema terrestre, sapiens inclusi.” Condividi il Tweet

Cosa significa?

Se l’attuale pianeta Marte è di certo inospitale per la vita umana a seguito dell’avvenimento, in epoche passate, di fenomeni drastici e fatali per l’ecosistema marziano, persino la terra sembra segnata a seguire tale destino: il suo sfruttamento ben oltre i limiti delle risorse naturali disponibili hanno innescato un processo negativo, (speriamo non) irreversibile e ad alto rischio per la vita umana ma che vede nella vita umana stessa il principale promotore ed esecutore. 

Insomma, stiamo marteformando la Terra mentre investiamo risorse e sviluppo tecnologico per la terraformazione di Marte: agire per distruggere e distruggere per costruire. Siamo sicuri sia la giusta strada da intraprendere? 

 

Finale

Il futuro non si preannuncia roseo e ancor meno ricco di fiori. 

La pandemia non ancora conclusa (e l’ombra di altre minacce virologiche all’orizzonte), la crisi energetica e alimentare innescata dal conflitto in Ucraina, il riarmo delle nazioni e l’aumento delle spese extra per il comparto militare mal si allineano con le tanto sbandierate promesse di sostenibilità e cura della della società, eppure sono, a conti fatti, le azioni umane più concrete ad oggi visibili con il loro feroce carico di distruzione che ben poco lascerebbe a sperare. 

Si tratta, tuttavia, di uno scenario in piena evoluzione del quale, pur catastrofico e all’apparenza irreversibile che sia, potremmo ancora prendere in mano le redini per condurlo a una situazione che, sebbene non risolutiva, permetta alla sensibilità delle nuove generazioni di intervenire con maggior efficacia.

E a noi ‘anziani’ che resta da fare, dopo l’ammenda e il giusto atto di risarcimento dovuto alla nostra prole? 

In un estremo, furbo, atto egoista (è difficile far a meno dei vizi e l’istinto di sopravvivenza prevale…) potremmo aderire all’atto ultimo del transumanesimo e imbastire una spettacolare uscita di scena. Come? Innestando la nostra coscienza, a conti fatti un cospicuo insieme di dati, su un supporto digitale (il mind uploading) per raggiungere il grado massimo di perfezione e beffare il peggior ‘difetto’ che la vita umana rinuncia ad abbandonare: la morte, che implica la fine della nostra capacità di creare, esplorare, migliorare e, ovviamente, vivere.

Sarebbe necessario aprire un dibattito sul significato che diamo al nostro tempo e di come, nel caso l’immortalità divenisse reale, il cambio di prospettiva in termini di senso e visione di vita sarebbe difficile da gestire per una mente. Condividi il Tweet

E qui sarebbe necessario aprire un ulteriore dibattito sul significato che diamo al nostro tempo, in base alla consapevolezza di un capolinea per la vita corporea, e di come, nel caso l’immortalità divenisse reale, il profondo cambio di prospettiva in termini di senso e visione di vita sarebbe sconvolgente e difficile da gestire per una mente (reale o artificiale che sia).

Ma, come già scrisse qualcuno, “questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta”…

 

Alessandro Silva


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