Dall’idea di innovazione a un progetto di “trasmutazione” (non solo digitale) della società attraverso forme più FLESSIBILI delle realtà organizzative. Di Natalia Robusti.

Natalia Robusti

Natalia Robusti

Imaginative Communication Strategist ● Artist ● Co-Founder di Spazio Lookness

Pensare − è adattarsi.”


Paul Valéry

 

MOLTEPLICITÀ VERSUS FLESSIBILITÀ: DIGITALE & SOSTENIBILE. 

Niente sarà come prima, ormai è chiaro su tanti fronti. Anzi, nulla è (già) come prima. 

E così come accade per i valori con la V maiuscola, anche quello della flessibilità è destinato a modificarsi profondamente negli anni a venire.

Si tratta infatti di un concetto essenziale in un’epoca di trasformazione (o di trasmutazione) come l’attuale, e dovrà giocoforza riguardare anche una nuova, più attuale disposizione d’animo delle cosiddette leadership, non solo nel nostro paese.
Parlo ad esempio del problema ENORME del controllo, che – in una contingenza come l’attuale – sembra il classico problema del gatto che si rincorre da solo la coda.

La polemica suscitata dai vari tweet di Elon Musk in merito al lavoro in remoto ne è un esempio, soprattutto in termini di contraddizione interna del messaggio e del contenuto. La flessibilità (o la sua assenza) segneranno, in un momento difficile come questo, la capacità o meno di mantenere la rotta verso nuovi modelli più sostenibili da tanti punti di vista.

La flessibilità (o la sua assenza) segneranno, in un momento difficile come questo, la capacità o meno di mantenere la rotta verso nuovi modelli più sostenibili da tanti punti di vista. Condividi il Tweet

Tutto ciò riguarda in modo sostanziale anche le imprese, sia pubbliche che private. 

Di sostenibilità in senso lato ce ne parla ad esempio Gianmatteo Manghi, Amministratore Delegato di Cisco Italia nell’intervista  Il Verde e il Blu, due facce della stessa medaglia all’interno dello spazio Sustainability Talk:

La sostenibilità dovrebbe entrare nel core business delle imprese, per un reale salto in avanti culturale del Paese, con il digitale a rappresentare lo strumento per creare un futuro più sostenibile e inclusivo.”


E, dato che “un modello è sostenibile se può durare e rinnovarsi nel tempo”, Manghi insiste sul concetto:

c’è una crescente attenzione da parte delle aziende nei confronti di questo tema, per tre motivi. Il primo, è perché è la cosa giusta da fare (…) per la salvaguardia del pianeta, per noi ma soprattutto per i nostri figli.
Secondo motivo, collegato al primo, è che questa maggiore attenzione si riflette positivamente sulla reputazione dell’organizzazione, e quindi sul livello di apprezzamento da parte dei clienti.
Terzo (…) Questa situazione ha l’effetto di rendere sempre più attrattivi i modelli di economia circolare, uno degli aspetti che maggiormente contraddistinguono le attività produttive più sostenibili”.

La sfida – che contiene una tacita scommessa sul futuro nostro e dell’intero pianeta – è che tutto si possa tenere insieme attraverso la transizione digitale  e i suoi strumenti, ma – navigando tra apocalittici e integrati rispetto all’innovazione tecnologica – le domande da porsi non sono poche, sono tutte sostanziali e riguardano il chi siamo ora e chi vorremo essere in futuro.

“La sostenibilità dovrebbe entrare nel core business delle imprese, per un salto in avanti culturale del Paese, con il digitale a rappresentare lo strumento per creare un futuro più sostenibile e inclusivo.” Condividi il Tweet

 

TRASMUTARE O NON TRASMUTARE?

Torniamo per un attimo al concetto di trasmutazione come riportato dalla Treccani, che rimanda a “L’azione di trasmutare, il fatto di venire tramutato o di trasmutarsi; trasformazione, mutamento, cambiamento.”

In fisica nucleare, invece, il concetto indica “la reazione per cui un nuclide si trasforma in un altro, diverso, e in alchimia, si riferisce alla (pretesa) trasformazione di un elemento in un altro, generalmente più pregiato”, come dovrebbe accadere nella trasformazione di un metallo qualsiasi in oro.

Qui, a mio parere, vale per tutti un concetto desueto, ma interessante, quello  di trasmutazione che si distingue dal più noto termine “traduzione” perché ne risolve all’origine alcuni paradossi.

L’origine della parola trasmutare [dal lat. transmutare, comp. di trans- «trans-» e mutare «cambiare»], significa letteralmente  “Trasformare, mutare in altra forma, in altro aspetto”.

Dante lo usò come sinonimo di trasfigurazione:

Come t’avrebbe trasmutato il canto … mo pensar lo puoi, Poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto.”

Talvolta, invece, coincide con il valore del semplice mutarsi, riferito a cose, modificarsi (…) o a cambiare una cosa con un’altra, come scrisse sempre Dante: Non credo che la sua madre più m’ami, Poscia che trasmutò le bianche bende”.

In ogni sua versione, comunque, compresa quella di natura alchemica, che vede l’atto di trasmutare ad esempio il ferro arrugginito in oro – il concetto si riferisce a una sorta di trasformazione, o meglio, di traduzione di qualcosa in qualcos’altro.

Ma mentre ad esempio il termine “tradurre” presuppone una sorta di fedeltà all’originale di partenza, il “trasmutare” dà per scontato che migliorerà il suo soggetto originario, che ne innoverà il campo d’azione. In una parola sola: lo farà evolvere, anche se in un’altra forma, e non si limiterà a fargli trucco e parrucco.

Appare allora chiaro che una fase come questa presuppone un clinamen finale, un punto di svolta da cui non si potrà più tornare indietro.

E allora – visto che siamo ancora “in itinere”, considero prudente, per certi versi inevitabile e anzi benefico, ogni esercizio di spirito critico, ogni interrogazione sul senso dell’incedere.

Un esempio?

“La tecnologia digitale fa bene o fa male? L’intelligenza artificiale crea o distrugge posti di lavoro? I social network migliorano o peggiorano le relazioni?”

Queste sono le domande che si è posto Stefano Epifani e a cui ha risposto attraverso cinque storie usate

“come spunto per riflettere sugli impatti della trasformazione digitale. Per acquisire quella consapevolezza che ci fa essere protagonisti, e non vittime del cambiamento portato da intelligenza artificiale, social media, big data, blockchain, realtà virtuale.”

In sintesi, per rispondere, Epifani ci suggerisce di riferirsi anch’esso a tre fasi principali da ricercarsi in un vero processo di innovazione. 

  • Il primo passo “è capire con precisione il contesto in cui l’organizzazione opererà in futuro”.
  • Il secondo è “individuare gli obiettivi di innovazione, ovvero tutti quegli aspetti che definiscono il valore da ottenere come risultato del processo di innovazione”.
  • Il terzo riguarda “l’individuazione dei giusti partner da coinvolgere, i dati da utilizzare, le tecnologie da integrare e la roadmap da seguire per raggiungere il risultato desiderato.”

 

PRIMO, SECONDO E TERZO: ADATTARSI.

Mi viene in mente, alla fine di questi elenchi a loro modo “appuntati”,  un tag che andava di moda un po’ di tempo fa e che oggi può essere riconsiderato sotto una nuova luce: l’adaptive management.

La gestione adattiva, del resto, 

“nota anche come gestione adattiva delle risorse o valutazione e gestione adattativa dell’ambiente, è un processo strutturato e iterativo di un solido processo decisionale di fronte all’incertezza, con l’obiettivo di ridurre l’incertezza nel tempo attraverso il monitoraggio del sistema.

La pandemia, in questo senso, per terrificante che sia stata (e che sia) è stata ad esempio una vera palestra di adattabilità, e lo sforzo collettivo in corso è stato – dobbiamo riconoscerlo – notevole, sia dal punto di vista delle competenze che dal punto di vista tecnologico.

E il clima di guerra in cui nostro malgrado ci troviamo immersi sta mettendo alla prova la nostra capacità di mantenere la rotta dell’innovazione in un mondo in tempesta, in cui la migrazione digitale è uno snodo cruciale al netto della cyber-sicurezza.

E il clima in cui nostro malgrado ci troviamo immersi sta mettendo alla prova la nostra capacità di mantenere la rotta dell’innovazione in un mondo in tempesta, in cui la migrazione digitale è uno snodo cruciale al netto della… Condividi il Tweet

Un’intenzione ben precisa in questa direzione lo dimostra l’introduzione al Piano Triennale 2020-2022 per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione che, nella sua fase di consolidamento: 

introduce un’importante innovazione con riferimento ai destinatari degli obiettivi individuati per ciascuna delle tematiche affrontate. Saranno infatti le singole amministrazioni a dover realizzare gli obiettivi elencati, obiettivi spesso “ambiziosi” ma sostenibili poiché costruiti sull’esperienza, sul confronto e sulle esigenze delle amministrazioni destinatarie. (…) L’elemento innovativo di questo Piano sta proprio nel forte accento posto sulla misurazione di tali risultati, introducendo così uno spunto di riflessione e una guida operativa per tutte le amministrazioni: la cultura della misurazione e conseguentemente della qualità dei dati diventa uno dei motivi portanti di questo approccio.”

Solo pochi anni fa mettere nero su bianco le parole “Misurazione” (seppure riferita ai dati) e “Pubblica Amministrazione nella stessa frase sarebbe stato quasi eretico. Ora tutti noi lo sappiamo: singoli, pubblici o privati che siamo: a ciascuno toccherà la sua parte.

Ora, prima di congedarmi, vorrei citare un’opera d’arte cinematografica che, nella mia vita, è tra quelle che mi ha maggiormente affascinato. Parla di flessibilità della verità, dei punti di vista, in merito alla medesima realtà.

Per chi non l’avesse visto, lo consiglio: è un bel gioco adattivo dal punto di vista percettivo e cognitivo sul tema della trasmutazione della realtà in infinite altre realtà…

E oggi, in questa guerra così ibrida, in cui in gioco sembra anche esserci la nostra capacità di individuare il vero dal falso, il verosimile dal contraffatto, può essere un buon esercizio sull’adozione contemporanea di più punti di vista su di lei, la Verità.

Alla prossima, Natalia.

 

NEL LABIRINTO DI KUROSAWA

“Rashomon, La porta nelle mura difensive,  è un film del 1950 diretto da Akira Kurosawa. In Italia è stato distribuito anche come Rasciomon.

Il film tratta della capacità dell’uomo di mentire, e di mentire anche a se stesso. Tutti i personaggi infatti mentono, mentono per salvare il proprio onore. 

Non è un film sul relativismo, come a volte è stato equivocato nonostante le dichiarazioni di segno opposto dello stesso regista, e sulla molteplicità della verità, verità che nel film è una e una soltanto, mentre a cambiare sono solo le versioni secondo l’interesse di chi le racconta.”

 


CREDITS IMMAGINI di copertina 
https://it.wikipedia.org/wiki/Rashomon#/media/File:Rashomon_poster.jpg
ID 1: 100479347
ID2: 52654916
Immagine/figura in bianco e nero: opera fotografica di Eadweard Muybridge. Pubblico dominio.

“Il nostro pensiero leggero, rapido quanto esatto, ben visibile - qui e altrove – in una molteplicità di modi, coerentemente dedicato al genio italiano che, circa trent'anni fa, se ne è andato, lasciandoci in dono le sue opere memorabili: Italo Calvino, e le sue indimenticabili Lezioni americane.”

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