Quoziente di Adattabilità ed Esattezza “Data-driven”: alla ricerca delle verità perdute, non solo digitali. Di Natalia Robusti.

Natalia Robusti

Natalia Robusti

Digital Communication Strategist ● Visionary Artist ● Founder di Spazio Lookness

Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità.

Nietzsche

 

 

Vero e falso, non vero e non falso

Riallacciandomi all’articolo precedente sull’Esattezza intesa nei termini calviniani , vorrei affrontare ora un tema attiguo, legato sia all’esattezza che alla veridicità, concetti entrambi espressi nella loro variante più umana, quella relativa alla Verità.

Si tratta di un concetto dalle estensioni inattingibili, questo della verità, le cui radici e implicazioni sono tuttavia ottimamente riassunte nella definizione che si può trovare alla voce corrispondente della Treccani e che qui non approfondiremo, se non per alcuni aspetti legati alla contingenza.

Quel che possiamo notare, infatti, è che in questi lunghi mesi – in cui siamo stati immobilizzati a ritmi alterni in attesa di dati, ordinanze e informazioni – l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e dei commentatori a vari livelli si è particolarmente fissata su questo tema che sembrava ultimamente aver perso un appeal concreto in nome di un relativismo a tutto tondo.

Nel clima di complessità e  incertezza in cui siamo stati immersi, la ribalta dell’attualità ha infatti riportato alla luce la pulsione tutta umana dell’ambizione a quella variante della verità intesa nella sua declinazione più assoluta, quella statica e monumentale, quella che dà solo certezze, nessun margine di errore e tanto meno diverse possibilità interpretative tra cui scegliere.

Nella concretezze delle cose, quindi, siamo stati tutti sospesi per lunghissimi mesi nella ricerca di un sì o di un no, di un rosso o di un verde, di un buono o un cattivo e infine di un aperto o chiuso…  sono state cioè sospese le fatidiche “mezze misure”.

Nella concretezze delle cose siamo tutti sospesi per lunghi mesi nella ricerca di un sì o di un no, di un rosso o di un verde, di un buono o un cattivo e infine di un aperto o chiuso, per tornare a noi. Condividi il Tweet

Il che era del tutto pertinente, in termini prettamente operativi di contenimento della pandemia, se non fosse stato che – a questa fede nella verità assoluta – dal punto di vista più sociologico, è bastato dare una spintarella di qua o di là per farla tornare indietro come un boomerang nella forma più violenta del falso, quello ideologico.

E questo lo abbiamo osservato ancor di più in questi mesi, in un periodo in cui – per un paradosso della contingenza – le notizie palesemente false, e tuttavia perentorie, semplici da capire e facili da seguire (seppure spesso costruite ad hoc), si sono spesso divertite a dare molte più certezze delle notizie maggiormente veritiere, troppo impegnative da gestire.

Con buona pace della nostra cosiddetta Intelligenza, altrimenti chiamata Quoziente Intellettivo, e del nostro tanto celebrato Quoziente Emotivo, fattori che avrebbero dovuto – ciascuno a suo modo – aiutarci a comprendere in maniera più veritiera l’attualità il mondo circostante e a relazionarci con esso in maniera adeguata e conseguente.

Ma, si sa, molto spesso l’abito fa il Monaco e chi meglio si presenta all’esterno, portando magari con sé buone notizie, ha più chances di incantamento rispetto a chi è vestito con abiti più dimessi e, come se non bastasse, è messaggero di cattive notizie suo malgrado…

Prima di proseguire, a proposito di verità e incantamento, vorrei consigliare a chi non lo avesse mai avuto tra le mani “Il Marinaio”, un poema di Fernando Pessoa  che celebra il rapporto tra reale e presente, passato e irrealtà, vero e verosimile – come scrisse Antonio Tabucchi – con una “lingua superba e insieme irreale, di un’eleganza distante, gelida, assoluta”.

Nel libro, che si legge in poche ore di assoluta visionarietà, si descrive come

In una stanza fiocamente illuminata, tre fanciulle vestite di bianco vegliano un’amica morta. Vivono quella sola notte, timorose delle prime luci dell’alba, che le dissolverà. 

E quella notte, per potersi credere reali, dovranno parlare, e raccontarsi i propri sogni. Un sogno è la storia del vecchio marinaio, il quale, fatto naufragio su un’isola deserta, sogna un passato e una patria che non ha avuto.”

 

Sempre in tema di realtà e sogni, competenze intellettive ed emozioni – e al di là del nostro comprensibile desiderio di indirizzi univoci attraverso cui orientarci – dovremo invece ricordarci, anche in tempi come questi, che la forma più integra della verità è quella non utopica, quella cioè che aspira a se stessa senza mai raggiungersi, e che per questo è la forma più vicina al vero percepibile da noi umani.

E, aggiungo, è paradossale il fatto che l’attuale sterminata possibilità di accedere a tante informazioni e punti di vista ci renda più complesso orientarci in maniera verosimile.

Quelli infatti che in ambito informatico (e a proposito della gestione dei dati) vengono chiamati approcci Data mining e Data-driven oggi potrebbero finalmente sostenerci nella ricerca di una verità raccolta giorno per giorno, in base alle evidenze e imparando dagli errori commessi, senza tuttavia cadere in un relativismo che, di fronte alle scelte concrete ed emergenziali che abbiamo da compiere, appare oggi inidoneo allo scopo.

Per soffermarci un attimo sul concetto di orientarsi rispetto ai Dati, tema  fortemente collegato sia all’attualità che al prossimo futuro, condivido un articolo di Wired che contiene un’interessante quanto esaustiva “mappa per capire come saranno ripartiti i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza”.

Si tratta di una “treemap che consente di esplorare le voci di investimento fissate dal governo Draghi per usare i miliardi stanziati dalla Commissione europea”.

 

Torniamo a noi. Basta una rapida occhiata alla mappa per capire la portata di ciò che ci aspetta in termini di cambiamento, evoluzione e transizione, e di quanto dovremo imparare ad adattarci di conseguenza…

Per questo, in assenza di una cultura condivisa della iper-complessità in cui siamo immersi e degli attuali strumenti su cui fare conto – nel cuore della quarta rivoluzione industriale e in un momento in cui avremmo più che mai bisogno di direttive certe – sarà per lungo tempo difficile distinguere l’esatto dell’inesatto o il vero dal falso tra le notizie cui siamo esposti.

Questo perché c’è anche chi lucra su questo gap, e lo fa in maniera consapevole. In questo modo, all’apprensione di tutti rispetto alla veridicità delle informazioni che escono, si è affiancato più di recente anche un altro sentimento, quello del dubbio rispetto alla reale intenzione dei nostri interlocutori di perseguire temi di Verità. Il che complica e complicherà ulteriormente le cose.

Il discrimine infatti è sottile, ma c’è: un conto infatti è essere inesatti per errore o difficoltà o inesperienza, e un conto è omettere la verità per calcolo o intenzione, mossi da intenti poco trasparenti. Il che ci mette in trappola: i cosiddetti “creduloni” si fidano del primo che passa, gli scettici per natura non si fidano di nessuno. E in questo margine traballante tra istanze contrapposte di trasparenza e opacità si nascondono insidie notevoli, a maggior ragione in questo nostro mondo così connesso e “parlante” in real time…

Non trovando quindi sufficiente argine nelle nostre competenze emotive – che dobbiamo anzi tenere a bada, per non cadere nella facile tentazione di scegliere le verità a noi più favorevoli – e non riuscendo ad attivare pienamente le nostre competenze razionali – perché diventa difficile districarsi tra notizie vere, non vere e addirittura dolosamente false – su quali delle nostre skills dovremo quindi confidare per orientarci come singoli e come collettività?

 

A spasso tra le Fake News che falsificano i dati AD ARTE

In attesa che qualche tool di intelligenza artificiale metta ulteriori radici nella comunicazione diffusa tramite le neonate tecniche di Deep Fake limitiamoci per ora alle più anzianotte Fake News. Se ne è parlato così tanto in questi mesi da sembrare all’occorrenza una banalità, o meglio una lastra sdrucciola di senso su cui scivolano anche i più attenti viaggiatori tra le notizie.

Persino la Treccani ha sentito la necessità di definire il termine derivato dalla generalizzazione del fenomeno, inquadrandone perfettamente i confini di senso e di contingenza, definendo in specifico le Fake News come:

Locuzione inglese (lett. notizie false), entrata in uso nel primo decennio del XXI secolo per designare un’informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata intenzionalmente o in-intenzionalmente attraverso il Web, i media o le tecnologie digitali di comunicazione.”

E, prosegue il dizionario online, è

“Corrispondente grosso modo all’italiano bufala mediatica – sebbene quest’ultima espressione faccia generalmente riferimento a notizie del tutto prive di veridicità – e utilizzato prevalentemente in ambito politico. (…)

Al 2018 numerosi studiosi di comunicazione hanno criticato il suo impiego, sottolineandone la genericità e l’eccessiva diffusione, e hanno posto in connessione il fenomeno che essa designa con il più ampio concetto di post-verità, intesa come pseudo-verità costruita attraverso scelte individuali e collettive che fanno perno sull’emotività e le convinzioni condivise dall’opinione pubblica prescindendo del tutto o in parte dalla conformità con il reale.”

 

Questa sorta di dis-verità di massa prende dunque ampiamente il largo grazie alle nuove tecnologie comunicative digitali e globali, tant’è che siamo tutti pronti al prossimo estendersi di queste pratiche che diverranno ragionevolmente sempre più sofisticate e verosimili, piuttosto che pensare a un fenomeno che si smonterà da solo una volta passata la novità.

Chi fosse in vena di leggere cattive notizie, per prepararsi a quello che ci aspetta in un prossimo futuro,  le può trovare qui, in questo articolo pubblicato da Wired dal titolo “Tra meno di un anno il deepfake sarà alla portata di tutti”. Parola del massimo esperto Hao Li.

Chi volesse poi metterci il  carico da novanta, può leggere questa intervista, in cui si racconta come diversi influencer abbiano ricevuto proposte economiche rilevanti da alcune agenzie di comunicazione (non italiane) per screditare alcuni vaccini anziché altri. Tenendo conto che si tratta di profili che ingaggiano milioni di utenti, si può ben capire la portata della cosa, ove fosse andata in porto.

Ma il discorso che voglio affrontare, partendo da qui, è ancora più esteso e scivoloso. Affronta anch’esso, come molti dei concetti che sto esplorando in questo set di articoli, da una valutazione contro-intuitiva: anziché stupirci o addirittura indignarci per l’estensione del fenomeno, dovremmo invece chiederci perché è così facile cadere in trappola.

Cosa c’è, alla base, che spiana la strada al falso come se fosse vero? Si parla di bias cognitivi e dissonanze, di analfabetismo funzionale e compagnia danzante. Tutto vero.

Ma io credo che il terreno più fertile della vicenda viaggi in profondità per ciascuno, perché tipologico della nostra specie: se c’è una caratteristica unica del linguaggio umano, infatti, è proprio quello della sua possibilità di creazione di non-verità a cui aderiscono non solo i singoli, ma più persone in una contemporanea più o meno differita.

La “menzogna” – o il gossip o la simulazione o l’inganno e così via – ha da sempre fatto parte della nostra competenza comunicativa. Molto, ma molto prima della rivoluzione digitale e delle fantomatiche Fake News.

Potremmo anzi dire che l’omissione (più o meno parziale) della verità – e a volte in nome addirittura del “bene” del ricevente – è uno dei cuori pulsanti delle relazioni e interazioni umane, ed è tra l’altro un unicum della nostra specie.

Potremmo dire che l'omissione (più o meno parziale) della verità – e a volte in nome addirittura del “bene” del ricevente – è uno dei cuori pulsanti delle relazioni e interazioni umane, e un unicum della nostra specie. Condividi il Tweet

Se escludiamo alcuni ambiti di mimetizzazione, infatti, (in cui alcuni animali o vegetali camuffano il proprio aspetto simulandone un altro per ingannare i propri predatori o le proprie vittime), solo noi uomini siamo capaci di mentire.

Tanto che, come Pessoa insegna, possiamo parlare (e scrivere, disegnare, cantare, costruire…) volendo, di tutto, compreso di quello che avrebbe potuto non essere, di quel che un giorno non sarà, di quel che oggi vorremmo e non abbiamo, di quello che comunque – nonostante ogni evidenza – desideriamo fortemente, e a cui non smetteremo di tendere.

Il non necessariamente vero, dunque, è materia prima dell’immaginazione, materia seconda della consolazione e materia intrinseca dello spirito critico. 

Fa parte, come una leva, del nostro nostro patrimonio di inventori di verità altre, di visionari di realtà impossibili, esattamente come l’ambizione che ci spinge alla ricerca di modi (e mondi) migliori degli attuali.

 

E quindi?

Tra vero, non vero e pseudo-vero, tra falso, non falso e verosimile, tra desiderato, temibile e raggiungibile, come possiamo e potremo prendere decisioni sensate?

Innanzitutto riconoscendo la reale natura e portata della verità, i cui confini sono sempre stati e sempre saranno precari. E soprattutto comprendendo che più che un dato immobile e monumentale, anche la verità è un continuum, fluido e mutevole. Da seguire e a cui adattarsi. Anche attraversando aree di non-verità che, a volte, possono addirittura sostenerci nell’affrontare un eccesso di complessità.

Più che un dato immobile e monumentale, anche la verità è un continuum, fluido e mutevole. Da seguire e a cui adattarsi. Anche attraversando aree di non-verità che possono sostenerci nell'affrontare un eccesso di complessità. Condividi il Tweet

E magari impiegare il nostro tempo e il nostro talento imparando un uso diverso, aperto, trasparente e diffuso dei dati e delle informazioni, lasciando agli algoritmi il compito di processare i dati e imparando, noi, a leggerli e a interpretarli in maniera meno automatica, ma anche meno ideologica, adattandoci a un nuovo modo di percepire e comprendere – e dunque trasformare –  la realtà.

Il salto da fare – a mio parere – è quindi proprio un salto. Carpiato. E in avanti. Perché indietro non si torna (più).

 

A capofitto nel vero temporaneo, ma con un paracadute

In un periodo di rapida evoluzione, come questo, non c’è niente di peggio che ancorarsi ai vecchi schemi, soprattutto alle credenze consolidate di una società potenzialmente richiusa su se stessa dopo un lungo trauma collettivo. 

Occorre invece fare spazio ai nuovi concetti, nuovi paradigmi, e sbarazzarci di pesi inutili.

Ed è qui che sta la vera resistenza al cambiamento, magari nascosta sotto forma di istanze etich” (vedi i temi come la privacy, trattata più che altro in termini burocratici invece che sostanziali),  istanze che, facilmente, nascondono sotto sotto il presidio di una serie di posizioni di rendita.

In questo senso, trovo anticipatorio l’intervento di Natalie Fratto*. Nel suo video per TED espone infatti alcune considerazioni davvero convincenti  a proposito delle doti che ritiene necessarie a un Founder per essere degno di fiducia:

Ma cosa rende bravo un fondatore? È una domanda che mi pongo ogni giorno. Alcuni investitori azzardano scelte in base all’esperienza pregressa del fondatore. (…) Altri valutano il quoziente emotivo del fondatore, il QE. Riuscirà a creare dei team efficienti e instaurare un rapporto con i clienti?

Io utilizzo un altro metodo per valutarli e non è complicato. Cerco una caratteristica in particolare. Non è né il QI né il QE. È l’adattabilità: come una persona reagisce all’inevitabilità del cambiamento, a molti cambiamenti.

Per me questo è il fattore più importante. Sono del parere che l’adattabilità sia una forma di intelligenza, e che il nostro quoziente di adattabilità, il QA, può essere misurato, testato e migliorato.”

Sempre in questa direzione,  trovo particolarmente incisivo l’articolo di Anna Zanardi Cappon, che vi invito a leggere e di cui cito i paragrafi iniziali:

Per un paio di secoli abbiamo pensato che il QI, quoziente intellettivo, ci distinguesse dal resto del mondo animale e facesse di noi una specie privilegiata e superiore, soprattutto superiore, al resto del cosmo, alieni compresi. Poi è apparso il QE, quoziente emotivo, e per circa 70 anni abbiamo rivoluzionato la nostra visione del mondo, lavorando sull’apprendimento dell’empatia, dell’intelligenza emozionale, su tutto quel mondo soft skill che tanto ha umanizzato l’asettico entourage dei numeri, dei bilanci, delle strategie, della leadership tout court. Oggi la pandemia, prepotentemente, fa emergere un tipo di intelligenza che abbiamo sempre avuto, ma molto sottovalutato e che diventerà centrale, invece, nell’era del New Normal, il quoziente di adattabilità. Si può misurare e può anche predire quale sarà la nostra velocità di adattamento all’ambiente che continuamente si modifica, aiutandoci ad individuare strategie sane e preservando la nostra salute mentale.”

La frase chiave che io trovo è questa: “individuare strategie sane” per adattarci. 

Il che – tradotto nel nostro argomento di riflessione, a proposito cioè di come fare per orientarci in un contesto in cui il vero è pressoché inattingibile – vorrei declinarlo così: imparare a individuare informazioni sufficientemente vere, capaci di farci prendere decisioni sufficientemente buone per costruire un futuro sufficiente stabile, ma allo stesso tempo sufficientemente responsivo.

Insomma: andare alla ricerca di una sorta di verità da “6 meno meno” 🙂

Perché la storia della ricerca del Vero è un po’ come quella della Democrazia: si sa che non è mai perfetta, ma sino ad oggi non abbiamo trovato niente di meglio. E quindi, se l’orizzonte delle possibilità è molto ampio, diffuso e ingannevole, allora si deve affinare la nostra tecnica di ricerca, setaccio e decisione finale.

Dopo tutto questo discorso, quale è dunque il paracadute da attivare in emergenza? Io credo sia proprio il Quoziente di Adattabilità, che considero un concetto e una strada da approfondire perché nasconde un vero e proprio capovolgimento di prospettiva.

In proposito ho trovato molto esaustivo anche questo articolo di Chiara Santi:

È il quoziente di adattabilità, secondo la Harvard Business Review, che fornisce, al giorno d’oggi, un vero vantaggio competitivo. Perché? Perché nella nostra epoca il mondo cambia ad un ritmo impressionante.

Addirittura si dice che le scuole di oggi preparino per attività che non ci saranno più quando gli studenti inizieranno a lavorare, soppiantate da altre che ancora devono essere create. (…) 

Anche perché – attenzione! – a differenza di una serie di competenze specialistiche che riguardano solo certi mestieri e settori, il QA è trasversale.”

 

Chi volesse, può leggere tutto l’articoloi, ed io lo consiglio fortemente. Per i più pigri, ecco una sintesi dei 10 punti che sottolinea nel suo post come i più rilevanti per migliorare il proprio QA: tra gli altri, infatti, spiccano l’essere curiosi, l’essere fluidi e flessibili, il condividere ciò che si è imparato, l’impegno ad apprendere come gestire sistemi complessi .

Cosa dobbiamo fare, in sintesi, per allenarci a tale flessibilità? Dobbiamo, come disse Natalie Fratto nel suo intervento per TED:

  • imparare a disimparare le convinzioni pregresse e superate,
  • attivare in nostro sé esploratore in ogni circostanza, 
  • perseguire obiettivi non speculativi, ma propulsivi.

 

Dobbiamo infine e soprattutto attingere al meglio di noi stessi e della tecnologia di cui disponiamo e iniziare a utilizzare tali opportunità e competenze non solo in maniera duttile e flessibile, ma anche “sana”.

Perché – e qui vorrei essere il più chiara possibile – la teoria del relativismo a tutto tondo non mi ha mai convinto: sarà anche tutto relativo, ma come esseri umani siamo soggetti alle leggi di un corpo materiale, e con lui non si scherza. Nemmeno con il cervello. E nemmeno con il nostro pianeta. Che poi è l’estensione massima della nostra corporeità. Nostra e soprattutto delle generazioni che verranno.

Ci sono porzioni di non verità ovunque, d’accordo, e questo ci può giustificare nei nostri errori in buonafede, ma non è contemplata né l’incuria né la malafede. E le decisioni da prendere sono temporanee, è vero, ma dobbiamo pensarle come se fossero perenni. Tempo per fare errori per dolo o sciatteria non ce ne è più. Non dopo quest’ultimo anno, e forse neanche prima.

Ci sono porzioni di non verità ovunque, e questo ci può giustificare nei nostri errori in buonafede, ma non è contemplata né l'incuria né la malafede. Tempo per fare errori per dolo o sciatteria non ce ne è più Condividi il Tweet

E ora, prima di salutarvi e in attesa di migliorare ciascuno di noi il proprio Quoziente di Adattabilità, condivido i link di alcuni portali in cui si cerca di combattere il falso con la F maiuscola, vi segnalo il prossimo numero di Wired che parla del “Grande inganno”  e vi do’ appuntamento al prossimo articolo, in cui parleremo del quarto tag di Calvino, quello della Visibilità.

 

Natalia

 

DIFENDERSI DA BUFALE E FAKE NEWS

 

ATTENZIONE ALLE ‘FABBRICHE DI CARTA’ 

L’esplosione della letteratura scientifica di quest’anno, nonostante Covid19 abbia rallentato anche il lavoro di ricerca, riflette il problema di un eccesso di studi di bassa qualità. Il lavoro del ricercatore deve avere come obiettivo l’avanzamento della conoscenza, nel caso della scienza di base, o lo sviluppo di tecnologie nel caso della scienza applicata. Eppure le riviste abbondano le false pubblicazioni…


UN’INTERA SEZIONE PER DIFENDERSI DALLE BUFALE

Sul blog di Agenda Digitale, a questo indirizzo, potrete trovare una raccolta di articoli aggiornati sulle Fake News, il termine inglese per definire articoli che presentano informazioni inventate, ingannevoli, create per disinformare e rendersi virali.

Un’ottimo modo per scoprire informazioni e restare aggiornati sul mondo delle bufale online.


ISTRUZIONI CONTRO LE FAKE RELATIVE AL COVID

Dall’introduzione della pagina: 

“Bufale e disinformazione sono molto pericolose quando riguardano la salute e spesso non è facile distinguerle tra milioni di informazioni. In queste pagine facciamo chiarezza sulle fake news più diffuse, smentendole alla luce delle evidenze disponibili.”


TRUE, PER COMBATTERE LE FAKE NEWS

Istituita da giugno 2020 la rubrica online in collaborazione con il Parlamento europeo: una serie di approfondimenti per capire da dove partono le false notizie, per smentirle e per difendersi dalla disinformazione.”


DISINFORMAZIONE: DIFENDERSI DALLE NOTIZIE FALSE  SUL COVID-19

Anche il Parlamento Europeo ha voluto contribuire ad una corretta informazione sulla pandemia da Covid19, ben conscio di come le informazioni false ostacolano gli sforzi che tutti stanno facendo per contenere l’epidemia, oltre ad essere pericolose e possono danneggiare il concetto di verità.

Scopri che cosa si può fare contro la disinformazione.


PERFINO FACEBOOK CORRE AI RIPARI

Come leggiamo in questo articolo: 

“Molti utenti sono abituati a “consumare” i contenuti presenti online con rapidità. (…) Facebook ha compreso la situazione e ha deciso di provare a cambiare la situazione. In particolare, stando anche a quanto riportato da The Verge, nonché come annunciato tramite il profilo Twitter Newsroom ufficiale, il social network di Mark Zuckerberg e soci presto mostrerà un “pop-up” per avvisare l’utente del fatto che sta condividendo un articolo senza averlo aperto.”


CONSTRUCTIVE NETWORK

Il primo network italiano di professionisti dell’informazione dedicato alla comunicazione costruttiva e al giornalismo delle soluzioni.

  • La nostra mission: offrire una nuova opportunità ai media.
  • Rintracciamo i contenuti costruttivi in rete e li condividiamo, ci incontriamo e teniamo corsi di formazione sulle tecniche di giornalismo costruttivo.
  • Ci rivolgiamo a giornalisti, blogger, comunicatori e consumatori di notizie.”

 

Note dell’autrice

*Vicepresidente di Goldman Sachs ed ex vicepresidente della Silicon Valley Bank, Natalie Fratto ha contribuito al successo di importanti punti vendita online come Fortune, Fast Company e Hacker Noon.


CREDITS IMMAGINI di copertina 
ID Immagine 1: https://it.123rf.com/profile_rolffimages 
ID Immagine 2: https://it.123rf.com/profile_kozorog
ID Immagine 3: https://it.123rf.com/profile_anyaberkut

 

“Il nostro pensiero leggero, rapido quanto esatto, ben visibile - qui e altrove – in una molteplicità di modi, coerentemente dedicato al genio italiano che, circa trent'anni fa, se ne è andato, lasciandoci in dono le sue opere memorabili: Italo Calvino, e le sue indimenticabili Lezioni americane.”

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