Molteplicità versus FLESSIBILITÀ: dalla neuroplasticità alla flessibilità necessaria per l’adattamento. Di Sonia Bertinat.

Sonia Bertinat

Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico ● Esperta di cyberbullismo, dipendenze da sostanza e comportamentali

In un mondo dove il concetto di flessibilità spesso si associa a quello di precarietà viene difficile fare un elogio di ciò che si flette. ‘Frangar non flectar’ è un motto molto conosciuto che rimanda all’integrità, al rispetto delle proprie idee per cui è meglio spezzarsi che piegarsi a dei compromessi.

Un altro termine che rimanda a un’accezione negativa è compromessi. Per evidenziare gli aspetti positivi della flessibilità, dobbiamo piuttosto avvicinarci al termine di Plasticità. In questo senso, il paragone con una delle più peculiari caratteristiche del nostro cervello salta agli occhi. Proviamo, allora, a tirare questo filo.

 

Essere flessibili in un mondo che cambia

La natura ci mostra molti esempi di crescite flessibili che si sviluppano intorno a difficoltà o impedimenti naturali o artificiali. Lo possono essere, ad esempio, gli alberi ricurvi in Nuova Zelanda, la foresta danzante russa, gli alberi della vita in Bahrain o in Giappone oppure la foresta storta in Polonia.

Di esempi ce ne possono essere tanti, dell’inarrestabile flessibilità adattiva della natura di fronte alle barriere che vengono imposte dalla natura stessa o dall’uomo (pensiamo all’erba o ai fiori che nascono dalle fessure del cemento). Ho scelto però gli alberi in quanto l’albero è un’ottima metafora del nostro essere, comprese le ramificazioni cerebrali che ci portano verso il cielo e quelle sensoriali che ci permettono di mantenere il contatto con la terra.

 

  • Non bastasse, il termine greco dendros – che significa appunto albero – dà il nome anche a una parte dei neuroni (ovvero le nostre cellule cerebrali): i dendriti, la parte ramificata che porta le informazioni al centro del neurone.
  • E ancora, sempre dendriti sono chiamati, in chimica, quelle formazioni a cristallo ramificato come i fiocchi di neve. Questi, nel loro formarsi, nel loro essere più o meno ramificati, risentono delle condizioni esterne che ne favoriscono o limitano lo sviluppo.
  • Ci rivolgiamo invece alla scienza dei materiali per trovare il termine, a mio parere ormai abusato, di resilienza, visto come capacità di far fronte a sollecitazioni molto forti.

 

Ma vediamo meglio il termine specifico di flessibilità.

 

La Flessibilità per non spezzarsi

Flessibile deriva da flettere, in latino flectĕre, che ha tra i suoi significati piegare, curvare, incurvare, inarcare, arcuare.

Sono tutti termini che declinano il significato in connotazioni più negative che positive, e questo probabilmente ha fatto sì che il termine flessibilità assorbisse questo velato significato negativo. Anche il motto frangar non flectar, fatto risalire ad Orazio, pone il piegarsi come atteggiamento negativo contrario all’integrità.

Ma, dagli esempi riportati all’inizio, notiamo come non sempre la flessibilità comporta una distruzione dell’organismo.

In Agostino, ad esempio, si trova la locuzione di senso opposto che è più consona a questo concetto: «Flectamur facile, ne frangamur», «Pieghiamoci docilmente, senza abbatterci»[1]

Termine adottato anche nelle arti marziali, in particolar modo nello Judo (parola che tradotta dalla lingua giapponese significa “via della cedevolezza”) dove il motto è simile a quello agostiniano di  flectar ne frangar, “Mi piegherò per non essere spezzato”.[2]

Quindi perché deprecare la flessibilità come se comportasse una perdita della nostra integrità? E perché integrità e coerenza assoluta non sono poi una qualità così funzionale?

Quindi perché deprecare la flessibilità come se comportasse una perdita della nostra integrità? E perché integrità e coerenza assoluta non sono poi una qualità così funzionale? Condividi il Tweet

A questo punto non posso che parlare di quello che è inerente al mio campo professionale, ossia della plasticità cerebrale o neuroplasticità.

 

La neuroplasticità cerebrale

Il nostro cervello si forma attraverso lo sviluppo di queste strutture arboree che attraverso le diramazioni nervose nel corpo acquisiscono e trasmettono segnali biochimici che vengono poi trasformati in oggetti mentali con un senso e significato. Non solo: dagli ultimi studi si è visto come queste diramazioni che in una situazione standard si specializzano in un compito specifico, possono mutare la propria funzione nel momento in cui cambiano le condizioni esterne o interne della persona.

Tali adattamenti intervengono nella norma ma risultano in modo evidente quando dei traumi determinano lesioni più o meno estese dell’area cerebrale.

Un esempio che mi ha colpito è quello di una donna che, a causa di un probabile ictus infantile, era priva di una estesa area del cervello.

Privazione di cui lei non ha risentito e che scienziati più legati allo status quo non riuscivano a spiegarsi ma che una volta analizzata la situazione senza preconcetti su cosa è possibile o meno, è emerso che “semplicemente”, in età infantile quando la neuroplasticità è ai livelli massimi, le altre parti del cervello hanno assunto le funzioni della parte mancante permettendo alla paziente di svolgere la sua vita in modo non solo normale ma brillante.[3]

Una capacità di adattamento e flessibilità come potete capire che ha un solo fine, come per quegli alberi: la sopravvivenza in un ambiente che cambia.

 

Essere flessibili per cambiare il mondo

In questo senso, preferisco dare al termine una accezione funzionale. Dobbiamo per forza essere flessibili perché il mondo cambia e noi stessi, cambiando, possiamo farlo cambiare. È un gioco interattivo, di continua mediazione e compromesso.

Dobbiamo per forza essere flessibili perché il mondo cambia e noi stessi, cambiando, possiamo farlo cambiare. È un gioco interattivo, di continua mediazione e compromesso. Condividi il Tweet

Per questo l’integrità, l’“abbiamo sempre fatto così”, l’adesione rigida ad un paradigma non può essere funzionale per la nostra vita. Se un comportamento, un’abitudine non è più funzionale è vitale e auspicabile cambiarlo, adattarlo alle necessità contingenti.

In questo contesto, anche il termine compromesso assume un suo significato funzionale: pur mantenendo aspetti di cedevolezza diventa imprescindibile per incontrare l’altro e il mondo.

Ne abbiamo avuto un assaggio in questi due anni molto difficili in cui non è cambiato il mondo, ma è cambiato il nostro modo di vivere, le nostre certezze e abitudini. Forzatamente abbiamo dovuto plasmarci su una nuova realtà di vita e spesso abbiamo scoperto che il mo(n)do in cui vivevamo per inerzia non era il più funzionale per noi.

Si leggono, in questo periodo, molto spesso notizie di persone che lasciano il lavoro che magari hanno fatto per anni, o chiedono di modificarne le condizioni affinché sia compatibile con una soddisfacente qualità della vita.

Ecco, una soddisfacente qualità della vita, con l’essere umano al centro, è la garanzia per cui la flessibilità non porterà con sé le accezioni negative che ho enucleato all’inizio. Non ci spezzerà perché saremo noi a indirizzare il nostro fletterci, plasmarsi. La flessibilità è negativa solo quando è indotta da altri, fatta per adeguarsi in toto ad altro.

La flessibilità non ci spezzerà perché saremo noi a indirizzare il nostro fletterci, plasmarsi. La flessibilità è negativa solo quando è indotta da altri, fatta per adeguarsi in toto ad altro. Condividi il Tweet

Un ultimo concetto legato a quello della flessibilità (soprattutto in ambito lavorativo) è quello di precarietà e quindi connesso al timore di non avere certezze per il futuro. Ma se ci pensiamo, i lavori che oggi possiamo temere per la loro flessibilità sono tutti lavori che aderiscono più nell’accezione negativa, fatti di imposizioni, ricatti e poche possibilità di esprimere le nostre potenzialità.

 

L’armonia di e con se stessi

Leggevo ieri un post di un collega che fa formazione professionalizzante ai giovani. Riportava che molti dei suoi allievi non sono disposti a piegarsi alla flessibilità imposta e ciò che pretendono da un datore di lavoro è il rispetto per il lavoro altrui.

“Io se dovessi avere uno stipendio non proporzionale alle mie ore e al mio impegno mi licenzierei perché cadrebbe la stima per l’azienda dove lavoro e non riuscirei a stare in un posto di lavoro di cui non ho stima e dove non mi rispettano” è una frase che, con alcune diversità di espressione e licenze poetiche, mi è stata detta spesso da giovani adolescenti in procinto di entrare nel mondo del lavoro. [4]

In quest’ottica, il posto fisso, la strada sicura segnata da anni diventa una condanna allo spezzamento più che una sicurezza di sviluppo armonico delle nostre potenzialità.

Porre l’essere umano al centro, in questa accezione, non implica un auspicare un aumento di egoismo ed egocentrismo disfunzionale. Solo nel momento in cui le persone riescono a realizzarsi in modo armonico con sé stessi potranno influenzare in modo positivo ciò che circonda loro.

Solo nel momento in cui le persone riescono a realizzarsi in modo armonico con sé stessi potranno influenzare in modo positivo ciò che circonda loro. Condividi il Tweet

Benessere, gratificazione che non vanno a scapito di altri esseri umani e viventi in generale ma permettono di affrontare la vita con rispetto per sé e per gli altri.

Alla prossima,

Sonia Bertinat

 

 

 


CREDITS IMMAGINI

Immagine Copertina rielaborata
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