Energia e movimento: la capacità di compiere e compiersi attraverso una nuova architettura energetica. SECONDA PARTE. Di Alessandro Silva.

Alessandro Silva

Alessandro Silva

Biologo Molecolare • Digital Copywriter

“Tutte le cose esistenti sono in realtà una sola. Consideriamo preziose quelle che sono belle e rare, e orribili e sgradevoli quelle che sono brutte. Le orribili e sgradevoli possono essere trasformate in cose rare e preziose, e le rare e preziose in cose orribili e sgradevoli. Quindi si dice che un’energia vitale pervade il mondo. Di conseguenza, il saggio apprezza l’unità.”

CHUANG TZU

 

Come si può leggere nel precedente articolo, l’impellente questione energetica ha messo l’umanità di fronte a un bivio: 

  • mantenere uno stile di vita energeticamente insostenibile, fonte di danni ambientali irrimediabili (sul lungo periodo) e disuguaglianze a livello socioeconomico,

oppure

  • promuovere uno sviluppo sostenibile, rispettoso delle esigenze mostrate dal pianeta e fondato su equilibrio e solidarietà.

La necessità, per l’uomo, è quella di concepire una forma di ENERGIA che sia movimento del fare – e del dare – attraverso l’applicazione di una nuova ARCHITETTURA organizzativa che prenda spunto da specifiche azioni.

Sono già state analizzate due di queste (come migliorare la resilienza del sistema energetico e come creare un sistema energetico inclusivo e conveniente per tutti); è giunto il momento di affrontare un terzo e decisivo intervento, la cui gestazione già iniziò nel lontano 1992 quando paesi di tutto il mondo firmarono la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Stiamo parlando della necessità di limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, in modo da ridurre notevolmente i rischi e gli impatti del riscaldamento globale. 

 

Lotta ai cambiamenti climatici nelle sue diverse espressioni.

Sono ormai evidenti, e supportati da una notevole mole di dati scientifici, i legami tra situazioni critiche – quali degrado ambientale e cambiamenti climatici – con l’inquinamento dato dall’uso smodato di combustibili fossili. Nemmeno si può escludere una correlazione tra inquinamento e la celere diffusione della Covid19: persone con determinate patologie (quali malattie respiratorie), causate o aggravate dalla scarsa qualità dell’aria, potrebbero infatti risultare più vulnerabili e sviluppare patologie accessorie a seguito dell’infezione. 

Sono ormai evidenti, e supportati da una notevole mole di dati scientifici, i legami tra situazioni critiche - quali degrado ambientale e cambiamenti climatici - con l’inquinamento dato dall’uso smodato di combustibili fossili. Condividi il Tweet

Proseguendo con una politica energetica inadeguata e conflittuale, priva di azioni decisive e protratta nel tempo, saremo poi in grado di invertire i danni causati dal raggiungimento di un punto di non ritorno nei cambiamenti climatici o nel degrado ambientale? Nel dubbio (o nel timore) di avere una risposta adeguata, sarebbe opportuno veicolare tempo ed ENERGIA ad azioni mirate di lotta.

D’importanza primaria è, dunque, lo sviluppo di una politica di adattamento e mitigazione.

 

Adattamento e Mitigazione

Come si legge nel sito dell’Agenzia Europea per l’ambiente, una politica di adattamento può essere intesa come il processo di adeguamento agli effetti attuali e futuri dei cambiamenti climatici adottando misure adeguate per prevenire o ridurre al minimo i danni che possono causare. 

Tra le misure di adattamento, oltre a cambiamenti comportamentali messi in atto da parte dei singoli e riguardanti una miglior e più sostenibile politica di economia domestica (risparmio energetico e riduzione degli sprechi alimentari) è d’obbligo menzionare il supporto proveniente da scienza e tecnologia attraverso:

  • i sistemi di allerta preventiva, che consentono alla popolazione di mettersi in salvo prima dell’arrivo di fenomeni atmosferici potenzialmente devastanti (uragani, tifoni, inondazioni etc); 
  • le mappe sul rischio idrogeologico
  • opportune difese per contrastare l’innalzamento del livello del mare;
  • le colture agricole resistenti alla siccità. 

 

Si tratta di misure preventive e/o riparative, in risposta ai cambiamenti climatici che, sempre più spesso, si manifestano in modalità e con esiti catastrofici. È infatti sufficiente leggere i numeri pubblicati nel Global climate risk index 2021, rilasciato dalla ong tedesca Germanwatch:

  • 11.000 gli eventi metereologici estremi – tra cicloni, frane, siccità, incendi, piogge e grandinate torrenziali, inondazioni – verificatesi nel mondo tra gli anni 2000 e 2019;
  • 475.000 morti e più di 2 miliardi di euro di perdite economiche; 
  • Otto dei dieci Paesi più colpiti tra il 2000 e il 2019 sono Paesi in via di sviluppo con reddito pro capite medio o basso;
  • 2,56 trilioni di dollari (calcolati a parità di potere d’acquisto, PPP), i danni economici causati, in aumento rispetto all’anno precedente (2,51 trilioni di dollari), nonostante quest’anno il climate risk index non includa i dati degli USA a causa di problemi insorti con i fornitori di dati;
  • Porto Rico, Myanmar e Haiti sono risultati i Paesi più colpiti dagli impatti economici di tali fenomeni.

 

Seguire una politica di mitigazione, invece, significa rendere meno gravi gli impatti dei cambiamenti climatici prevenendo o diminuendo l’emissione di gas a effetto serra (GES) nell’atmosfera. Come per le politiche di adattamento, gli interventi di mitigazioni possono partire già dai singoli individui (piantando alberi o, come già detto, riducendo sprechi energetici e alimentari) oppure attraverso modifiche infrastrutturali su larga scala, quali:

  • limitare la circolazione di mezzi di trasporto a benzina e diesel, eliminando qualunque sussidio a favore dei combustibili fossili;
  • alimentare abitazioni, industrie e mezzi di trasporto con fonti rinnovabili, o migliorare la loro efficienza energetica;

oppure

  • potenziare lo stoccaggio dei gas dannosi attraverso una cultura del riforestamento su ampia scala, in modo da creare ambienti naturali di assorbimento e mitigazione.

 

Il mondo futuro in cui l’energia elettrica, prodotta per qualunque uso domestico ed economico, sia generata solo da fonti rinnovabili a emissioni zero di gas dannosi ha già un nome: All Electric Society. La base per la sua realizzazione prevede la massima elettrificazione e la successiva digitalizzazione, interconnessione e automazione di tutti i settori (industria, mobilità, infrastrutture ed edilizia) ‘nutriti’ da un sistema energetico globale, efficiente ed equilibrato.

Il mondo futuro in cui l’energia elettrica, prodotta per qualunque uso domestico ed economico, sia generata solo da fonti rinnovabili a emissioni zero di gas dannosi ha già un nome: All Electric Society. Condividi il Tweet

Questo richiederà, affinché la All Electrical Society prenda forma nei prossimi anni:

  • una convergenza di ricerca e sviluppo industriale nell’ingegneria elettrica e nella tecnologia dell’informazione;
  • un dialogo cooperativo tra tutti gli attori del settore elettrotecnico e dell’automazione digitale e non, sia al proprio interno che coinvolgendo i cittadini del mondo.  

La necessaria comunicazione sarà costruita attraverso la creazione di ponti le cui tecnologie di base note (dal 5G via TSN al Single Pair Ethernet) potranno implementare un’infrastruttura comunicativa senza soluzione di continuità tra numerosi dispositivi installati, dai livelli più semplici fino a un più complesso sistema ICT.

Proprio l’approccio intelligente messo in atto sfruttando le tecnologie dell’ICT non solo permette di monitorare i cambiamenti climatici dovuti al global warming ma anche di individuare le inefficienze delle infrastrutture interconnesse (dal settore energetico a quello dei trasporti, dall’edilizia alla logistica) e di determinate abitudini sociali, così da intervenire per mitigare (e, in seguito, prevenire) qualunque effetto dannoso su scala globale (si veda figure sottostanti).

 

 

Qualche esempio?

  1. La dematerializzazione dei servizi, a cominciare dall’uso della documentazione elettronica. 
  2. L’utilizzo della videoconferenza e l’estensione del telelavoro ad almeno 34 milioni di impiegati per ridurre gli spostamenti fisici e abbattere le emissioni di CO2

Nella sola Unione Europea, gli effetti positivi dell’ultimo punto in elenco porterebbero, sul lungo termine, a:

  • sviluppare nuove soluzioni di edilizia urbana e per i trasporti, a seguito della minore necessità di edifici e spazi destinati al lavoro,
  • un abbattimento annuo delle emissioni di CO2 di 50 milioni di tonnellate.Le sfide del futuro

 

Le sfide del futuro

Tecnologia e digitalizzazione saranno utili alleati per mitigare o prevenire i rischi del riscaldamento globale ma, come scritto nel precedente paragrafo, per la costruzione di una All Electrical Society occorrerà fare leva anche su una ENERGIA propositiva in chiave dialettica, che non coinvolga solo gli esperti del settore ma apra lo scenario a un profondo rinnovamento culturale nell’opinione pubblica e nei leader, siano essi politici o appartenenti al mondo dell’industria e dell’economia. Una prospettiva di non semplice realizzazione, nonostante la consapevolezza ormai universale della minaccia che incombe sull’umanità, e complicata anche da una già avviata crisi finanziaria sistemica sempre più prossima a un tracollo globale. 

Per la costruzione di una All Electrical Society occorrerà un'ENERGIA propositiva in chiave dialettica, che coinvolga gli esperti del settore e apra lo scenario a un rinnovamento culturale nell’opinione pubblica e nei leader Condividi il Tweet

L’ombra di un evento imprevedibile e inaspettato, capace di produrre significativi effetti negativi, già si è stagliata all’orizzonte e non ha le fattezze di un cigno nero – figura nella quale il mondo economico-finanziario identifica un danno incombente alla stabilità economica – ma, bensì, di un Cigno Verde:

“Il cigno verde è l’immagine suggestiva utilizzata dalla Banca dei regolamenti internazionali per indicare i rischi provenienti dal climate change in relazione alla stabilità finanziaria mondiale. […] il primo a lanciare l’allarme è stato Mark Carney, […] che, davanti ai Lloyds di Londra, tenne il discorso «Tragedy of the Horizon».

Secondo la Banca dei regolamenti internazionali, i cigni verdi risultano molto più pericolosi di quelli neri poiché:

  • vige l’incertezza su quando si verificheranno catastrofi naturali risultato dei cambiamenti climatici, o persino gli esiti dovuti a una combinazioni di rischi naturali e quelli connessi alla transizione energetica;
  • una crisi prodotta dai cambiamenti climatici si manifesterebbe generando dinamiche ambientali, geopolitiche, sociali ed economiche contraddistinte da un’elevata complessità.

Per questo le banche centrali devono assumere un ruolo più proattivo, coordinando un’azione su scala globale per mettere in pratica un nuovo sistema di misure preventive atte a bilanciare tra loro politiche monetarie, fiscali e prudenziali che, necessariamente, debbono essere approvate e caldeggiate anche da governi, settore privato, società civile e comunità internazionale. 

Lo stesso si può dire delle società quotate. Sulla base di recenti studi – risultato dello sviluppo di nuovi tipologie di analisi finanziaria impegnate a quantificare i rischi climatici e a valutare quali aziende siano più preparate non solo ad affrontarli ma anche prevenirli – solo il 15% delle 500 aziende più grandi del mondo è sulla buona strada (percentuale calcolata sulla base di emissioni totali e dei brevetti per tecnologie a basse produzione di gas serra in loro possesso).

Se non avremo un pianeta abitabile, non avremo nemmeno un sistema finanziario in buona salute”. L’emergenza climatica è una grave minaccia per i sistemi economici globali e questo monito di James Gorman (numero uno di Morgan Stanley), espresso durante una seduta del Congresso americano, speriamo cambi l’attuale e deludente quadro spingendo anche i governi più restii a valutare seriamente, assieme agli attori del proprio sistema economico-finanziario, i reali rischi dovuti ai cambiamenti climatici.

 

Finale

Il suo nome era Superstruct. Creata dell’IFTF staunitense nel 2008, si trattava di una simulazione di previsione futura, della durata di sei settimane, nel corso della quale quasi 10.000 persone in tutto il mondo convissero virtualmente con cinque diverse minacce, compresa una situazione pandemica scatenata da un virus fittizio chiamato ReDS (abbreviazione di Respiratory Distress Syndrome). 

 

 

Un futuro, insomma, più che mai simile al presente odierno e dunque ritenuto plausibile ai tempi della simulazione a causa di cambiamenti climatici e di una crescita esponenziale della popolazione e della mobilità globale già in atto nello scorso decennio.

Come se non bastasse, ad affiancare il global warming e la pandemia attuali, si è materializzata una terza, prevedibile, preoccupazione: il conflitto in Ucraina: un pericoloso tassello che va a combinarsi con i precedenti in maniera sinergica producendo un vasto quadro di crisi dagli esiti incerti ma, senza dubbio, peggiorativi per la realtà socio-economica mondiale.

Sosteneva Albert Einstein “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”; perché, dunque, non applicare tale considerazione anche alla crisi climatica?

Purtroppo, come sostiene Fabrizio Bianchi, Epidemiologo ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa: 

“La scelta non sufficientemente decisa di un passaggio radicale in tempi brevi alle energie rinnovabili, a sistemi energetici poco energivori e a basso consumo di materie, al risparmio ed efficientamento energetico, mostra ora in tutta la sua crudezza la velocità di invecchiamento di molte certezze”.

La Covid19, e il suo lento trascinarsi nel tempo, ha scoperto punti di vulnerabilità legati alla revisione delle catene di fornitura energetica e il conseguente avviarsi di dannose dinamiche inflazionistiche. Vulnerabilità e inflazione abbondantemente nutrite dall’ulteriore aumento dei costi energetici nell’eurozona a causa del conflitto tra Russia e Ucraina, che ha costretto a blocchi produttivi rallentando i consumi e una ripresa che sembrava ben avviata in tutta Europa. 

Quello che serve è, allora, come sostiene Michele Fioroni – Imprenditore, consulente ed esperto di innovazione – riprendendo il discorso dell’economista Franco Modigliani, Una politica economica multiforme, in grado di mitigare gli effetti della crisi politica ed energetica su investimenti, occupazione e potere d’acquisto dei salari”.

Quello che serve è una politica economica multiforme, in grado di mitigare gli effetti della crisi politica ed energetica su investimenti, occupazione e potere d’acquisto dei salari. Condividi il Tweet

Lo scenario futuro non è semplice da immaginare o, forse, il timore di vederlo già compiuto spinge la nostra generazione a voltare lo sguardo in altre direzioni con la speranza di trovare una via sicura da percorrere. Quello che è concretamente certo è l’assoluta necessità di creare un ponte per collegare la nostra via con quella sulla quale transitano le generazioni del futuro. Perché? Per gettare le basi di


Un’alleanza tra generazioni. Chi ha l’esperienza di un mondo ormai lontano rimedi agli errori del passato, guidi la barca fuori dalla tempesta: a costruire il mondo del futuro ci penseranno loro, con l’energia del sole, del vento, dei bit e della gioventù.” (Michele Fioroni).

Alla prossima,

 

Alessandro Silva


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