Essere agili in un mondo complesso: tempo intrapsichico e interpersonale. Di Sonia Bertinat.

Sonia Bertinat

Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico ● Esperta di cyberbullismo, dipendenze da sostanza e comportamentali

«Le parole che scegliamo per nominare e descrivere i fenomeni possono aiutarci a capirli meglio. E quindi a governarli meglio. Quando però scegliamo parole imprecise o distorte, la comprensione rischia di essere fuorviata. E sono fuorviati i sentimenti, le decisioni e le azioni che ne conseguono [1].»

 

Giorni fa ho letto un articolo che parlava di “decostruzione” edilizia. Ho colto in questo argomento molti aspetti inerenti il tema di cui voglio parlare oggi.

Quando un edificio è in disuso, o non più recuperabile con una ristrutturazione, la via più veloce è quella di demolirlo.

Che lo si faccia con le ruspe o con le cariche esplosive il risultato è comunque lo stesso: in un tempo limitato quell’edificio non esiste più e ne rimangono solo le macerie da smaltire.

Questa modalità ha dalla sua, oltre alla rapidità, anche la relativa economicità.

Le iniziative di cui si parla nell’articolo mirano invece, soprattutto nel caso di edifici molto vecchi, a “decostruirli” col fine ultimo di recuperarne le parti e i materiali che sono riutilizzabili.

È un processo lento e minuzioso di cernita tra ciò che può essere ancora utile e ciò che invece va gettato. È, in sintesi, un’attività ecologica e sostenibile, ma ha ovviamente dei costi di attuazione decisamente superiori rispetto a quelli delle demolizioni fini a se stesse, e per questo fatica a decollare.

 

Edilizia e Lentezza

Perché vi parlo di edilizia, vi chiederete, immagino.

Perché ho intravisto in questa notizia e in queste attività, una metafora a suo modo esemplare della nostra vita individuale e sociale, in cui spesso ci districhiamo tra l’elogio della velocità e il biasimo della lentezza.

Viaggiamo costantemente su autostrade deprecando i sentieri battuti e magari tortuosi. La lentezza viene percepita spesso con caratteristiche negative, associata a pigrizia e inconcludenza o, se va bene, guardata con commiserazione, come un limite.

Eppure il nostro tempo interiore spesso ha bisogno di lentezza come anche il nostro tempo interpersonale.

La conoscenza di sé e del mondo richiede tempo per valutare ciò che va tenuto, ciò che va valorizzato, ciò che va sedimentato e ciò che, invece, può essere lasciato andare in quanto non utile alla nostra vita. Che si parli di crescita o di “ristrutturazione di sé” o di “decostruzione” di sé.

La conoscenza di sé e del mondo richiede tempo per valutare ciò che va tenuto, ciò che va valorizzato, ciò che va sedimentato e ciò che, invece, può essere lasciato andare in quanto non utile alla nostra vita. Condividi il Tweet

Il lavoro psicologico, ad esempio, a mio parere, attiene a questi due ultimi aspetti in quanto, proprio per assecondare la velocità nella nostra quotidianità, incameriamo, inglobiamo nella nostra vita molti elementi senza analizzarne o poterne analizzare la giusta utilità e funzione per il nostro benessere.

Ma la stessa crescita richiede tempi scanditi. Pensiamo al percorso di studi armonizzato secondo le capacità dello sviluppo cerebrale ed emotivo dei giovani esseri umani.

Perché le esperienze che facciamo e le conoscenze o abilità che apprendiamo necessitano di un tempo di sedimentazione e questo tempo non può essere accelerato.

Oggi, spesso, vengono elogiati la velocità, il multitasking, il lavorare per molte ore al giorno come segno di impegno ed efficienza.

Durante il lockdown della primavera 2020, oltre all’oggettiva difficoltà data dall’impossibilità di muoversi o alle ancor più oggettive difficoltà lavorative per molti, le persone si sono dovute confrontare con un tempo dilatato, un tempo non riempibile dalle abitudini portate avanti fino al giorno prima. Una ridefinizione, una decostruzione imposta della vita abituale.

Cosa potevamo mantenere e riutilizzare in quella nuova condizione? Cosa dovevamo “buttare”?

 

La riscoperta della lentezza

Spesso ho sentito frasi (e le ho dette pure io) del tipo: “Anche quando sarà finito devo correre di meno, prendere meno impegni”. Perché la lentezza, nel momento in cui si riesce a mettere a tacere le angosce, permette una riscoperta.

Purtroppo è stato come se per molti mesi fossimo usciti tal torrente impetuoso per imboccare un canale più tranquillo ma il maggio 2020 ci ha catapultato di nuovo in quel torrente. Perché anche se noi ci apprestammo a tornare al mondo con le migliori intenzioni abbiamo trovato il mondo per come lo avevamo lasciato. Una pausa in cui tutto è rimasto immobile e immutabile ma non è stato messo in discussione.

 

Pensiamo all’annoso problema dello smart working. Chi ha potuto lavorare da casa, molto spesso non ha lavorato in smart working ma in telelavoro, connettendosi al computer negli orari abituali di ufficio. Quindi replicando in un contesto diverso una modalità non necessariamente funzionale o obbligata. Sappiamo come invece lo smart working o lavoro agile è una modalità lavorativa che dovrebbe ribaltare il concetto di persona al servizio del lavoro ma che recupera quegli aspetti auto organizzativi sia a livello di tempo esterno, sia di tempo interno che portino al prodotto finale nel rispetto dei propri ritmi. Il focus cambia dalla forma (la presenza) alla sostanza (il prodotto finale).

Chi più chi meno però ha toccato con mano il poter avere più tempo. Ciò che differenzia le persone è tra chi lo ha apprezzato e chi ne è stato angosciato, con le ovvie vie di mezzo.

 

Pensiamo all’annoso problema dello smart working. Chi ha potuto lavorare da casa, molto spesso non ha lavorato in smart working ma in telelavoro, connettendosi al computer negli orari abituali di ufficio. Quindi replicando in un contesto diverso una modalità non necessariamente funzionale o obbligata. Sappiamo come invece lo smart working o lavoro agile è una modalità lavorativa che dovrebbe ribaltare il concetto di persona al servizio del lavoro ma che recupera quegli aspetti auto organizzativi sia a livello di tempo esterno, sia di tempo interno che portino al prodotto finale nel rispetto dei propri ritmi. Il focus cambia dalla forma (la presenza) alla sostanza (il prodotto finale).

Chi più chi meno però ha toccato con mano il poter avere più tempo. Ciò che differenzia le persone è tra chi lo ha apprezzato e chi ne è stato angosciato, con le ovvie vie di mezzo.

Un tempo sospeso, però, non è lentezza costruttiva. È come stare in apnea aspettando la boccata d’ossigeno del ritorno in superficie. La lentezza costruttiva, nel caso considerato, poteva esitare nel poter trovare altre modalità per respirare al fine di non dover tornare a quella superficie o tornarvi per modificarla.

È questa modalità, e non certo la velocità, che permette di cogliere i dettagli, le risorse e gli strumenti che incontriamo sul cammino per far sì che il nostro bagaglio di esperienze possa variare a seconda delle situazioni di vita che incontriamo.

 

Un giusto equilibrio tra velocità e lentezza

Etimologicamente il termine lentezza rimanda ai concetti di flessibilità e duttilità. Molto lontano quindi dall’accezione deprecata.

Il nostro stile di vita invece assomiglia molto di più al viaggiatore che ha riempito una volta la propria valigia e la usa per ogni contesto che incontra, anche se ciò può provocare disagio. Non ci diamo il tempo per analizzare i nostri bisogni e valutare quali elementi possono essere presi “a bordo” per aiutarci.

Una vita ricca e rispettosa di tutte le nostre esigenze deve essere fatta di percorsi non necessariamente lineari, di tappe, di step di valutazione e ricalibrazione. E questo implica un giusto equilibrio tra velocità e lentezza. Condividi il Tweet

Una vita in cui conti solo la meta da raggiungere, il risultato finale, è per forza una vita accelerata che porta come unica esigenza a raggiungere il punto B a partire dal punto A. Ma una vita ricca e rispettosa di tutte le nostre esigenze deve essere fatta di percorsi non necessariamente lineari, di tappe, di step di valutazione e ricalibrazione. E questo implica un giusto equilibrio tra velocità e lentezza.

Il 2 maggio (o il 9 maggio, non ho trovato concordanza sulla data) si celebra la Giornata Mondiale della Lentezza. Ciò indica che se ancora non abbiamo assunto una modalità di vita equilibrata, da più parti si comincia a sostenere con forza la necessità di rallentare. Pensiamo solo all’impatto dello stress sulla nostra salute fisica e psichica ad esempio.

Un altro dato che emerge da questo nostro vivere, ad esempio, è quello del sempre minor numero di lettori che riescono a reggere il tempo rallentato di un libro o di un articolo molto lungo. La velocità fa rima con il tutto subito e non con l’approfondimento.

 

Vera Gheno scrive questo in un suo libro:

Occorre praticare la lettura in tutte le sue forme possibili, anche se, talvolta, è faticosa, perché richiede tempo e silenzio, cose che non abbiamo per via delle vite accelerate e iperstimolate che viviamo. Perdere la capacità di leggere significa, alla lunga, peggiorare la capacità di scrivere; questo comporta la rinuncia a un grande potere.

A volte, scrivere è necessario per capire cosa ci passa davvero per la testa, per razionalizzare quello che sentiamo, per esprimerci in una forma diversa dal semplice pensiero «pensato». Quindi, quando perdiamo la scrittura, perdiamo anche la possibilità di «pensare meglio».” (Gheno, 2019)[1]

 

Astraendo dalle parole succitate, spero non in modo totalmente improprio, la velocità impedisce di pensare. Non solo per assenza di tempo per farlo, ma anche per assenza di elementi, di mattoni, per tornare all’edilizia, che lo costruiscano il pensiero e che troviamo e cogliamo solo se ci prendiamo il tempo per farlo.

Un pensiero veloce, secondo la definizione di Kahneman[2], psicologo, premio Nobel per l’economia nel 2002, infatti non analizza a fondo ciò che deve elaborare ma ne estrae alcuni elementi per formare un’idea su quel dato fatto. In molte occasioni è sufficiente, a volte necessario. Ma spesso questo è il modo migliore per innescare i molti bias cognitivi in cui il nostro cervello incappa. Scorciatoie che abbreviano i percorsi ma che molto spesso li deviano da ciò che sono in realtà. Il pensiero veloce infatti, si basa più su intuizioni, su elementi di spicco, su aspetti emotivi. I pensieri lenti, invece, attingono alla logica, alla concentrazione e alla riflessione.

Un pensiero veloce non analizza a fondo ciò che deve elaborare. In molte occasioni è sufficiente, a volte necessario. Ma spesso questo è il modo migliore per innescare i molti bias cognitivi in cui il nostro cervello incappa Condividi il Tweet

È palese che non possiamo però sempre affrontare la vita con l’elaborazione del pensiero lento ma è necessario un giusto equilibrio tra di essi e la giusta contestualizzazione per il loro utilizzo.

 

Riuscire a mediare tra accelerazioni e rallentamenti

Riuscire a mediare tra accelerazioni e rallentamenti evitando le estremizzazioni è la via giusta per rispettare noi stessi e il mondo, ma anche per accogliere meglio gli elementi di conoscenza ed apprendimento.

Non a caso da molti anni molte persone, immerse nei ritmi frenetici che ben conosciamo, ricercano ad esempio le pratiche di yoga e mindfulness per ritagliarsi qualche ora in cui il tempo viene rallentato. Ma come insegnano queste pratiche, le tecniche e la filosofia di base appresa, vanno integrate col nostro vivere quotidiano e non relegate ad un ritaglio orario settimanale a cui si arriva correndo e da cui si riparte a grande velocità. Se no diventa un pit stop, non un momento ed una opportunità per cambiare ritmo.

Riuscire a mediare tra accelerazioni e rallentamenti evitando le estremizzazioni è la via giusta per rispettare noi stessi e il mondo, e per accogliere meglio gli elementi di conoscenza e apprendimento. Condividi il Tweet

Queste tecniche permettono di prendersi del tempo in cui concentrarsi su di sé, sul proprio corpo, sulla propria mente e arrivare ad un rilassamento consapevole di ciò che accade in noi in quel momento. Più la respirazione è lenta e profonda, ad esempio e più il corpo si rilassa, si riducono i battiti cardiaci e la mente stessa si rilassa. La lentezza contagia!

Gli studi sul trattamento del trauma, ad esempio, hanno dimostrato come il modulare l’eloquio da parte del terapeuta, rallentandolo, ha un effetto benefico sullo stato psichico del paziente, inducendo un allentamento dell’ansia.

Dovremmo quindi riscoprire un ritmo agile, nel senso dato poco sopra ma anche nel suo significato etimologico (Dal lat. agĭlis, der. di agĕre ‘condurre’, in origine ‘facile da condurre’). E se siamo noi a condurre, alla guida della macchina della nostra vita, abbiamo il controllo della velocità e della strada da prendere che sia rapida o più lenta.

Solo questo armonico equilibrio permette di crescere e vivere bene in modo sostenibile per il nostro ambiente corporeo e sociale.

 

Alla prossima,

Sonia Bertinat

 

 

FONTI

[1] Gheno, V., “Potere alle parole”, Einaudi, 2019

[2] Kahneman, D., “Pensieri lenti e veloci”, Mondadori, 2012

 

 


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“Il nostro pensiero leggero, rapido quanto esatto, ben visibile - qui e altrove – in una molteplicità di modi, coerentemente dedicato al genio italiano che, circa trent'anni fa, se ne è andato, lasciandoci in dono le sue opere memorabili: Italo Calvino, e le sue indimenticabili Lezioni americane.”

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