In principio fu lo smiley! Emozioni ed empatia in stile Social.

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Chi avrebbe immaginato che la sorridente faccina gialla, lo Smiley, inventata nei primi anni Sessanta, sarebbe stata l’inizio di un fenomeno destinato ad assumere le proporzioni che conosciamo oggi?

Complice la diffusione degli smartphone e il dilagare delle relazioni sulle piattaforme social, le emoticon si sono consolidate negli anni come vere e proprie componenti della comunicazione scritta. Come ogni fenomeno linguistico che si rispetti, hanno così posto gli studiosi del settore di fronte alla necessità di disquisire sul loro utilizzo, a partire dalle distinzioni “filologiche” tra emoticon ed emoji nonché sulle loro caratteristiche grammaticali.
Del resto, come tutti ricorderete, a fine 2015 persino l’autorevole Oxford Dictionaries aveva scelto proprio un’emoticon come parola dell’anno…
Cosa dunque sottintende davvero, in quanto a cambiamento del nostro modo di esprimerci e di condividere contenuti, questa nuova risorsa espressiva che non esitiamo a definire linguistica, nella misura in cui è parte integrante di un preciso contesto comunicativo, quello online?

Per provare a inserire il fenomeno in una cornice più ampia – quale spia della natura del relazionarci e comunicare ai tempi che corrono – ci rifacciamo a un altro caso mediatico dello scorso anno, il film Inside Out, che in fondo non fa altro che riprodurre la medesima oggettivazione delle emozioni toccando anche i temi del ricordo, della memoria, delle paure e della strutturazione della personalità.
Quasi che una componente universale dell’agire umano, quella del comunicare il proprio stato d’animo, abbia bisogno di un’esteriorizzazione che oggi – vista la grande quantità di comunicazioni che avvengono a distanza e in ambienti virtuali – non può essere veicolata soltanto dal discorso, verbale o scritto che sia. C’è invece più che mai la necessità di ricondurre tale scambio di informazioni a segni e codici concreti e ben visibili, e soprattutto univoci.

Si tratta in sintesi di una modalità espressiva particolarmente densa, che ha a che fare con il bisogno innato di comunicare in maniera diretta, immediatamente percepibile e non fraintendibile dall’interlocutore, tesa innanzitutto a imitare lo stesso tipo di azione-reazione comunicativa che si avrebbe con i gesti e la mimica facciale.
E se da un lato le emoticon si pongono come sostituto degli elementi comunicativi che in un contesto “reale” fungono da elementi disambiguanti – come quando scriviamo una frase cattivella e la smorziamo con una strizzatina d’occhio – la loro funzione non si esaurisce qui, ma si intreccia a doppio filo con il tema delle emozioni, e dunque dell’empatia. Se vogliamo consolare un amico, ad esempio, rinforziamo il messaggio con un bacio, se invece siamo arrabbiati con lui postiamo una faccina corrucciata.

Proprio reactions (‘reazioni’), e non a caso, è del resto la definizione del set di emoji che Facebook ha di recente reso disponibili per i suoi utenti, in modo che possano esprimere altre emozioni oltre al generico “mi piace”: rabbia, amore, divertimento, stupore.
Siccome poi – come si dice – a pensar male ci si prende, anche l’operazione di Facebook non vuole solo mettere a disposizione dei suoi prolifici iscritti nuovi mezzi per esprimersi, ma probabilmente tenta anche di trarre, dalle conversazioni, utili indicatori emozionali da investire nella percezione del sentiment a scopi di marketing.
Perché, in Rete, empatia fa rima con persuasione e il marketing si giova di quanto le neuroscienze hanno appurato, ovvero l’interazione strettissima tra immagine e cervello: vedo, condivido emozioni e imparo (o compro), come ben sappiamo noi di 6memes che abbiamo ospitato una illuminante intervista al professor Gallese sui neuroni specchio.
E come ben sanno anche i social media manager che si sforzano appunto di suscitare emozione e condivisione empatica attraverso una ben calibrata costruzione dei post e degli advertising, per indurre naturalmente le persone ad apprezzare un brand o un prodotto, in modo molto più efficace di quanto sarebbe possibile con qualsiasi altro strumento di persuasione diretta e di pubblicità esplicita.

Certo questo bisogno di empatia presuppone un dominio raffinato delle tecniche di comunicazione sul Web e i social media. Per questo – come suggerisce anche questo interessante articolo comparso su nuovoeutile.it a proposito di robot impiegati per produrre contenuti – se il nostro mondo viene tacciato di un eccesso di virtualità, ciò che abbiamo detto fin qui dimostra il contrario, ovvero che anche la Rete in fondo è fatta della materia di cui son fatti gli uomini, essendo fatta appunto da uomini per altri uomini, e che (almeno per il momento) un robot non ci rimpiazzerà!

approfondimenti

Per saperne di più


it.wikipedia.org

blog.terminologiaetc.it

www.accademiadellacrusca.it

www.wired.it

nuovoeutile.it

www.focus.it

 

 

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