Data Artist: Big Data, creatività e il mistero dell’Arte

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Gli artisti sono materia densa e leggera al tempo stesso, e possiedono ciò che qualifica la creazione come arte: la capacità di vedere ciò che gli altri non vedono. L’artista, si potrebbe dire, è un chiaroveggente del mondo: attraverso una personale “divinazione” consente l’emergere di segni altrimenti nascosti e invisibili, e li modella e li restituisce in quel racconto narrato per colori, parole o materia che è la sua opera. E siccome gli spettatori cambiano, anche l’opera d’arte è sottoposta a continuo mutamento. Consegnata al mistero e al buio della creazione, procede alla ricerca della luce capace di illuminarla, gli occhi dello spettatore.

Ma in una società digitalizzata e inquadrata in molteplici schemi di decodificazione dove ogni segno è sottoposto ad analisi e interpretazioni per carpirne la più utile delle informazioni, gli uomini hanno ancora occhi per riconoscere un’opera d’arte? O l’artista rischia di smarrire la forza della visione sprigionata dall’atto creativo, se il suo valore è quanto debbono attribuirgli gli spettatori delle sue opere?

Ci siamo chiesti se, nell’era della tecnologia dell’informazione, si possano ravvisare nuovi atti creativi, differenti scorci di visione, e un inedito patrimonio creativo nel vasto, e opaco ai più, contenitore dei Big Data, sempre in espansione, senza confini e apparente direzione.

La suggestione dell’analogia tra Big Data, creatività e arte risiede prima di tutto proprio in questo: sono necessari visione ed esercizio euristico per poter leggere, nella massa informe e camaleontica dei Dati, sentieri e percorsi di senso utili sia alla comprensione dell’oggi che alla predizione del domani.

E come l’artista, nel creare il suo mondo, ci restituisce un’immagine del nostro mondo, quello stesso mondo da cui pare astrarsi, c’è una figura che lavora con i Big Data, il Data Scientist, che si candida ad essere l’artista di una nuova era, capace di andare oltre la superficie per vedere quello che è nascosto. Scavare nella miniera dei Dati, delle loro opzioni e possibilità, far emergere una risposta, porsi inediti interrogativi: è questa la creatività che occorre per governare la potenzialità dei Big Data. E se al Data Scientist sono richieste competenze tecniche, culturali e semantiche insieme, non si può forse dire lo stesso dell’artista?

Ma le corrispondenze inattese tra creatività e Big Data investono anche – e più semplicemente – aspetti formali e per così dire diretti.

A partire da come possono essere tradotte visivamente le analisi compiute sui Big Data, ad esempio attraverso una specifica tecnica rappresentativa chiamata Data Visualization che si giova di forme e colori per rendere icasticamente evidenti contenuti complessi. È utilizzata in vari ambiti, di marketing, divulgativi e informativi, e rappresenta una nuova forma di comunicazione creativa.

Non solo… interessanti e allo stesso modo creativi sono stati i progetti presentati lo scorso agosto dagli studenti della prima edizione del Master in Big Data Analytics e Social Mining dell’Università e del CNR di Pisa, durante il quale si apprende a “scavare” nelle informazioni restituite dal WEB per ricavarne studi e analisi. Uno su tutti, il progetto “Web Gallery of Art and Colors”: attraverso un database di opere d’arte è stata compiuta una ricerca riguardo i colori, analizzandoli all’interno delle opere lungo 850 anni di storia dell’arte.

Eppure non solo l’uomo ma anche i computer potrebbero essere “dotati” di estro. Esiste a questo proposito un settore di studi, la “creatività computazionale”, che indaga le dinamiche creative attraverso programmi informatici. A partire dal 1997 quando Deep Blue di IBM fu il primo computer a sconfiggere il campione del mondo in una partita di scacchi sono stati compiuti enormi progressi. Sempre L’IBM ha costruito un computer creativo in grado di mettere a punto nuove ricette basandosi su un ampio data set di ingredienti, stili culinari, gusti e preferenze dell’uomo. È stato invece finanziato dall’UE il progetto “What-if Machine” (WHIM), un software in grado di concepire trame narrative, storie e idee di fantasia e di giudicarne il valore.

Ecco allora che rovesciando la prospettiva tra uomo e macchina, giungiamo a un’ennesima “suggestione” creativa che riguarda la possibilità dei Big Data di travalicare la loro specifica funzione – quella di individuare un senso nell’indistinto delle informazioni che ci circondano – per arrivare a esprimere un vero giudizio di valore. Possono insomma i Big Data giudicare la creatività e l’arte? La Rutgers University avrebbe creato un algoritmo in grado di valutare le opere più innovative ed influenti per ogni cinquantennio di storia, a partire dal 1400 fino ad oggi. Il risultato ribadisce un (prevedibile) primato italiano, retto per quasi 200 anni. Una conclusione che solleva il dubbio se un algoritmo possa realmente spiegare in cosa consiste la creatività.

Si potrebbe rispondere riflettendo su come – pur avendo compiuto tanti progressi nella conoscenza dei fenomeni del mondo e dell’umano – ancora dobbiamo accettare il fatto che ci sono questioni e materie insondabili, mai del tutto spiegabili con il puro metro della razionalità. E che tra queste rientrano anche i meccanismi della creatività e la bellezza, complessa e mutevole, di quella vulnerabile creatura chiamata arte.

approfondimenti

Per saperne di più

 

– “Un algoritmo giudica la creatività. Ma si può?”. Corriere della Sera, La Lettura, domenica 11 ottobre 2015
– www.insideart.eu
– www.guglielmopiacentini.novagrant.ilsole24ore.com
– www.delfinsblog.it
– www.technologyreview.it
– www.alphagalileo.org

“Il nostro pensiero leggero, rapido quanto esatto, ben visibile - qui e altrove – in una molteplicità di modi, coerentemente dedicato al genio italiano che, circa trent'anni fa, se ne è andato, lasciandoci in dono le sue opere memorabili: Italo Calvino, e le sue indimenticabili Lezioni americane.”

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