Dal dato astratto al suo impatto concreto, accurato e “sensibile” ai comportamenti. Di Lilith Dellasanta.

Lilith Dellasanta

Lilith Dellasanta

Project Manager e Web Analyst ● Educatrice in formazione

Premessa generale

Nell’era dell’informazione digitale e del data management, uno dei temi più rilevanti è l’organizzazione e la diffusione dei dati in modo che siano comprensibili, non sterili, e che abbiano effetti di attivazione positiva sui comportamenti delle persone.

I “dati”, infatti, non sono mai asettici, perché già nella selezione del fenomeno da osservare implicano una scelta di ciò che merita essere indagato.

La ragione del loro utilizzo e diffusione è quella di provocare alcuni effetti:

  • un aumento di competenze;
  • un chiarimento sulla realtà;
  • una base su cui prendere delle decisioni;
  • la ricezione di un’informazione che, in modo più o meno consapevole, influenza le scelte nelle decisioni e negli stili di vita del singolo e nelle politiche delle istituzioni.

Ne segue che dati “sporchi”, diffusi in modo non chiaro e senza valore aggiunto, non fanno altro che contribuire al rumore generale e a creare fraintendimenti ed errori inferenziali.

Anche la “strumentalizzazione” del dato non va sottovalutata, per difenderci da ciò che potrebbe influire sulle nostre vite in maniera non dichiaratamente intenzionale.

Parliamo non solo di fake news, ma anche di dati avulsi dal contesto o senza termini di paragone che possono indirizzare la loro lettura in direzioni diverse.

La “strumentalizzazione” del dato non va sottovalutata. Parliamo non solo di fake news, ma anche di dati avulsi dal contesto che possono indirizzare la loro lettura in direzioni diverse. Condividi il Tweet

Non scordiamo, in questo senso, la semplificazione di senso resa possibile dal recente sviluppo delle infografiche, che nonostante invadano oggi tutti i media grazie alle nuove tecnologie e agli sviluppi di design, hanno una lunga storia alle spalle e possiedono grande appeal nel condividere dati e informazioni in maniera sia positiva – rendendo comprensibili fatti e concetti molto complessi – che negativa – semplificando troppo il loro valore e senso originale.

Anche da questo punto di vista è davvero molto rilevante la cosiddetta “esposizione” al dato in cui siamo tutti coinvolti: i cittadini più desiderosi di informarsi hanno certamente più possibilità di una volta per trovare risposte alle proprie domande (basta solo il tempo di digitare o vocalizzare la propria richiesta per vederla esaudita sui vari device), cosa che fa tuttavia emergere il tema tangenziale dell’importanza di saper riconoscere l’autorevolezza delle fonti che si interpellano.

Il tutto senza dimenticare che, nel contempo, siamo esposti a un enorme flusso di dati anche senza volerlo, da cui se ne ricava una ancor maggiore necessità di disporre e proporre  dati che siano davvero rilevanti, esposti necessariamente in maniera chiara e condivisi in forma accattivante.

 

Dati accurati e sensibilità: alcune riflessioni da farsi.

La riflessione fatta sin qui sui dati e la loro qualità ci riconduce al valore intrinseco dell’esattezza trasposta nell’accuratezza, e a quello della leggerezza declinato in quello della sensibilità.

Il passaggio concettuale da esattezza ad accuratezza avviene, ad esempio, riferendosi all‘origine latina del termine ad-curare, ovvero fare con cura, accogliere premurosamente, prendersi cura di… Intendiamo quindi la stessa come una cura sensibile, che parte dal dato oggettivo ma lo comunica in modo che sia comprensibile, significativo e attivatore di riflessioni e comportamenti.

Del resto ci meritiamo, oggi più che mai, dati accurati: il periodo di incertezza delle esistenze, delle carriere lavorative frammentate, già iniziato con la postmodernità, ha raggiunto (forse) il suo culmine con la pandemia. Questo, inoltre, è anche il periodo in cui soprattutto le nuove generazioni sono in possesso di device sofisticati, con il risultato di essere quotidianamente esposti a dati in ogni ambito.

Ci meritiamo, oggi più che mai, dati accurati: il periodo di incertezza delle esistenze, delle carriere lavorative frammentate, già iniziato con la postmodernità, ha raggiunto (forse) il suo culmine con la pandemia. Condividi il Tweet

Da tutte queste considerazioni comprendiamo bene come abbiamo più che mai la necessità di disporre di dati davvero “sensibili”, ovvero che siano:

  • di qualità intrinseca e quantitativamente rilevanti;
  • impermeabili in maniera trasparente alle impressioni/pressioni esterne;
  • condivisibili e comprensibili grazie all’utilizzo non solo del pensiero e del raziocinio, ma anche tramite la cultura e le emozioni naturali dell’uomo.

 

I dati e le informazioni che rispettino tali qualità e modalità di raccolta, aggregamento e diffusione, possono davvero incidere sulla disponibilità delle persone nel cambiare, in maniera collettivamente più sostenibile, le proprie abitudini, tema che mi sta particolarmente a cuore.

L’ambito infatti che esploreremo più in specifico in questo e nei prossimi post è quello della cosiddetta transizione ambientale: si tratta infatti di un vero e proprio “esodo culturale” che ci coinvolge tutti in funzione della sopravvivenza del genere umano e, si spera, in una sopravvivenza di qualità.

Come fare dunque ad avere dei solidi e attendibili punti di riferimento? Come raccogliere dati convincenti e coinvolgenti che possano, ad esempio, convincere anche le persone più restie nel riflettere sulla necessità di contribuire anch’essi a questa evoluzione, vincendo in questo modo la loro naturale resistenza al cambiamento?

Iniziamo a vederlo insieme.

 

Il dato ci aiuta a leggere il contesto, il contesto ci educa.

Tutti i temi di cui ci stiamo per occupare incidono sulle nostre scelte quotidiane. Cercheremo, per questo, di fare attenzione a considerare i vari aspetti dei DATI, i “non solo, ma anche”, utilizzandoli in un circolo virtuoso di rappresentazione della realtà e spunto sulla modifica della realtà stessa.

Sono quattro, in specifico, i temi di cui parleremo:

  • l’utilizzo della plastica;
  • la transizione energetica;
  • la mobilità sostenibile;
  • i cambiamenti nell’alimentazione.

 

Partiamo dal primo, la PLASTICA, alla ricerca di DATI che la riguardano.

La plastica è stata un’innovazione che ha accompagnato lo sviluppo economico. La produzione di materiali leggeri, a basso costo, e la possibilità di disporre di materiali igienici che non richiedessero manutenzione ha rivoluzionato i consumi delle persone, senza iniziali problemi sulla successiva gestione.

Tuttavia, nel tempo, l’attenzione ambientale nei suoi confronti è cresciuta, e negli ultimi anni, riguardo la plastica, le discussioni si sono concentrate sul tema dell’usa e getta e sul crescente inquinamento. Negli ultimi anni il tema con la crescita maggiore è stato quello delle microplastiche.

Con una semplice ricerca su Google otteniamo 9.430 risultati nel 2018, 14.000 risultati nel 2019, 17.000 nel 2020, 19.700 nel 2021.

 

 

I contenuti sono quindi più che raddoppiati nel giro di 4 anni, e riguardano numerosi studi in cui vengono annunciati i dati sulla presenza di microplastiche in tutti gli ambienti, compresi quelli montani, e in modo preoccupante anche nei terreni adibiti all’agricoltura e fin nel corpo umano, con la rilevazione di microplastiche nella placenta e nelle feci dei neonati, in misura maggiore rispetto agli adulti.

L’usa e getta, invece, è il tema più discusso: in questo caso troviamo 62.000 risultati nel 2018, 70.300 nel 2019, 126.000 nel 2020 e infine 125.000 nel 2021, con numeri raddoppiati in 3 anni e successivamente stabilizzati. Un tema maturo, quindi, che ha visto il suo culmine nello scadere del termine per il recepimento della direttiva UE fissato per il 3 luglio 2021, che obbliga i paesi europei a vietare la vendita di prodotti in plastica monouso.

 

 

In Italia si è dovuto attendere gennaio 2022 per il recepimento, e con deroghe: a fronte di un tema di interesse generale, che pare scontato affrontare, si sono schierate le resistenze dei produttori e delle persone che lavorano nel settore.

Queste difficoltà si notano anche nel rinvio al 2023 dell’introduzione della Plastic Tax, l’imposta sul consumo della plastica monouso che ha l’obiettivo di ridurre l’utilizzo di prodotti di plastica e portare a un calo progressivo della produzione, incentivando le aziende a convertire la produzione in altro.

Doveva inizialmente entrare in vigore nell’estate 2020, era già stata posticipata a causa della pandemia e sarebbe dovuta partire il 1 gennaio 2022, ma è stata rinviata al 2023, con soddisfazione della grande distribuzione e aspre critiche da parte degli ambientalisti.

Tuttavia, la tendenza sembra non essere invertibile.

La sensibilità crescente dei consumatori, l’attenzione dei produttori ad aderire a una sempre più necessaria immagine green, i vincoli imposti dalla legislazione, tutti questi elementi interagiscono e creano un trend crescente.

Secondo un’indagine Coldiretti del 2019, in Italia un cittadino su quattro (27%) ha già evitato di acquistare oggetti di plastica monouso come piatti, bicchieri o posate mentre ben il 68% ritiene che sarebbe opportuno pagare un sovrapprezzo per questi prodotti.

La percezione di un aumento di interesse c’è anche per prodotti che implicano una “fatica” maggiore nella gestione, come pannolini e assorbenti lavabili e coppetta mestruale: i numeri sono più che raddoppiati dal 2018 al 2021, passando da 10.100 a 20.800 risultati.

A questo punto, se all’inizio del post abbiamo parlato di esposizione al dato, sul tema della sostenibilità possiamo dunque notare quanto, nel packaging dei prodotti, le informazioni stiano assumendo sempre più visibilità: non dimentichiamo che le confezioni hanno un ciclo di vita limitato, che nella maggioranza dei casi si conclude con il finire del singolo prodotto.

Si va dalle informazioni sul corretto smaltimento delle varie parti della confezione alla percentuale di materiale riciclato per realizzare la confezione stessa, dall’impronta ecologica della confezione a elementi sulle innovazioni apportate, tra cui la riduzione complessiva dei materiali utilizzati; in questo modo, da una parte, le aziende si propongono come attente all’ambiente, dall’altra contribuiscono a rendere l’attenzione alla sostenibilità qualcosa di “consueto” per il consumatore, sui prodotti con cui è quotidianamente a contatto, piano piano incentivando la creazione di una coscienza ambientale.

 

L’altra faccia della medaglia

In tutto questo, ci sono dei “ma”: abbiamo già parlato del primo “ma”, ovvero le resistenze al cambiamento opposte dagli addetti al settore. Sono voci da considerare e il discorso si intreccia con il tema della tutela del lavoro, dei cambiamenti tecnologici che richiedono adeguamenti, di aggiornamento delle competenze.

Un secondo “ma” riguarda le alternative: se la consapevolezza del problema si espande e inizia a toccare sempre più ambiti, dalla cosmesi ai vestiti, aumenta la ricerca di alternative naturali che non rilascino microplastiche durante i lavaggi in lavatrice.

D’altro canto, aumenta anche la produzione di oggetti derivanti dal riciclaggio della plastica, compresi i vestiti, e questo è un aspetto positivo se considerato nel contesto di economizzare le risorse.

 

Chiediamoci ad esempio:

  • Come valutiamo se ha più valore una maglietta sintetica a basso costo o un’alternativa ecologica, ma meno economica?
  • Dopo essere venuti a conoscenza delle problematiche ecologiche di un prodotto o comportamento, ce lo ricordiamo mentre facciamo i nostri acquisti o mentre seguiamo le nostre abitudini?
  • E infine, alla prova dei fatti, quando ad esempio la cannuccia di carta (e non di plastica) implode nel brick del succo di frutta, riusciamo a rimanere convinti della scelta sostenibile?

Alla ricerca di risposte proviamo a digitare cannucce carta su Twitter, e il mistero è presto svelato: le persone desiderano sì aiutare l’ambiente, ma non al costo di avere prodotti non funzionali.

Alla ricerca di risposte proviamo a digitare cannucce carta su Twitter, e il mistero è presto svelato: le persone desiderano sì aiutare l’ambiente, ma non al costo di avere prodotti non funzionali.

Un ultimo “ma” riguarda infine un tema ancora più spinoso: la pandemia ci ha costretto ad ammorbidire le nostre posizioni sull’usa e getta, o, più precisamente, a metterle in secondo piano quando parliamo di strumenti sanitari e di mascherine, oppure di materiali di consumo che ci sono diventati sempre più familiari in questi anni, per esempio i contenitori per il cibo da asporto.

Da una parte viene riconosciuta la necessità di materiale monouso in plastica, dall’altro l’allarme ambientale comincia a essere consistente, con 25.000 tonnellate di plastica monouso già finite in mare, ponendo criticità nello smaltimento e la richiesta di soluzioni e alternative, ancora non identificate.

Eppure, un problema di questo tipo non può essere considerato semplicemente “di moda” e poi disperso, ma va inserito in un quadro di priorità da tenere sempre presente.

Nei prossimi articoli, sull’esempio di questo primo filone di ragionamento, parleremo di altri casi, sia simbolici che concreti.

A presto,

Lilith


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