L’isola che non c’è e la digitalizzazione: storia di una non-biblioteca universale.

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Prima di inoltrarci tra i meandri – o meglio, tra gli scaffali – di quel giacimento di saperi, significati e significanti catalogati e pronti all’uso rappresentato dal concetto di “biblioteca”, ci piace ricordare le parole di Sir James Matthew Barrie, l’immaginifico autore di Peter Pan: “C’è un’Isola-che-non-c’è per ogni bambino, e sono tutte differenti”.
Tale poetico punto di vista sulla singolarità di ciascuno rispetto alla capacità di immaginazione, vale infatti in maniera più prosaica, ma non per questo meno incisiva, per ogni altra attività che coinvolga gli aspetti percettivi e conoscitivi di ognuno di noi, ovunque siamo e a qualunque età, rispetto a ogni fonte (o frutto) della coscienza, della conoscenza e del sapere.
Non c’è infatti alcun “significante che rimandi a un unico “significato, ma ogni lettore, ascoltatore o spettatore cambia radicalmente, interpretandolo a proprio modo, ciascuno scritto, suono, immagine o fantasia.
Ogni testo, infatti – soprattutto nella sua accezione semiotica, ma non solo – una volta assimilato, assume un significato, un senso e un’eco diversi e irripetibili in base a chi lo ha avuto “tra le mani” o al centro dei propri pensieri.
Lo stesso accade ogni volta in cui tale atto di fruizione si ripete, anche da parte dello stesso soggetto nei confronti del medesimo oggetto. E qui la riflessione si fa “vertiginosa”: a chi non è mai capitato, ad esempio, di rileggere un libro o rivedere un film dopo un certo periodo di tempo e ricavarne impressioni non solo differenti, ma addirittura diametralmente opposte, in base al diverso vissuto maturato nel frattempo o alle differenti esperienze attraversate?
E se dunque non è possibile, nemmeno in linea astratta, rimandare a precise e univoche unità di senso date una volta per tutte, figuriamoci se è possibile anche solo immaginare nella concretezza una “biblioteca delle biblioteche” – ovvero una biblioteca universale, identificando in tale costruzione linguistica un luogo custode e depositario del sapere. Nemmeno facendo uso di sistemi complessi e tecnologie convergenti.

Tale discorso non è del resto nuovo: lo stesso Umberto Eco – che ha dato l’incipit a questa serie di articoli sul tema apocalittici o integrati, rispetto alla cultura in generale e all’editoria in particolare – ha affrontato in maniera esaustiva il problema della catalogazione del sapere, individuando nella “Vertigine della lista la natura intrinsecamente illimitata, dal punto di vista rappresentativo, di ogni forma di catalogazione, che, in sé, “suggerisce quasi fisicamente l’infinito, perché di fatto esso non finisce, non si conclude in forma. Da ciò deriva il fatto che ogni tentativo di lista o catalogo universale della conoscenza possa produrre – e indurre – vertigine.
Fu del resto un altro genio del pensiero, Jorge Luis Borges, a ricordarci chec’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’Etica; parlo dell’Infinito.

Rispondiamo così in maniera netta e definitiva alla domanda iniziale e all’apparenza retorica del nostro articolo. No: così come non esiste nessuna isola-che-non-c’è che sia uguale a un’altra, così il sapere – o almeno i medium comunicativi che lo contengono e ne dispiegano il senso – è per sua natura talmente complesso e mutevole che, almeno per ora, non c’è una “gabbia” sufficientemente ampia e strutturata capace di contenerlo e rappresentarlo in maniera univoca e definitiva, proprio per la sua natura mutevole, camaleontica e sfuggente.
Non che la tentazione di edificare il perimetro di un tale luogo non sia mai esistita: anzi, sono tantissimi, nei millenni, i tentativi in questo senso. A partire dalla favolosa Biblioteca di Alessandria, depredata e distrutta in più occasioni.
Di certo da almeno due decenni, e forse più, anche le nuove tecnologie – forti di una capacità di assimilazione e strutturazione di quantità smisurate di dati mai vista prima – hanno dunque prodotto e riprodotto tale tentativo.
E se l’universo bibliografico del libro a stampa veniva interrogato già dagli anni ’60 tramite “il migliore strumento di intermediazione fino ad allora inventato: il catalogo, ovvero un linguaggio di interrogazione ormai evoluto e dotato di vocabolario, semantica e sintassi proprie.”, lo stesso è accaduto per il digitale, come illustrato in maniera davvero completa in questo articolo di Fabio Di Giammarco dal titolo Dal MARC a BIBFRAME: la lunga marcia delle biblioteche per integrarsi nel Web”.

Secondo tale studio il processo di digitalizzazione e organizzazione del sapere in formato digitale inizia dai primi anni del 2000, in “una storia con quattro protagonisti: il catalogo delle biblioteche, i formati MARC e BIBFRAME, il Web. Possiamo farla iniziare nel 2002, quando il bibliotecario-tecnologo Roy Tennant pubblica il famoso articolo: ‘Marc Must Die’. Da quel momento, per il mondo delle biblioteche è chiaro che qualcosa sta davvero cambiando: con l’inizio del XXI secolo la rivoluzione del nuovo sistema dell’informazione globale lambisce ormai anche il piccolo periferico spazio chiuso del catalogo bibliografico.”

E nemmeno un gigante come quello partorito da Google, il quasi omonimo Google Books, che si auto definisce “il più grande indice di testi integrali mai esistito“, vi è a tutt’oggi riuscito, ma ha anzi dovuto almeno per ora rettificare il suo obiettivo iniziale (anche per motivi pragmatici e contingenti) spostando il suo target “dalla “biblioteca universale” alla computabilità dei libri digitalizzati – che hanno (comunque) superato i 25 milioni – per lo sviluppo di applicazioni di searchable inside e intelligenza artificiale.”

Il tentativo di conquista di una possibile “Biblioteca delle biblioteche”, comunque, è soltanto iniziato. E prosegue con una virata verso l’aspetto “semantico” del linguaggio, l’unico che, anche per noi uomini, sembra possedere almeno alcune chiavi di interpellazione e comprensione del sapere.

Ora, infatti, “Si tratta anche per le biblioteche – con l’aiuto di BIBFRAME – di percorrere la strada indicata da Tim Berners-Lee, ovvero: ‘a web of things in the world, described by data on the web’. Vale a dire, entrare ‘in una rete di cose presenti nel mondo, descritta nel web tramite dati’. ‘Cose del mondo’ collegate ad altre ‘cose del mondo’, nella fattispecie descrizioni bibliografiche collegate ad altre entità così da arricchire reciprocamente le informazioni ottenute.”

E se la digitalizzazione del sapere procede a gran velocità in tutti fronti della conoscenza (come già affrontato da 6memes in questo articolo), questo – dal punto di vista della “concentrazione” – non fa che aumentare e accrescere la necessità di reti e relazioni che interfaccino le varie biblioteche, o meglio cataloghi, proseguendo nella “vertiginosa” realizzazione di costruzioni in abisso e strutture a rizoma in cui, a ciascuna nuova connessione, relazione, scorciatoia e strada panoramica, si amplierà fatalmente il divario tra conosciuto e conoscibile.

Perché nessuna Biblioteca, nemmeno futuribile, con tutta probabilità, sarà mai in grado di contenere e semplificare il sapere, così come non esiste una sola isola-che-non-c’è, ma ci sono di certo arcipelaghi interi di sapere e immaginazione di cui cercare, e descrivere, le coordinate.

approfondimenti

Per saperne di più


www.culturadigitale.it
archivio.panorama.it
www.liceoberchet.it

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